giovedì 28 aprile 2016

"Punto d’ombra" di Teju Cole: la mostra e il libro

Teju Cole è l’autore di Città Aperta e Ogni giorno è per il ladro (entrambi in catalogo Einaudi), critico fotografico per "The New York Times Magazine" e fotografo. È nato negli USA da genitori nigeriani, ha trascorso l'infanzia in Nigeria ma a New York vive dall'inizio degli anni Novanta (anno di nascita: 1975).  Ora, per la cura di Alessandra Mauro, apre una mostra a Milano nello spazio di Forma Meravigli e prende forma anche un libro-catalogo, edito da Contrasto nella collana "In parole", che via via si è popolata di volumi di Ferdinando Scianna, Jack London, Pier Paolo Pasolini, Sebastião Salgado, Mario Calabresi e altri. Punto d'ombra (pp. 166, 107 fotografie a colori, cartonato dorso telato, 22 euro) prevede un’introduzione di Siri Hustvedt, mentre la traduzione è di Gioia Guerzoni. La mostra sarà visitabile dal 27 aprile, giorno d'inaugurazione, al 19 giugno 2016. Leggiamo nella comunicazione del lancio dell'evento che "l’esposizione presenta un’ampia selezione di immagini e parole dell’autore di origini nigeriane che, come le pagine di un diario visivo, accompagneranno il visitatore nei suoi diversi viaggi e nelle sue peregrinazioni in  giro per il mondo". Inoltre si riporta questo frammento dello stesso Cole:
“Una strada non è solo la superficie asfaltata, i palazzi ai lati, le macchine veloci o lente, la gente intorno a te. È anche il modo in cui tutte quelle cose sono in relazione, come si compongono e ricompongono. Appena alcuni elementi si allontanano dal campo visivo, altri diventano visibili: tu ti muovi, le macchine si muovono, altre persone si muovono, persino il sole si sta muovendo lentamente, e in mezzo a tutto questo movimento multidimensionale devi decidere quando premere l'otturatore, decidere quale di questi istanti mutevoli è più interessante degli altri.
Un secondo prima, non è ancora successo. Un secondo dopo, se ne è andato per sempre, irrecuperabile.”

L'ultima frase potrebbe sembrare un'affermazione lapalissiana, tanto è tautologica e piantata nella definizione stessa di foto, di tempo di esposizione, di scatto, di posa, di otturazione. Eppure c'è qualcosa che segna la differenza tra questo tipo di intesa tra pensiero e fotografia e un'altra alleanza tra immaginazione e fotografia, che ad esempio in autori come Luigi Ghirri trovò una magnifica trattazione, quasi sistematica. Mi riferisco al c'era e non c'è più, ancor valido per Cole che scrive quanto abbiamo letto sopra e il c'è e (forse) c'è ancora inserito come un tarlo del pensiero dalle foto di Ghirri (anche se Ghirri non è certo il solo caso). Si confrontano e forse si scontrano due concezioni e due filosofie (sì, filosofia, altro non possono essere) dell'immagine fotografica. La mostra e il libro Punto d'ombra diventano un nuovo impulso per questa riflessione, per forza continuamente marginale e continuamente centrale. 

Il volume si apre con una foto di Tivoli, NY, del maggio 2015 e si conclude con una foto presa a Brazzaville, Congo, nel 2013. E scorrendo le didascalie lunghe di sinistra nelle pagine pari e le foto a destra nelle pagine dispari scoprirete che Teju Cole ha viaggiato un sacco (Lagos, Auckland, molta Svizzera e Germania, anche Italia, e poi Corea, Stati Uniti, Brasile e molti altri paesi). Le mie preferite stanno in Indonesia, ma anche in Svizzera. Insomma, è un libro bello, un'idea di composizione foto-verbale e citazionale che in Italia non ha molti casi simili. Quando nel nostro paese si sono affacciati libri concettualmente simili - com'è ad esempio Perché tanta assenza di te non è più possibile del fotografo vicentino Giustino Chemello, segnalato qui nel 2011 e sfogliabile qua - si passa per l'autoproduzione e una sostanziale indifferenza.

Nella nota conclusiva del volume, scritta nello scorso mese di marzo a Brooklyn, Teju Cole lo definisce "saggio lirico":
Sono affascinato dalla continuità dei luoghi, dalla linea del canto che li collega tutti. In questo libro ho evocato la linea del canto in forma di saggio lirico che unisce fotografia e testo. L’esperienza umana varia enormemente nella sua forma esterna, ma a livello emotivo e psicologico abbiamo molte similarità gli uni con gli altri. Che fossi in un borgo di Vals in Svizzera o in un grattacielo che torreggiava su milioni di persone a San Paolo, il mio pensiero costante era sempre come mantenere quella linea. Il viaggio è per me un privilegio e una responsabilità. In ogni istante sono intensamente consapevole che guardare è vedere solo una frazione di ciò che si osserva. Anche nell’occhio più attento c’è un punto d’ombra. Cosa si perde?
Già, bella domanda: cosa si perde?

(Il libro si può sfogliare a questo link.)


