lunedì 29 febbraio 2016

da "Simùn" di Bartolo Cattafi

Una poesia da #58


Forse è un buon momento per Bartolo Cattafi, un buon momento che non trova eco nel panorama editoriale, bensì in persone che lo leggono, lo cercano, ne parlano e dedicano a lui siti come questo. Questo scollamento tra il "buon momento" nella lettura di un poeta (quest'impressione personale andrebbe confermata ma poniamo non sia del tutto bislacca) e la scarsa disponibilità commerciale delle sue opere potrebbe aggiungere qualcosa di rilevante e inquietante ai vari dibattiti sull'editoria di poesia. Oggi però riparto da un libro tra i pochissimi suoi disponibili (a stare a Ibs.it parliamo di tre titoli soltanto, e uno non è di poesia). E non è poi così male che chi davvero legge opere di poesia come fosse un'azione normale si appropri di nuove letture, le consigli, inneschi insomma quello che da che mondo è mondo si chiama il passaparola vivace, una viralità ben diversa da quella della rete. E non è così male che questi testi (perché sono testi, alla fine) rivivano prima che, come avvoltoi, s'avventino sui malcapitati poeti certi professorozzi, talvolta mossi pure da intenti tutto sommato sozzi, coaudiuvati dai valenti mozzi, con l'intento di farci sopra i soliti critici volumozzi. Non ce l'ho con le meritorie e necessarie edizioni critiche e chi le cura (almeno in linea teorica, la prassi poi è un'altra cosa). Mi pare comunque che la poesia di Sandro Penna continui anche senza l'edizione "completa e definitiva" di cui ogni tanto lamentiamo l'assenza. Il libricino di oggi si intitola Simùn e lo trovate nel catalogo delle edizioni San Marco dei Giustiniani di Genova (a cura di Silvio Ramat, pp. 56, euro 12, consiglio una sfogliata del loro catalogo e un più rapido ordine presso l'editore, se interessati). Prelevo la poesia iniziale e quella finale. Non sono necessariamente quelle che ritengo più importanti in questo volume contenente testi di una temperatura inedita. Scelgo queste due brevi perché mi pare abbia più senso offrire l'inizio e la fine di un'opera capace di circonfondere col proprio passo una nuova scena, uno strappo e uno scarto del pensiero, di consegnare a ogni saltello della frase una sorpresa nella parola.


SIMÙN


Come un arabo dall'occhio obliquo
calore di fuoco
libidini caprine
dopo un lungo raid di rapina
hai staccato l'alone dalla luna
barraccano in un angolo afflosciato
tenti con rabbia
di riprendere lena
spingere il cammello nella cruna
succhiando menta radici pimienti
fantasie
mulinelli torbidi di sabbia.


EPIGRAFE


Amò il pari e il dispari
verità scrisse
d'un subito stracciate
macchie circoscrisse
per poi allargarle a dismisura
cantò la dura retta
la rovinosa curva dell'ellisse.


 

martedì 23 febbraio 2016

Un poilu per Lou: le lettere lenitive di Apollinaire a Louise de Coligny-Châtillon

Lettere a Lou. Ti amerò di un amore nuovo (L'Orma editore, pp. 128, euro 10, traduzione e cura di Lorenzo Flabbi) raccoglie alcune delle 220 missive che il poeta Guillaume Apollinaire scrisse a Louise de Coligny-Châtillon, tra le prime donne aviatrici e ispiratrice dei Poèmes à Lou. Qualche punto di riferimento: tardo settembre 1914, i due si incontrano una domenica a pranzo nella vecchia Nizza ed è subito amore. Terminano quel giorno in una fumeria d'oppio. Lei è una donna disinibita, divorziata, nuovamente impegnata e generosa con una pluralità di spasimanti beati. Per questi ha spesso la raccomandazione che non si facciano troppe illusioni e sotto certi aspetti anche il nostro, che è già poeta e critico affermato, non fa eccezione, anche se forse faticherà a comprenderlo per bene. Quando si incontrano la guerra tra la Francia e la Germania è iniziata da poco meno di due mesi e la contessa è infermiera volontaria in un ospedale da campo. Ha un anno di meno del suo nuovo amante. Il poeta invece, allo scoppio del conflitto, decide di affermare il proprio patriottismo e partire volontario a 34 anni. Assaggia così le diverse pastoie burocratiche dell'arruolamento che per lui, di origini polacche, non risulta nemmeno troppo agevole. Quando incontra Lou, il poeta dei calligrammi si trova in una fase sentimentalmente "scarica" ed è travolto da un sentimento tanto prepotente quanto irruento che tuttavia dalle trincee non gli impedirà di scrivere, nel momento in cui lei inizierà a mostrarsi scostante pur rimanendo nell'alveo dell'amicizia erotica, "Non voglio forzarti a far nulla, lo sai, nemmeno a farti amare". Il libro, proposto nell'originale e curiosa collana di libri imbustati e affrancabili chiamata "Pacchetti", si apre con una missiva inviata da Nizza lunedì 28 settembre 1914, giorno successivo al loro primo incontro, e si chiude con una lettera datata 18 gennaio 1916, nella quale Gui si congeda così:

[...]
Sono contento che tu sia contenta.
Abbraccia Toutou da parte mia.
Il tempo è abbastanza bello.
Scrivimi tue notizie.
Ti auguro begli amori e molta felicità.
Ecco, ci si abitua alla guerra, io ho partecipato alle botte da orbi della 194 vicino alla collina di Tahure.
Insomma, per ora me la cavo senza danni, e dopotutto non è mica male.
 
Il celebre calligramma per Lou
Questo frammento conclusivo dice già molto. Lei è contenta e pure il poeta non disdegna la vita in armi dopo diversi mesi di guerra. Toutou è l'uomo con cui Lou ha una relazione tra le più importanti della sua vita, fino alla morte di lui nel 1926. La storia tra Gui e Lou invece, all'altezza di questa lettera, è già finita da qualche mese. Apollinaire si mostra naturalmente geloso nelle lettere, per Toutou e per i molti amanti a cui Lou generosamente si concede, tuttavia non scorda mai Toutou, ha parole d'affetto anche per lui, si informa e lo fa partecipare a improbabili scene erotiche. Tutto l'epistolario è acceso dal ricordo dell'amore carnale sfrenato che Gui e Lou riescono a giocare negli isolati momenti che precedono l'arruolamento o durante le licenze, si sofferma sull'inevitabile autoerotismo (lo "smanacciarsi") che sono costretti a praticare quando si separano e il ricordo dei momenti dell'amore morde. Soprattutto la prima parte della corrispondenza è ricca di accenti fieri di sadismo. Apollinaire è inoltre un vero anatomista immaginifico sul corpo di Lou e forse non è un caso che sia stato tra i primi ad avvalersi di un'espressione come "chirurgia estetica". Nella lettera del 2 gennaio del 1915 compare anche Madeleine Pagès, l'insegnante che Apollinaire incontra nel treno che lo porta da Nizza a Marsiglia, dopo aver trascorso il capodanno con Lou. A Madeleine chiederà la mano nell'agosto del 1915, senza farne cenno a Louise, alla quale continuerà a scrivere lettere appassionate ma sempre più arrendevoli, fino all'ultima del gennaio 1916 ricordata sopra. Nella lettera a Lou definisce Madeleine "assez intelligente d'ailleurs et je crois honnête" (di Lou invece non mancherà di calcare il tratto della bugiardaggine). E se Nizza è la città del principio e assieme a Nîmes scenario di incontri felici, Marsiglia diventa lo sfondo del loro ultimo incontro di amanti, allorquando Lou ribadisce i principi della propria libertà ed esorta il poeta a sostituirla (e lui obbedisce scrivendole di averla sostituita con la foresta dell'Argonne). Da questo momento scriverle diventa lenire. In Apollinaire c'è la costante preoccupazione per la contentezza dell'amata, in un colloquio a distanza che si fa via via adombrato da incomprensioni, delusioni, slanci e ricadute, soprattutto dopo la Pasqua del 1915, che sancisce in un certo qual modo il loro allontanamento, la poca cenere di un amore che è già tutto bruciato. Da qui in avanti Lou diventa scostante, Apollinaire lascia spazio a descrizioni importanti della vita in guerra, delle budella delle trincee, delle uscite a cavallo, si lamenta della secchezza, della brevità o della rarità delle sue lettere. E così Marsiglia sta per la fine di questa storia d'amore tra le più note del Novecento, quasi una beffa per Apollinaire che odiava la città tanto da scrivere di essere disposto ad accettare tutto fuorché una relazione tra Lou e un marsigliese.