Informazioni:
Punto d’ombra
Dal 27 aprile al 19 giugno 2016
Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00
Giovedì 12.00 – 23.00
Lunedì, martedì chiuso
Ingresso intero: 8 euro
Ridotto: 6 euro
#puntodombra

Forma Meravigli

Via Meravigli 5
20123 Milano
0258118067
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Ufficio Stampa Forma-Contrasto

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lunedì 25 aprile 2016

Poesie inedite di Davide Castiglione



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Poesie inedite di Davide Castiglione (Alessandria, 1985), da Non di fortuna (di prossima pubblicazione per Italic Pequod).


METAFISICA DI RITORNO 

I
Un paio di calze, ritorno tre 
euro: viaggeranno più sottili 
di ogni capire sono dati 
per dispersi. Prendo carne per carta 
e qualcuno per qualcuno 
d’altro. Carta canta, carta muta 
musica in numero, numero in musica; ma nelle alte sfere 
lo stesso c’è povertà, 
un applicarsi da scimmie. Da qualche parte 
cadono a pennello le giacche. 

II
Sembra che un addetto al verde abbia visto 
l’intermittenza 
del quinto lampione, quinto 
contando dal cortile. È in tuta pesante, 
in pausa da aiuole 
non sue. Quanto al tempo 
fa atmosfera, grandina, può ancora 
darsi che chiami per chi corra 
ai ripari, e che tremi 
stretta dentro un maglione tu, autunnale per principio, 
tu che tremi a non fare.


MENTRE ALTROVE È FERRAGOSTO


La lezione con Krishnan finisce alle quattro 
esco e l’analisi di testo si dissolve 
grazie al sole sul sobborgo e che altro, 
luce sui residenti. Luce di cui ho dovuto dirti 
per come perfezionava le pozzanghere 
nelle buche trascurate e la madre in attesa 
del tram davanti al Deli, ciuffo arancio e sigaretta 
gettata contro il malva dominante dei mattoni 
benevolo dopo la luce, due secondi fa. 
Il mio è un ritorno brioso, da formicolio. 
C’è un ventenne ha le birre sottobraccio è ricettivo
pure lui ai corpuscoli grondanti sulle paraboliche.

giovedì 21 aprile 2016

"La valle delle farfalle", la corona di sonetti di Inger Christensen

Incipit (ma scopriremo che in questo caso è solo un falso incipit): "Salgono, le farfalle del pianeta, / come pigmento dal calor del suolo, / cinabro, ocra, oro e giallo creta, / di chimici elementi emerso stuolo." A cura di Bruno Berni, nostra principale risorsa per la traduzione dal danese, esce La valle delle farfalle di Inger Christensen (Donzelli, pp. 64, € 14). Della nota poetessa sono già usciti per Kolibris Scale d'acqua nel 2012 e Lettera in aprile nel 2014, oltre al romanzo a sfondo artistico e mantovano La stanza dipinta del 1976, ispirato alla "camera picta" del Mantegna e edito da Scritturapura. In tutti questi casi la curatela è stata di Bruno Berni, che con Inger Christensen - nata a Vejle, una cittadina dello Jutland, nel 1935 e morta sette anni fa a Copenaghen - aveva intrecciato un rapporto di amicizia e collaborazione. La valle delle farfalle rappresenta un interessante moderno esempio di poesia matematico-geometrica (l'autrice era pure una frequentatrice della grammatica chomskiana) ed è a tutti gli effetti una "corona di sonetti". Ma che cosa è la "corona di sonetti"? Ce lo ricorda lo stesso Berni, nel suo utile scritto posto alla fine del volume, riportando un passo da Comentarj intorno alla sua istoria della volgar poesia di Giovan Mario Crescimbeni:
Queste [le corone di sonetti] sono composte di quindeci sonetti, l’ultimo de’ quali si appella Magistrale; e dai versi di questo si cavano i principj, ed i fini di tutti gli altri quattordici; imperocchè il primo sonetto incomincia col primo verso del magistrale, e termina col secondo, il secondo incomincia col secondo verso dell’istesso magistrale, e termina col terzo, e così si seguita fino al decimoquarto sonetto, il quale incomincia col decimoquarto verso del magistrale, e termina ripigliando il primo del medesimo, di modochè, entrando poi il magistrale, con esso si chiude il componimento circolato a guisa di corona. Di questa maniera rarissime sono quelle, che sieno state fatte da un sol Compositore.
Si può parlare di un gruppo di poesie scritte quindi al contrario, partendo dall'ultimo sonetto "magistrale" e invito allora a leggere lo scritto di Berni quale felice esempio di discorso sulla traduzione, sulle sue insidie e sulle sue gioie incomparabili con altre. Il testo proposto per Donzelli, nell'altra collana "bianca" di poesia del bel paese - dove fra l'altro Bruno Berni ha curato pure la traduzione della bella antologia di Henrik Nordbrandt intitolata Il nostro amore è come Bisanzio - è la traduzione di un libro del 1991 intitolato Sommerfugledalen. Et requiem. Il telaio di Inger Christensen dispone l'osservazione e il gioco, l'attesa e lo stupore, la finzione del pensiero estrapolata da finzioni di parola in un congegno che ruota, quasi un diorama. Dato quanto scritto sopra, avrebbe senso dare un assaggio del "magistrale", ma preferisco un prelievo dal quarto movimento (o quarta stazione):

IV

Coperta dal profumo della piana,
la fioritura nel marcio s’avvia,
nell’ombra, nell’intreccio, è un’insana
incolta, labirintica idiozia,

così farfalla cela col suo volo
d’esser legata al corpo dell’insetto,
crediamo che sia un fior che lascia il molo
e non tempesta di figure a effetto,

come se quando bombice o civetta,
che vola superando quel colore,
a noi lanciasse un rebus che ci ometta

che tutto ciò che l’anima ha sperato
di là da tutto è simmetria e dolore
come atalanta, antiopa ed erato.