Con Madeleine Pagès, nel 1916
Agli epistolari dobbiamo molto, non banalmente perché ci introducono all'opera di un autore, al retroscena distinto dalla ribalta, al suo fantomatico "laboratorio" e ai periodi in cui accade una sorta di sprofondamento intimo, ma perché segnano lo scarto tra lo scrivere per tutti al quale uno scrittore, almeno in linea teorica, è vocato e lo scrivere a una persona soltanto. In questa fondamentale differenza c'è tutto il perimetro degli epistolari, finestre irregolari dove ci affacciamo per la nostra lettura voyeuristica. La fortuna delle raccolte di lettere, a livello editoriale, ha conosciuto momenti alterni che oscillano dai best-seller rilkiani alle lettere pubblicate dalle prestigiose e monumentali edizioni nazionali di letteratura, probabilmente ad uso e consumo degli addetti ai lavori soltanto. L'interesse di queste lettere, di cui esiste anche un'altra edizione proposta da Archinto nel 1999 col titolo Lou, mia regina, non è tanto nella parte sfrenata e carnale del ricordo ma più in là, quindi dopo la Pasqua del 1915, quando interviene il distacco e la fuoriuscita, forse il venir meno dell'amore (nella sua disarmante Cosa resta Piero Ciampi incomincia così: "Cosa resta di noi due? / Resta un'ombra che fugge nel mattino / e un bel viso nella testa. / È successo un fatto strano: / io ti amavo e non ti amo.")

Louise de Coligny-Châtillon
E l'epilogo? Louise visse a lungo, fino al 1963, mentre Apollinaire, che l'aveva scampata varie volte sotto il fuoco dei "crucchi", morì di influenza spagnola il 9 novembre 1918, a guerra ormai conclusa, dopo essersi comunque fatto trapanare nella testa. Questa la loro fine nel mondo in cui s'erano amati. Ma il loro ultimo incontro? Avvenne a Parigi, città dove Apollinaire disponeva di una dimora di cui anche Lou usufruì in sua assenza. Fu un incontro casuale e se lo immagina Lorenzo Flabbi nella sua nota intitolata Baci, lacrime, granate. Storia di un amore (la ricostruzione è possibile grazie a un comune amico dei nostri, André Rouveyre, e non grazie a delle lettere o ad altra documentazione intima)

"Si incontreranno un'ultima volta, per caso, nel 1917 o nel 1918, in place de l'Opéra a Parigi. Possiamo immaginarci la scena: i due appartati per pochi minuti sotto un grande portone giallo tra un gioielliere e un rivenditore di caffè, le diverse tensioni interne, i conseguenti silenzi imbarazzati di chi ha al contempo troppo da comunicare e nulla da dirsi, qualche rimprovero, un po' di delusione, forse della freddezza. Poi l'ultimo sguardo prima di tornare alle rispettive compagnie, quello di chi già sa che non si rivedrà più". 

sabato 20 febbraio 2016

Domatori di organi_Ada Lovelace

di Luca Rizzatello



that portion of the material forces of the world entitled the body of A.A.L.


Il 24 gennaio 2015 sul blog Raspberry PI AI è stato pubblicato un post dal titolo Turing Test: Passed, using computer-generated poetry; viene spiegato che questa IA può creare una poesia indistinguibile da quella dei poeti reali. Il vero Test di Turing di questa IA consisteva nel venire accettata da una rivista letteraria. La rivista in questione è The Archive, pubblicata dalla Duke University (Durham NC). Viene anche spiegato che è stato utilizzato un generatore di poesia che usa una grammatica libera dal contesto (Context-free grammar), servendosi della notazione di Backus-Naur Form; inoltre, si possono leggere dei testi1.
Ada Lovelace è nata nel 1815, ed è morta nel 1852. Stando a Wikipedia, nel 1842 Charles Babbage fu invitato a tenere un seminario sulla sua macchina analitica al secondo Congresso degli scienziati italiani, che si teneva presso l'Università di Torino. Luigi Menabrea, giovane ingegnere italiano e futuro primo ministro del Regno d'Italia, si dedicò successivamente a una descrizione del progetto di Babbage, che pubblicò col titolo Notions sur la machine analytique de Charles Babbage nell'ottobre del 1842 alla Bibliothèque Universelle di Ginevra. Babbage chiese ad Ada Lovelace di tradurre in inglese il saggio di Menabrea e di aggiungere eventuali note. Durante un periodo di nove mesi, tra il 1842 e il 1843, Ada si occupò di tradurre e commentare tale materiale, che di seguito fu pubblicato su The Ladies Diary e Scientific Memoirs di Taylor sotto le iniziali A.A.L.. Il suo lavoro fu talmente accurato che il testo di Menabrea si ampliò, dalle venti pagine originali, a circa cinquanta in virtù delle note aggiunte dalla curatrice2. Per gli amanti delle citazioni da usare nei post, ecco due mai-più-senza tratti dal repertorio di AL: 1. Possiamo affermare in maniera del tutto appropriata che la Macchina Analitica tesse motivi algebrici, proprio come il telaio Jacquard tesse fiori e foglie3, e 2. Non sono mai veramente appagata da quello che comprendo; perché, per comprendere come mi è consentito, la mia comprensione può essere solo una frazione infinitesimale di quello che voglio capire circa le tante connessioni e relazioni che mi vengono in mente, come la materia in questione sia stata la prima a essere considerata o raggiunta, ecc. ecc. Maria Luisa Ardizzone ha scritto che considerarla come parte della storia intellettuale d’occidente, che la poesia stessa contribuisce a edificare, rientra nella riflessione da cui si avvia questo lavoro, che perciò ripensa l’opera di Cavalcanti come linguaggio che si costruisce a specchio di un dibattito di idee europee, non in quanto trasferisce contenuti già assestati in versi, ma perché fa della poesia lo spazio linguistico nuovo ove discutere e partecipare al discorso intellettuale del tempo. Tale dibattito noi non lo consideriamo solo scritto in prosa, ma anche in versi, non solo in latino, ma anche in volgare. Il concetto moderno di campo come luogo dinamico di interazioni di forze è quello che meglio può darci un’idea di come questa poesia organizzi un territorio inedito. […] Nuovo era il trapianto nel volgare di questi contenuti e della loro terminologia filosofico-scientifica, così che la poesia finiva anche per collaborare alla formazione linguistica di una società che si apriva a modelli nuovi di saperi4-4bis. Di AL ci è rimasto un sonetto, peraltro scolpito sulla sua lapide, intitolato The Rainbow:

Bow down in hope, in thanks, all ye who mourn;-
where'in that peerless arche of radiant hues
surpassing early tints,-the storm subdues!
Of nature's strife and tears 'tis heaven-born,
To soothe the sad, the sinning and the forlorn;-
A lovely loving token; to inspire;
The hope, the faith, that Power divine endures
With latent good, the woes by which we're torn.
'Tis like a sweet repentance of the skies,
To beckon all by sense of sin opprest,-
Revealing harmony from sins and sighs;
A pledge that deep implanted in the breast
A hidden light may burn that never dies
And bursts through storms in purest hues exprest


In questa poesia tutt’altro che memorabile, ci sono almeno due spie linguistiche degne di nota; la prima è radiant hues (tinte radiose). In una lettera a Michael Faraday, AL scrive

Caro Signor Faraday,
il suo paragonarsi a una tartaruga mi ha stuzzicato enormemente. Ha provocato il mio divertimento.
Sono anche colpita dalla potente verità della designazione che ha dato alla natura della mia mente:
“elasticità dell’intelletto”.
È davvero l’esatta verità, felicemente espressa a parole.
Mi ha fatto pensare a un assurdo, ma non privo di grazia, quadro allegorico, ovvero
di una quieta misurata e meticolosa tartaruga, con una bella fata che gli saltella intorno in un migliaio di tinte radiose e variabili; la tartaruga grida, “Fata, fata, non sono come te, non posso assumere a volontà migliaia di forme aeree ed espandermi sopra la superficie dell’universo. Fata, fata, abbi pietà di me, e ricordati che non sono altro che una tartaruga”. 
Cosa risponde la fata gentile e premurosa? Un po’ come segue:
“Cara tartaruga, sarò per te di un colore semplice e sobrio. Posso assumere qualunque forma io voglia. Sarò un bellissimo fantasma, raggiante di colori e di eloquenza, se me lo ordinerai.
Ma adesso sarò un piccolo uccellino marrone silenzioso al tuo fianco, e gentilmente insegnami come conoscerti e aiutarti. Ma la mia bacchetta magica è tua se lo desideri, e la consegnerò nelle tue mani per il tuo scopo.”
Un mio amico mi chiama sempre “La fata”. Questo è ciò che mi suggerì un paragone davvero lusinghiero, che forse devo avere fatto nascere io.
Mio Dio, mio marito mi chiama sempre L’uccellino5. Nella sua testa la sensazione di somiglianza è così forte che io credo veramente lui mi veda quasi nelle sembianze di quella adorabile specie tra le creature di Dio. 
Un medico illustre mi disse che ero come una cavalla araba, per costituzione fisica e indole.
Oh cielo! Non ho voce in capitolo per intrattenerla con questo egotismo. Ma davvero, la sua nota ha aperto la vena; le specie allegoriche della mia mente; e fatico a fermarmi.
Un altro amico mi chiama “lo spiritello”. Non so come mai, ma nessuno mi chiama o pensa a me come a una semplice mortale!
Non è una fata matematica un composto molto curioso? Comunque è così; e è il segreto. Ho in me entrambe le polarità nord e sud; e madre Natura ha prodotto una stravaganza, e per una volta ha unito armoniosamente in un individuo facoltà che solitamente non coesistono.
L’Analisi più profonda, con una sfolgorante immaginazione che lavora sulla superficie di queste gravi e insondabili profondità. L’analisi serve a richiamare i saltelli della mia immaginazione per dargli ordine e confinarli nella soggezione alla verità e alla logica6.