L'intero componimento è un requiem che acquista forza centrifuga alla rilettura, con le continue fughe e deviazioni che l'immaginazione prende a ogni quartina o terzina, nello sguardo svagato eppure ferocemente attento di chi s'allontana dal mondo e di chi scrive su quel che è ovunque e da nessuna parte. Questo almeno avviene nella traduzione di Berni. Sarebbe interessante sapere da chi ha la fortuna di poter leggere l'originale se le poche indicazioni qui contenute stanno in piedi oppure no.

(Rimando infine a questa intervista al traduttore Bruno Berni, ospitata nel bel sito di Dori Agrosì "La nota del traduttore". Per chi preferisce un tuffo nel danese, il rinvio è alla lettura che di questo testo ne fa la stessa autrice nel video qui sotto.)
 

lunedì 18 aprile 2016

da "Poesie" di Goffredo Parise: tempestività e inevitabilità totali

Una poesia da #59


Poco si ricorda del Parise poeta. In effetti la sua eredità in tal senso non è voluminosa, è piuttosto luminosa. Si può auspicare che un anniversario, come il trentennale della morte che cade quest'anno, riporti l'attenzione anche su quest'aspetto tardo e non meno interessante della scrittura parisiana, possibilmente in un percorso di analisi non improvvisato e avulso come questo. Si trattò comunque di dettatura, più che di scrittura: le trenta poesie pubblicate da Rizzoli nel 1998 in un'edizione di pregio con l'introduzione di Silvio Perrella (ora fuori commercio, ma sicuramente disponibile in molte biblioteche) sono il frutto di due mesi di dettatura a Giosetta Fioroni e all'amica Omaira Rorato, tra il marzo e il maggio 1986 (Parise morirà di lì a tre mesi, a fine agosto). Lo scrittore, ormai molto malato, fu infatti preso da una strana e cieca (anche fuor di metafora) foga dettatoria che diede vita a versi insoliti per il panorama poetico novecentesco italiano. Mi è capitato di rileggerli poco fa, diciotto anni dopo la prima spaesata lettura. Tra coloro che seppero intravedere in questi "tempestività e inevitabilità totali" vi fu Andrea Zanzotto, che mai si stancava di ricordare questo nucleo di poesie con le quali lo scrittore salutò la vita, invitando a leggerle e studiarle fuori dai tanti solchi in cui Parise fu fatto scorrere (il vitalismo ereditato da Comisso, il poeta-non-poeta dei Sillabari, il darwinismo acuto dell'ultima fase). E allora non andrebbe nemmeno dimenticata, nella direzione opposta, la felice intuizione parisiana sull'inversione della sonda/trivella zanzottiana a un dato punto del suo lungo percorso poetico, poiché son proprio sonde e trivelle che più ci interessa individuare nelle opere e anche nei percorsi della critica.

Fu "stile tardo" quello di questi versi, per usare la formula di Edward Said? Non lo sappiamo e non è questo il posto per provare a confermare o confutare un'idea del genere. Certo che Perrella ha ragione a scrivere di "parola estrapolata dal tambureggiamento primordiale" e tutto ciò è ravvisabile nelle scelte lessicali e persino nei neologismi arditi che costellano la trama di questi testi terminali (si legga anche nel testo riportato in fondo). Poiché è stato citato, ricordo che del curatore Silvio Perrella è da poco stato riproposto Fino a Salgareda - stavolta per Neri Pozza, editore che nel 1951 pubblicò il romanzo d'esordio di Parise, Il ragazzo morto e le comete - un interessante saggio uscito originariamente per Rizzoli che a suo tempo fu capace di offrire una sonda interpretativa nuova della scrittura "nomade" di Jaufré.

In un'intervista di pochi anni precedente la morte (leggibile per intero qui), parlando proprio del morire, Parise aveva detto:
"Ho una paura tremenda, e basta. Paura del niente, del fatto che non mi sveglierò più al mattino a guardare il cielo. Questa consapevolezza mi dà un dolore immenso. Mi piace enormemente vedere il sole, le persone, la vita. Molto." 
Dicendo vita avrà avuto in mente anche il cane Petote, "tra coloro che non fanno banda" e questa è la poesia-ritratto che gli dedicò.


PETOTE


Come me anche tu
cerchi compagnia
ma non tra i canini

Diffidi dei proverbi
e a Darwin credi
quanto basta per esistere

Ma sai che l'onore
ha regole senza specie
il pedigree obbedisce
a chi gli è simile

Magra è l'onda
della bestia di stile
e tu sei bestia di stile
sei tra coloro
che non fanno banda

Pensiero di setola
ma olore di lord
ti degnò la magra
la sprecona lady
dell'universo.



23.4.86


venerdì 15 aprile 2016

Poesie inedite di Luca Ariano



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Tre poesie inedite di Luca Ariano (Mortara, 1979).



***


Fiulin chiuso in auto
aspettando Rosa:
piove di una pioggia battente
di quelle d’inizio autunno.
Osservi l’Arco e ti immagini
a Parigi con lei… abbracciati poi
in quella mansarda da bohémien.
(sarà forse il profumo di quel mercato)
Lontano il Paesone con la piazza
di locali sfitti... ragazzi seduti
in bar chiusi domani senza studio
nè lavoro e l’Andrea:
«L’Emilio l’unico compagno che ha vinto!»
La sera stràcch   – non esce ormai più –
di un amore che ha mutato stagione.
La siepe si colora di bacche,
Giggino guarda il suo giardino...
pare quasi un fantasma,
mentre tu leggi senza imparare più nulla.


***

Cammini su quelle strade Fiulin
come quasi vent’anni fa
quando sentivi lo stomaco in gola
per uno sguardo… un bacio.
Presentano un libro – poca gente –
una trattoria tipica e lei?
Al cinema una commedia
un po’ Woody Allen, un po’ Peter Sellers…
Pensi al primo appuntamento:
candele profumate, un ristorante di classe.
Viaggi… vacanze da programmare,
i mobili per quella casa,
regali a sorpresa… e Rosa?
Domani la rivedrai con lo stomaco in gola
per un abbraccio e l’Enrico
in questa Estate di San Martino
già teme le feste di Natale
e tu non sai se Giggino ti darà gli auguri.


***


Nò s’vedè ‘na Madona Enrico
mentre vai da quella ragazza
tra pioppeti… risaie avvolte di nebbia.
Pare quella «polvere maledetta»,
VITTIME AMIANTO sul cartello –
forse anche a lei è morto un nonno…
uno zio… un padre: lo sai Enrico?
L’altra sera in quel teatrino con Fiulin
e l’Andrea a ridere a crepapelle,
le lacrime agli occhi…
Quelle bambine sono madri, non vi riconoscono
o forse fingono di non vedervi: ci pensi Fiulin?
Eccome mentre arrivano le feste,
Rosa lontana, anche lei coi suoi pensieri,
i suoi guai. Dov’è finita la passione?
Una domenica mattina la città sopita,
la tua bicicletta scivola sull’asfalto
umido della notte… di una foschia
che ti lascia il freddo nelle ossa,
impietoso confronto con l’estate trascorsa.

mercoledì 13 aprile 2016

"Una nuova interpretazione della filosofia politica di Platone" di Leo Strauss

Il volume che Quodlibet presenta col titolo Una nuova interpretazione della filosofia politica di Platone (pp. 112, euro 16) contiene soprattutto, fra gli altri apparati, la traduzione di uno scritto che Leo Strauss pubblicò esattamente settant'anni fa, On a New Interpretation of Plato’s Political Philosophy (1946). La cura è di Mauro Farnesi Camellone, che per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2009 lo studio su Ernst Bloch La politica e l’immagine. Il curatore ha dedicato a Strauss nel 2007 un altro volume uscito da Franco Angeli, Giustizia e storia. Saggio su Leo Strauss. Lo scritto di Leo Strauss è, nella realtà, qualcosa di occasionale, cioè una lunga recensione del libro Plato’s Theory of Man di John Wild. Tuttavia, come sappiamo, la recensione (soprattutto a quei tempi e a certi livelli, dentro certi spazi e respiri) non sempre si limita a essere una recensione, ma diventa il pretesto per gettare sulla pagina idee già in circolo e che fra l'altro diventeranno poi gli assi e i cardini della lettura matura di Platone da parte del filosofo, concretizzatasi nella seconda metà del secolo scorso con i vari commentari dedicati alle più note opere platoniche. Inoltre, anche quando Strauss si occuperà di tirannide, lo farà trasversalmente, partendo dal passato per parlarci del presente che aveva sotto gli occhi. Tutto questo per dire che Strauss ha spesso colto il momento e un'occasione per enucleare la propria speculazione, in una forma che potremmo definire dialogica coi testi del passato, sotto un ombrello metodologico di volta in volta "nuovamente maieutico".

Il filosofo politico ebreo tedesco attraversa come una lanterna volante decenni cruciali del secolo scorso, a partire dal fondamentale periodo di crisi economica e spirituale tra le due guerre. Formatosi nel clima weimeriano - si laurea a Friburgo nel '21 con Cassirer -, allievo di Carl Schmitt, come molti altri assorbito agli inizi della carriera dall'attenzione per Heidegger, distante dal relativismo tanto quanto dal normativismo che porta Hans Kelsen a cementare il ruolo del diritto e della filosofia rispetto alla devastante crisi politica degli anni Trenta, il nostro filosofo ha abbracciato, assieme alla via dell'esilio (prima Inghilterra, poi USA) anche l'avventura della rilettura (o nuova lettura) di Platone nel Novecento. Insomma, l'ebreo in esilio che all'inizio della carriera si era concentrato su Spinoza, Maimonide e Hobbes, ritornerà spesso su percorsi platonici per tutto il resto della vita. Compirà per forza quindi tragitti anche socratici, poiché Platone non perde mai di vista la questione posta da Socrate sul "come vivere". Tale frequentazione e meditazione, che in questo breve scritto affiora, diventerà un perno per tutta la riflessione sulla controversa e spinosa vicenda della democrazia moderna e del rapporto, mai dato una volta per tutte, tra filosofia, politica e società.