Nella lettera, radiant & varying hues (tinte radiose e variabili) sono emanazioni della rappresentazione allegorica della fata; ma questa condizione – o meglio, configurazione – non è che una delle facce del prisma. Se in prima istanza emerge la configurazione imposta da terzi nelle figure dell’uccellino e della cavalla araba, lo scarto si ha al momento dell’autodefinizione, in specie che non appartengono alle creature di Dio, e che fanno di lei una freak (si noti: di madre Natura, non di Dio), in grado di armonizzare elementi abitualmente inconciliabili7. E questa è la seconda spia linguistica: Revealing harmony from sins and sighs.
Nella nota A si legge che la Macchina Analitica può aggiungere, sottrarre, moltiplicare o dividere con facilità, ed esegue ciascuna di queste quattro operazioni in modo diretto, senza l’ausilio di alcuna delle altre tre; inoltre: sarebbe opportuno spiegare, che con la parola operazione, intendiamo ogni processo che modifica la relazione reciproca tra due o più cose, di qualsiasi tipo possa essere questa relazione. Questa è la definizione più generale, e includerebbe tutti i soggetti dell’universo. Il nodo risiederebbe nelle possibilità di cambiamento prodotte dalla messa in relazione e dalle operazioni tra cose, attraverso un codice/una macchina sufficientemente potente8. Proseguendo nel ragionamento, il meccanismo operativo può essere messo in azione indipendentemente da quale sia l’oggetto su cui si operi. Ancora, si può agire su altre cose oltre al numero. […] Supponendo che, per esempio, la relazione fondamentale tra i suoni nella scienza dell’armonia e della composizione musicale fosse suscettibile di tale espressione e adattamenti, la macchina potrebbe comporre pezzi musicali elaborati e scientifici, di ogni grado di complessità o entità9. E andando oltre, l’immaginazione è la Facoltà della Scoperta, preminentemente. È ciò con cui penetriamo i mondi invisibili attorno a noi, i mondi della Scienza. È con ciò che sentiamo e scopriamo cosa è, il reale che non vediamo, che esiste ma non per i nostri sensi. Le cose che abbiamo imparato camminando sulla soglia di mondi sconosciuti, mediante quelle che vengono comunemente definite le scienze esatte, potrebbero con le bianche ali fatate dell’Immaginazione sperare di levarsi in volo più lontano nell’inesplorato in cui viviamo10.  Ancora una volta, scienze esatte e ali fatate coesistono. In una lettera del 1844, indirizzata all’amico Woronzow Grieg, AL fa riferimento a un futuro lavoro (che però non vedrà mai la luce) intitolato Calculus of the Nervous System11, in cui avrebbe voluto sviluppare un modello matematico che spiegasse come i segnali nervosi provocassero pensieri ed emozioni nel cervello. Steven Pinker ha scritto che qui sta il problema. I parser12 dei calcolatori sono troppo meticolosi. Essi trovano ambiguità che sono certamente legittime, dal punto di vista della grammatica della lingua, ma che nessuna persona sana troverebbe. Uno dei primi parser di calcolatore, messo a punto a Harvard negli anni Sessanta, fornì un esempio famoso. L’enunciato time flies like an arrow [il tempo vola come una freccia] è sicuramente non ambiguo (ignorando la differenza tra i significati letterali e metaforici, che non ha nulla a che fare con la sintassi). Ma, con sorpresa dei programmatori, l’acuto calcolatore scoprì che aveva cinque alberi13 differenti:

Il tempo procede veloce come una freccia. (il significato inteso)
Misurate la velocità [to time: prendere il tempo] delle mosche [flies] allo stesso modo in cui [like] misurate la velocità di una freccia.
Misurate la velocità delle mosche allo stesso modo in cui una freccia misura la velocità delle mosche.
Misurate la velocità delle mosche che assomigliano a una freccia.
Le mosche di un tipo particolare, le time-flies, amano [like] una freccia.14