È uno Strauss scettico quello che si consegna nelle pagine di questo scritto apparentemente occasionale, che fa leva sulla forma dialogica di Platone per scardinare le odierne concezioni e inganni di rappresentazione politico-morale. L'orizzonte giusnaturalista, il ritorno a una filosofia premoderna e il primato greco, quell'elitismo/esoterismo filosofico spesso chiamato in causa nella sua vicenda, l'attenzione per la "scrittura reticente" e dissimulata dei filosofi del passato e soprattutto l'ossessione per il metodo dialogico platonico (una scrittura che riprende il parlato) sono già presenti in queste pagine. Qualsiasi sforzo che contribuisca a sollevarci dalle paludi del relativismo e del nichilismo, prodromi delle tirannidi plurime e delle barbarie affossanti nelle quali annaspiamo, è degno di esser messo in risalto, così come qualsiasi tentativo di riportare la filosofia fuori da un banale mercato delle idee da votare con le stelline del rating tipiche di un processo post-vendita di un sito di ecommerce. Strauss aveva già visto questa possibile deviazione pericolosa della filosofia e in questo panorama di rischio aveva posizionato la propria interpretazione platonica, fondata su quanto il curatore definisce un "radicale scetticismo zetetico" che necessariamente inietta in qualsiasi filosofo un solitario, indefesso orientamento alla pratica imposta via via dal contesto, alla critica costante dei meccanismi costitutivi e delle opinioni della polis. Insomma, "un Socrate con l'anima di Nietzsche" per il curatore dell'opera Camellone, una figura di primo piano che tuttavia oggi rischia di essere appiattita a seguito dell'appropriazione non altrettanto "dialogica" della sua eredità filosofica da parte del pensiero neocon.

domenica 10 aprile 2016

"Nella notte cosmica" di Roberta Durante. Una nota di lettura a cura di Luca Rizzatello

Pubblico di seguito una nota di lettura scritta da Luca Rizzatello sull'ultimo libro di poesia di Roberta Durante intitolato Nella notte cosmica uscito qualche settimana fa per Luca Sossella Editore.


Cyrano de Bergerac, The Other World: History of the States and Empires of the Moon, 1657

Io sono nero di amore
né fanciullo né usignolo
tutto intero come un fiore,
desidero senza desiderio.

Mi sono alzato tra le viole,
mentre albeggiava,

cantando un canto dimenticato
nella notte uguale.
Mi sono detto: «Narciso!»,
e uno spirito col mio viso
oscurava l’erba
al chiarore dei suoi ricci.
1

La prima poesia di Nella notte cosmica, di Roberta Durante (Luca Sossella Editore, 2016) esordisce in medias res, ma questo lo si capirà soltanto alla fine; che poi è l’inizio; forse. Ciascuna poesia del libro, tripartito in TerraLuna e Cielo, va intesa come una tappa di un viaggio che, va ribadito, non prevede una vera partenza, e non prevede un vero arrivo. È proprio il rapporto tra il vero e il finto (più che tra il vero e il falso) uno degli oggetti di analisi di uno sviluppo narrativo che si risolve, a un grado zero, in un dialogo (in effetti sui generisma qui nessuno aveva detto niente a nessuno/ il nostro era stato soltanto un gioco di sguardi, p. 602) tra chi ci racconta la storia – che chiamerò S – e la luna.
Un fremito percorse l’assemblea: Barbicane, cavatosi il cappello dal capo con rapido gesto, continuò il suo discorso con voce pacata:
«Non v’ha alcuno tra voi, onorevoli colleghi, che non abbia veduto la luna, e tanto meno che non ne abbia udito parlare. Non vi sorprenda se qui vengo a intrattenervi dell’astro della notte; forse ci è riserbato di essere il Colombo di questo mondo sconosciuto. Comprendetemi, secondatemi con tutte le vostre forze, io vi guiderò alla sua conquista, ed il suo nome si unirà a quelli dei trentasei stati che costituiscono il gran paese dell’Unione.
— Viva la luna! esclamò il Gun-Club ad una voce.
— Si è molto studiato la luna, riprese Barbicane! la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua costituzione, i suoi movimenti, la sua distanza, la sua parte nel mondo solare sono perfettamente determinati; si sono fatte carte selenografiche con una perfezione che pareggia, se pure non la supera, quella delle carte terrestri; la fotografia ha dato prove d’incomparabile bellezza del nostro satellite. In una parola, si conosce della luna tutto ciò che le scienze esatte, l’astronomia, la geologia, l’ottica possono apprenderci; ma fino ad oggi non è mai stata stabilita alcuna diretta comunicazione con essa.»3
Quindi: il viaggio di S origina da un desiderio, esaudito dalla luna; e le metamorfosi che seguiranno, necessitate per lo più da contingenze ambientali, saranno esse stesse delle estensioni del desiderio di metamorfosi, ponendo la questione di cosa sia in funziona di cosa:

soltanto lei sapeva come mi sentivo:
già carica di nulla
con tutto l’entusiasmo
di chi sospende in gioco l’incredulità
un teatro già vivo e già morto
una storia senza storia
un carnevale con tutte le mie facce4
(p. 12)