Note

3 Sketch of the Analytical Engine invented by Charles Babbage by L. F. Menabrea, With notes upon the Memoir by the Translator Ada Augusta, Countess of Lovelace, nota A. Questa traduzione e le seguenti sono mie
4 Maria Luisa Ardizzone, Guido Cavalcanti. L’altro Medioevo, Edizioni Cadmo, 2006, pp. 9-10
5 Il Dizionario Collins presenta, come variante gergale, la definizione bambola B
6 lettera di Ada Lovelace a Michael Faraday del 10 novembre 1844
7 In accordo con il marito e con l’illustre medico, l’etologo cognitivo interpreta la figura della danza descritta da un’ape al ritorno da una spedizione fortunata di ricerca del cibo come qualcosa che denota la distanza lineare e la distanza angolare della fonte di cibo dall’alveare. Dunque per l’etologo cognitivo la danza di un’ape è una rappresentazione: essa “sta per”, “si riferisce a”, “denota” qualcos’altro. Del resto, siamo abituati ad attribuire la stessa funzione a numerosi altri oggetti: a un’espressione linguistica, a un cartello stradale, a un modello in scala; o ad altri eventi, come un gesto. La sintassi delle locuzioni “sta per”, “si riferisce a”, “denota” induce a pensare a relazioni compiutamente esprimibili mediante predicati a due posti: “x sta per y”, “x si riferisce a y”, “x denota y”. Ma questa struttura sintattica è ingannevole: solo in virtù di un atto interpretativo, condotto da una qualche entità, si asserisce che un evento (come una danza o un gesto) o un oggetto (come un dipinto o un’espressione linguistica) si riferiscono a qualcos’altro. Quando si afferma “x si riferisce a y” si sottende “per z”, dove il ruolo di z è usualmente svolto da uno o più esseri umani. […] Nelle situazioni più comuni possiamo asserire “x si riferisce a y” senza specificare “per z”, proprio perché in tali circostanze z è usata come una variabile che assume come valore solo un determinato essere umano o un gruppo di esseri umani. Quali valori può assumere z nel caso della danza delle api?A (Guglielmo Tamburrini, I matematici e le macchine intelligenti, Bruno Mondadori, 2002, pp. 29-30)
8 In una nota del 1843, AL ha scritto che un linguaggio nuovo, immenso e potente è stato sviluppato per gli scopi futuri dell’analisi, con il quale poter esercitare le sue verità così che possa diventare di più veloce e precisa applicazione pratica per gli obiettivi dell’umanità di ciò che i mezzi finora in nostro possesso hanno reso possibile. Perciò non solo il mentale e il materiale, ma il teorico e il pratico nel mondo matematico, hanno dato origine a una connessione più intima ed efficace C
9 Nota A
10 da una nota di AL del 1841
14 Steven Pinker, L’istinto del linguaggio, Oscar Mondadori, 2013, p. 200

Note 2

A una risposta possibile è questa: E ancora; appena il sole d’oro ha sconfitto l’inverno, l’ha ricacciato/ sotto e aperto alla chiara luce il cielo,/ eccole subito andare per balze per boschi/ e mietere i fiori purpurei e dissetarsi sopra le acque/ che corrono, in volo: allora, colme di non so quale dolcezza,/ si danno alla loro discendenza e ai nidi; allora con arte modellano/ le cere fresche e cesellano masse tenaci di miele (vv. 51-57); inoltre: Da questi segni e guidati da questi esempi, taluni/ hanno detto le api possiedono un elemento della divina mente/ e respiro celeste (vv. 219-221)*
B La musicista era una damigella meccanica apprezzata, oltre per la capacità di suonare il pianoforte, per la grazia e la leggiadria che i suoi costruttori, Pierre Jaquet-Droz (1721-1790) e il figlio Henry-Louis (1752-1791) avevano saputo darle. Viene corteggiata da Luigi XV, Luigi XVI e re Giorgio III d’Inghilterra. Intorno alla metà del Settecento il fascino della damigella meccanica era dovuto ad un congegno che aveva il compito di far muovere gli occhi e di far girare con civetteria la testa e il busto per indurre chi la guardasse in una sorta di incantamento erotico. Sempre lo stesso congegno faceva abbassare e alzare ritmicamente il seno, secondo il ritmo di respirazione. Alla fine di ciascuna delle cinque arie che sapeva suonare, la damigella compiva una pudica reverenza con il movimento degli occhi per accogliere gli immancabili applausi. Nel racconto Olimpia, nella sua prima apparizione al giovane Nathanael, suona il pianoforte con la stessa grazia dell’automa dei Jaquet-Droz. […] Clara, la fidanzata di Nathanael, viene rappresentata come una figura angelica dagli occhi luminosi. Nathanael, in uno dei suoi momenti difficili, si confida con lei, tentando di raccontarle la sua inquietudine attraverso la lettura di alcuni componimenti poetici. Di fronte alla impassibilità emotiva di Clara la rimprovera gridandole: «Maledetto automa senza vita» (Michela Mancini, Vedere il progresso. Mostri, bambole e alieni nel romanzo illustrato dell’ottocento, :duepunti edizioni, 2012, pp. 67-68)
C Ci recammo quindi alla scuola di lingue, dove tre professori si consultavano circa il modo di migliorare l’idioma del paese. Venne proposto dapprima d’abbreviare il discorso col ridurre i polisillabi in monosillabi e col sopprimere verbi e participi. In realtà, tutte le cose immaginabili che altro non sono se non nomi? In secondo luogo si propose di abolire qualsiasi parola per il vantaggio evidente che da tale abolizione sarebbe derivata alla salute e alla brevità. Infatti, ogni parola che si pronunzia è in certo modo un logorio dei nostri polmoni e contribuisce ad accorciare la vita. Considerando che le parole sono soltanto nomi che designano cose converrebbe agli uomini di portare addosso tutte quelle cose necessarie ad esprimere i particolari negozi intorno a cui si propongono di parlare. […] C’è solo un inconveniente ed è che, se i negozi da trattare sono molti e di diversa specie, si è obbligati a portare addosso un sacco enorme di oggetti, a meno che si possa disporre d’uno o di due robusti servi accompagnatori che facciano da facchini. […] I proponenti di questa invenzione segnalavano un altro grande vantaggio: che cioè essa sarebbe valsa come lingua universale di tutte le nazioni civili, le quali generalmente adoperano suppellettili ed utensili della stessa specie, o che molto si somigliano. In tal modo gli ambasciatori avrebbero potuto trattare coi principi e ministri stranieri, pure ignorando del tutto le lingue di questi ultimi. (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Mondadori, 1960)