In contrasto con la finta umiltà del pellegrino Dante (che non è né Enëa  Paulo eccetera), S smania all’idea del viaggio (convinta ormai com’ero/ che senza gravità sarebbe stata tutta un’altra cosa, p. 23), nonostante gli avvertimenti della luna (che tu non creda – continuò/ che farti un giro senza gravità ti renda più leggera”, p. 15), che a questo punto visualizzo come un mash-up tra Virgilio e il Grillo Parlante5. Ancora: se il pellegrino Dante si deve mettere in viaggio per non farsi sbranare dalla lupa (che in altri termini significa che non ha scelta), S si trova a dover gestire un numero imponderabile di possibilità (mi volle più indecisa ancora e ancora senza scelta, p. 22).
Passarono le ore. Dorothy si sentiva tranquilla ma anche molto sola; il vento continuava ad ululare così forte che quasi l'assordava. In principio aveva temuto che la casa ripiombasse a terra, seppellendola tra le macerie, poi, visto che il tempo trascorreva senza che accadesse niente, decise che non era il caso di preoccuparsi ma di aspettare con calma gli eventi. Strisciò sul pavimento oscillante fino al suo letto, ci si arrampicò e si sdraiò, subito imitata da Toto6.
Nella sezione Cielo, che ha la funzione di raccordo – narrativo e teorico –, vengono descritte le procedure con cui avviene il distacco, non senza ripensamenti (mi fecero passare oltre la voglia/ la forma che pensavo fosse la vera materia/ che non fosse il caso pensai/ di ritornare piedi a terra a vivermi la vita in gravità/ continuando a temere non me/ ma le cose che erano tutte sparite?, p. 49). Sulle cangianti modalità del viaggio non dirò nulla, per non rovinare la sorpresa al lettore; dirò che l’individuazione di S si esprime in forma radicalmente creativa (in una lotta più lunga della vita/ contro l’identità già fatta e finita, p. 78), e prende le mosse dall’eventualità del non ritorno (attenta a non aprirmi a non disperdermi/ a perdere di nuovo tutta me in un attimo, p. 55)7.
Così, nella sezione Luna, scompare la luna, e compare il mirto (che, per mantenere in piedi l’analogia, potrebbe ricoprire il ruolo di Beatrice/Fata dai capelli turchini8). Quello che è accade, avendolo già visto, non so né posso ridirlo.
Ma allora, quando nomino l’oblio, riconoscendo contemporaneamente ciò che nomino, lo riconoscerei, se non lo ricordassi? Non parlo del semplice suono di questa parola, ma della cosa che indica, dimenticata la quale, non varrei certamente a riconoscere cosa vale quel suono. Dunque, quando ricordo la memoria, proprio la memoria è in sé presente a sé stessa; allorché invece ricordo l’oblio, sono presenti e la memoria e l’oblio: la memoria, con cui ricordo; l’oblio, che ricordo. […] Così abbiamo presente, per non dimenticare, ciò che con la sua presenza ci fa dimenticare. Dovremo quindi intendere che non si trova nella memoria proprio l’oblio in sé, quando lo ricordiamo, bensì la sua immagine, poiché la presenza diretta dell’oblio ci farebbe non già ricordare, ma obliare? Chi potrà mai indagare questo fatto? chi comprendere come stanno le cose? […] Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te9.

Note

1 Pier Paolo Pasolini, Danza di Narciso, in La meglio gioventù, Sansoni, 1954
2 analogamente [contiene spoiler]: il mirto mi guardava senza gli occhi, p. 83
3 Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, 1865, capitolo II
4 nella poesia successiva, coerentemente, si legge: pensavo per esempio/ al bruco quello perfetto che sarei stata;
[…] e poi cambiare rotta con il volo/ farfalla se decido quando voglio; nella quarta dimensione che è il libro
Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014), di Roberta Durante, alla poesia 27 si legge: sarei stata un bruco
perfetto […] mi attaccavo alle pareti/ per risalire pian piano a ritroso
5 una metamorfosi che disattende le speranze di leggerezza, a vantaggio della gravità, mi fa pensare anche a 
Apuleio, Metamorfosi, XXIV: dopo avermi ripetuto più volte tali assicurazioni, entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda.
6 Frank L. Baum, Il mago di Oz, 1900, capitolo I
7 sul tema dell’indicibilità dell’esperienza, si confronti sul finire continuo dell’infinito mio/ al limite della mia luce (p. 40) con nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende, Paradiso, I, vv. 4-6
8 che come tale fa sia tremare che piangere, p. 74
9 Agostino d’Ippona, Le confessioni, X, 16

giovedì 7 aprile 2016

Il canto della perla (Acta Thomae 108-113)

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #29


Il canto - o inno - della perla è un titolo moderno. Si tratta di una breve storia in versi composta originariamente in siriaco e giunta a noi anche in greco. E in greco è il testo a fronte che troviamo in questa edizione pubblicata da Il Melangolo nel 2005 (pp. 56, euro 10, a cura di Carlo Angelino, libro ancora in commercio). La copertina riporta tra parentesi "(Acta Thomae 108-113)" poiché tra questi fogli degli "Atti" apocrifi dell'apostolo Tommaso tale testo è collocato. Negli "Atti" ci si riferisce a questo testo come "Canto dell'apostolo Giuda Tommaso nella terra degli Indiani". Il canto della perla è proposto a noi lettori italiani del Ventunesimo secolo come "capolavoro della poesia religiosa gnostica [...] testo fondamentale della storia delle origini cristiane e l'essenziale anello di congiunzione fra il cristianesimo e la religione di Mani." Tutto questo concorre a farne storicamente un denso incrocio, caricato di valenze plurime, collocato in quei primi secoli sincretici dopo Cristo sui quali non torniamo mai abbastanza.

La favola simbolica consegnata a queste pagine è tracciata attorno a un immaginario che riprende vari elementi della letteratura cristiana delle origini e della coeva letteratura gnostica, che proprio tra il secondo e quarto secolo dopo Cristo toccò apice e fervore. Tra i simboli vanno ascritti la perla del titolo, oggetto che il protagonista deve recuperare in Egitto per poter tornare a Oriente ed essere erede del regno del Padre, il mare, il serpente, una sbuffante creatura degli inferi che custodisce la perla, e l'Egitto stesso, spesso considerato nell'antichità regno del materiale ma anche della morte, una sorta di meta di pellegrinaggio d'oltretomba, che ricollega questo Canto con un fitto reticolo di miti greci, babilonesi e naturalmente al Libro dell'Esodo. C'è la figura centrale del figlio, protagonista mandato in viaggio, il ricorso al "travestimento" in una terra straniera, l'essere comunque riconosciuto come straniero dalla popolazione locale che cerca di addomesticarlo con carni e bevande, il cadere prigioniero e servitore di quel popolo e di un altro re (e qui s'infittisce una serie di immagini relative al sonno e al torpore, a quella stanchezza che è così prossima alla dimenticanza e alla morte), la dimenticanza del motivo della missione e l'avvicinarsi del fallimento di questa, ai quali però pone rimedio una tempestiva lettera mistica e salvifica, inviata dai genitori informati dell'accaduto e levatasi in forma di aquila, chiusa con un sigillo forte che solo il protagonista sa rompere.

E la perla del titolo, che come ricordato è titolo moderno? Gli esegeti del testo hanno molto dibattuto sulla valenza allegorica e simbolica della perla, oggetto della ricerca, cercando di allontanare via via un parallelismo tra la sua ricerca e una concezione cristiana di viaggio e esilio terreno come espiazione e prova di sofferenza. Il rimando all'"anima" rappresentata dalla perla è lì, nella sua evidenza sferica. Sono molte le strade che ci possono ricondurre a quei primi secoli dopo Cristo, in cui si situa anche questo breve testo privo di cosmogonia che per alcuni studiosi è da datare prima degli "Atti" dell'apostolo Tommaso. Senza poter approfondire le diramazioni che dalla Genesi e dalla Lettera ai Filippesi portano e riconducono alle diverse storie dei "messaggeri di salvezza" e anche a questo testo delle origini del cristianesimo, Carlo Angelino ha concluso la sua nota scrivendo
[...]  vale piuttosto la pena di sottolineare come all'origine di questi testi vi sia un'identica esperienza del Religioso e un identico statuto di pensiero, dei quali è soggetto la Sapienza stessa, ovvero l'idea che la sapienza di cui è partecipe l'uomo mortale, altro non sia che la stessa sapienza non-mortale di dio prigioniera del mondo mortale; senza questa idea filosofica, nessuna cristologia sarebbe stata possibile, e neppure la favola che il Canto della perla ci narra con la stessa seduzione e lo stesso mistero delle età che confinano con la nascita del primo uomo.
Da questo passo che si ferma sul "primo uomo" - quest'io del mondo appartente al divino (e che fra l'altro ha interessanti analogie con il libro di Albert Camus intitolato proprio Il primo uomo e incentrato sul rapporto tra figlio e padre morto durante la Prima guerra mondiale) - sarebbe quanto mai opportuno concludere che anche la gnosi e lo studio di quei secoli che la avvolgono debbano finalmente uscire dalle assurde nebbie esoterico-iniziatiche che, ancora compiaciute quasi duemila anni dopo, talvolta persistono nel loro orizzonte. Lo studioso italiano a cui dobbiamo di più in questo versante, Luigi Moraldi, ricorda ad esempio come la basilica di Aquileia conservasse illustri tentativi di penetrazione cristiana mediante i simboli della gnosi, "simboli fantastici, affascinanti, profondi". Un messaggio troppo arduo da comprendere, al quale si preferì un armamentario più alla mano (per chi desidera, si può leggere qui, alla fine).

lunedì 4 aprile 2016

Tre poesie di Manoel de Barros nella traduzione di Chiara De Luca

 
Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.

Tre poesie di Manoel de Barros ancora per poco inedite, tratte da Poesie rupestri, libro in uscita per Edizioni Kolibris nella traduzione di Chiara De Luca. (Credo si possa affermare abbastanza serenamente che Edizioni Kolibris rappresenta, per continuità e capillarità di attenzione, la realtà editoriale italiana più significativa nell'ambito della traduzione poetica; purtroppo lo spirito di emulazione nel settore delle traduzioni poetiche sembra non albergare più nel nostro paese.)