Note 3


giovedì 18 febbraio 2016

A Ca' dei Ricchi a Treviso riparte "Traversi", la rassegna di poesia curata da Marco Scarpa in collaborazione con TRA Treviso Ricerca Arte

Con l'avvicinarsi della primavera riprende la rassegna di poesia contemporanea "Traversi" a cura di Marco Scarpa con la collaborazione di TRA Treviso Ricerca Arte, ospitata come le altre volte negli spazi del palazzo di Ca' dei Ricchi a Treviso. "Traversi" negli anni ha già portato a Treviso poeti da quasi ogni angolo d'Italia e non solo. Curiosa e variegata la modulazione del nuovo programma che si estende da febbraio a giugno, sempre di venerdì. La partenza è imminente, il prossimo 26 febbraio con Alessandra Racca e Ramon Trinca, poi sarà la volta di Giulio Casale, cantante degli Estra e  impegnato da anni in ambito teatrale (Sullo Zero il suo libro di poesie ormai introvabile e Intanto corro il suo libro di racconti, di cui s'è parlato qui). Il 22 aprile a Treviso arriva il paesologo irpino Franco Arminio, il 27 maggio ci sarà di nuovo una serata doppia con Silvia Bre e Klaus Miser e la chiusura sarà a ridosso dell'estate con Milo De Angelis il 17 giugno. Sono serate belle, poi si va a casa con qualcosa in un'aria già primaverile.


 
TRA / Ca’ dei Ricchi. Via Barberia 25, Treviso
0422.419990 / 339.6443542 / segreteria@trevisoricercaarte.org
Orari mostre: mar – sab 10.00 – 13.00 e 15.30 – 19.30; dom 15.30 – 19.30.

martedì 16 febbraio 2016

Da Trieste a Roma (a Padova per un imminente appuntamento): riparte la casa editrice ItaloSvevo

Ricevo all'ultimo da Matteo Giancotti e riporto il comunicato stampa relativo alla ripartenza in seno ad Alberto Gaffi Editore in Roma della ItaloSvevo, casa editrice fondata nel 1967 a Trieste da Sergio Zorzon (una curiosa storia che mischia librerie, marchi editoriali, aste). In tutta fretta, dato l'avvicinarsi del giorno, segnalo anche il prossimo appuntamento di Padova, dove avrà luogo la presentazione dei due titoli che riaprono le pubblicazioni: Trittico di Hans Tuzzi e Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari (entrambi brevi libri di 64 pagine e entrambi in vendita al prezzo di 10 euro).

Venerdì 19 febbraio 2016 - ore 18
ItaloSvevo. Piccola biblioteca di letteratura inutile

Intervengono: 
Giovanna Frene, poeta
Matteo Giancotti, critico
Giovanni Nucci, direttore editoriale ITALOSVEVO
Alberto Gaffi, editore ITALOSVEVO
Modera: Cristiano Draghi, giornalista
L'insegna della libreria nella bancarella
di Galleria Rossoni a Trieste

comunicato stampa
ITALOSVEVO
Piccola biblioteca di letteratura inutile

La casa editrice storica di Trieste riprende vita con una collana raffinata, intelligente e dal sa­pore mitteleuropeo,
per smuovere dalla pe­riferia un impero culturalmente in crisi.

«Anche se Trieste non ha dato grandi valori creativi, è stata un’ottima cassa armonica, è stata una città di una sismograficità non comune: per capirlo, bisogna aver visto le biblioteche finite sulle bancarelle dei librai del ghetto… Tutta una grande cultura non ufficiale, libri veramente importanti e sconosciutissimi, ricercati e raccolti con amore, da gente che leggeva quel libro perché aveva proprio bisogno di quel libro.
Bobi Bazlen

L’energia intellettuale che da sempre caratterizza la città di Svevo, Saba, Bazlen e Stuparich, per una nuova editoria di cultura, intel­ligente e attenta alle esigenze dei lettori più raffinati.
Una collana di volumetti intelligenti e anticonvenzionali per contenere quel­la letteratura, di grande tradizione italiana, che non appartiene alla narrativa e difficilmente trova spazio nelle case editrici.

Volumi di piccolo formato molto cura­ti nella veste grafica, copertina in brossura su carta di pregio con lunghe bandelle, ri­legatura filo refe, tagli laterali in tonso.

Con questo nuovo progetto editoriale ItaloSvevo si vuole catalizzare l’energia culturale che nasce dalla storica tradizione letteraria di Trieste e che tuttora ne fa una delle città più attive e ferventi, per esportarla in tutto il Paese. Il progetto della Italosvevo, la cui direzione editoriale è affidata a Giovanni Nucci, è di andare a cogliere questo fermento là dove storicamente è sempre, con una produzione letteraria particolarmente vivida, colta, intelligente e raffinata. Con un occhio di riguardo alla realtà triestina, pubblicando però indistintamente autori italiani e, se necessario, stranieri.  

La collana che inaugura la rinascita della Italosvevo raccoglierà dei testi chiaramente letterari, ma non propriamente narrativi.  La «Piccola biblioteca di letteratura inutile» si muoverà negli spazi del reportage, delle divagazioni letterarie, divertissement, pamphlet, testi di letteratura filosofica o di saggistica dissacrante, brevi scritti morali. Nel segno della riflessione e della critica, dall’attenzione e dell’intelligenza, del sarcasmo e dell’ironia.

I primi due volumi previsti in uscita il 18 febbraio 2016 sono di due autori quanto mai diversi e distanti per età, genere, provenienza e scrittura. Due testi ugualmente forti.

Hans Tuzzi, tra i più raffinati autori italiani, con Trittico ha voluto dare a questa nuova casa editrice tre racconti morali, incisivi e taglienti, con la forza della coscienza critica, come ci si aspetta da un grande intellettuale.

La grafica curata da Maurizio Ceccato è moderna pur seguendo i dettami della grafica editoriale di più chiara tradizione.

Marco Rossari, traduttore dall’inglese tra i più quotati, scrittore ironico e iconoclasta, pubblica Piccolo dizionario delle malattie letterarie: una lista dei tic, dei mali, dei paradossi, delle fobie e delle compulsività degli scrittori, le diagnosi e i rimedi del mondo letterario impietosamente elencati in ordine alfabetico. Il libro di Rossari ha l’introduzione di Edoardo Camurri, padrino perfetto non solo per questo dizionario, ma per tutta la collana.

“C’è un grande dire del ritorno al vinile nell’editoria, del libro come oggetto e della qualità. Noi faremo libri particolarmente curati, con carta di ottima qualità e copertine molto belle, abbiamo deciso di lasciare le pagine intonse, come si faceva un tempo, da dover tagliare col tagliacarte, per dare l’idea di un oggetto da accudire. Però abbiamo anche la presunzione di pubblicare dei testi diversi da quelli che si trovano solitamente in giro. Stiamo quasi andando a cercare quello che gli altri scartano, magari per mancanza di attenzione, o di coraggio. I grandi movimenti dell’editoria italiana di questi ultimi tempi stanno creando dei nuovi spazi, delle opportunità per un piccolo editore. Ma non avrebbe senso cercare di fare quello che già fanno gli altri, vorremmo dare spazio a quella letteratura che definirei “filosofica” che ha una straordinaria forza nella nostra tradizione letteraria, basti pensare a Manganelli, Calvino, o a Sciascia… per non parlare di certe cose specificatamente triestine di Bazlen, Stuparich o Saba. Magari riusciremo a scovare qualche inedito di autori del passato, ma vorremmo più che altro indirizzarci su testi di autori viventi, magari considerati marginali nell’ottica un po’ univoca del mercato della narrativa. Tanto degli esordienti, o non particolarmente affermati, quanto dei grandi autori che hanno qualcosa di talmente particolare che i loro grandi editori stentano a pubblicare. Noi vogliamo usare la forza di una piccola e nuova casa editrice e unirla con l’incredibile brodo di cultura che ancora oggi si respira a Trieste, nella sua formidabile tradizione culturale e letteraria. E vogliamo andare dove gli altri sentano a volersi spingere.”
Giovanni Nucci


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