Il muro


Il ragazzo disse che il muro della sua casa era
alto quanto due rondini.
(C’era un frutteto dall’altro lato del muro.)
Ma ciò che più attraeva la nostra attenzione
in modo particolare
Era l’altezza del muro
Ovvero quella di due rondini.
Poi il ragazzo spiegò:
Se il muro fosse stato alto due metri
qualsiasi ladro l’avrebbe saltato
Ma all’altezza di due rondini nessun ladro
poteva saltare.
Era così.


Pesca


Proust
Solo a sentire la voce di Albertine entrava in 
orgasmo. Si dice che:
Lo sguardo di un voyeur sia una specie di fallo
(possiede ciò che vede).
Ma è mediante il tatto
Che la fonte dell’amore si apre.
Palpare fa schiudere il germoglio.
Il tatto è più della vista
È più dell’udito
È più dell’odorato.
È con il bacio che l’amore si edifica.
È nel calore della bocca
Che l’allarme della carne grida
E si apre dolcemente
Come una pesca di Dio.


Mela


Una parola ha aperto la veste per me.
Vidi tutto di lei: la morbida spazzola, il pettine la dolce mela.
La stessa mela che perse Adamo.
Cercai di prendere la frutta
Il mio braccio non si mosse.
(Credo stessi sognando.)
Tentai di nuovo
Il braccio non si mosse.
Poi la parola ebbe pietà
E sfregò la sua lumaca su di me.

 

O muro


O menino contou que o muro da casa dele era
da altura de duas andorinhas.
(Havia um pomar do outro lado do muro.)
Mas o que intrigava mais a nossa atenção
principal
Era a altura do muro
Que seria de duas andorinhas.
Depois o garoto explicou:
Se o muro tivesse dois metros de altura
qualquer ladrão pulava
Mas a altura de duas andorinhas nenhum ladrão
pulava.
Isso era.


Pêssego


Proust
Só de ouvir a voz de Albertine entrava em
orgasmo. Se diz que:
O olhar de voyeur tem condições de phalo
(possui o que vê).
Mas é pelo tato
Que a fonte do amor se abre.
Apalpar desabrocha o talo.
O tato é mais que o ver
É mais que o ouvir
É mais que o cheirar.
É pelo beijo que o amor se edifica.
É no calor da boca
Que o alarme da carne grita.
E se abre docemente
Como um pêssego de Deus.


Maça


Uma palavra abriu o roupão pra mim.
Vi tudo dela: a escova fofa, o pente a doce maçã.
A mesma maçã que perdeu Adão.
Tentei pegar na fruta
Meu braço não se moveu.
(Acho que eu estava em sonho.)
Tentei de novo
O braço não se moveu.
Depois a palavra teve piedade
E esfregou a lesma dela em mim.


Manoel Wenceslau Leite de Barros è nato a Cuiabá, Mato Grosso, il 19 dicembre del 1916. Ancora giovane, si trasferì a Corumbá (MS) e in seguito a Rio de Janeiro, dove studiò alla Facoltà di Diritto. Attraversò la Bolivia e in Perù, e si fermò per un periodo a New York, catturando un po’ dell’essenza di ciascuno dei luoghi che visitava, per trasferirla nella sua poesia. Il suo primo libro, Poemas concebidos sem pecado [Poesie concepite senza peccato], fu pubblicato nel 1937, ma non si trattava del primo libro che aveva scritto, che era invece finito nelle mani di un poliziotto. Il giovane Manoel era macchiato del crimine di aver graffito la scritta “Viva il comunismo”, su un monumento, e la polizia si mise alla ricerca dell’autore di quell’impudenza. Per difenderlo, la proprietaria della pensione in cui viveva disse al funzionario di polizia che il “criminale” in questione era autore di un libro. Il poliziotto chiese di vederlo e lo prese. S’intitolava Nossa Senhora de Minha Escuridão [Nostra Signora della mia oscurità] e de Barros non lo ebbe mai indietro. Nel 1941, si laureò in diritto a Rio de Janeiro, già l’anno seguente pubblicò Face Imóvel [Volto immobile] e nel 1946, Poesias [Poesie]. Nella decade del 1960 si trasferì a Campo Grande, dove iniziò a lavorare come fazendeiro. Come poeta fu consacrato tra il 1980 e il 1990, quando Millôr Fernandes pubblicò le sue poesie sui più importanti giornali del paese. Manoel de Barros è normalmente considerato un esponente della generazione letteraria del ’45. Ha lavorato parecchio sulla tematica della natura, specie su quella del Pantanal, immensa pianura alluvionale, che si estende per 150.000 km quadrati tra il Brasile, la Bolivia e il Paraguay. De Barros mescolava diversi stili e affrontava il tema regionale con originalità e inventiva.
Tra le sue opere ricordiamo: Compêndio Para Uso dos Pássaros [Compendio a uso degli uccelli,1961], Gramática Expositiva do Chão [Grammatica espositiva del suolo, 1969], Matéria de Poesia [Materia di poesia, 1974], O Guardador de Águas [Il custode delle acque, 1989], Retrato do Artista Quando Coisa [Ritratto dell’artista quando cosa, 1998], O Fazedor de Amanhecer (2001.Tra i premi ricevuti ricordiamo: il Prêmio Orlando Dantas (1960),  il Prêmio da Fundação Cultural do Distrito Federal (1969),  e il Prêmio Cecília Meireles (letteratura/poesia, 1998).
Manoel de Barros è morto a Campo Grande, Mato Grosso, il 13 novembre del 2014.