venerdì 26 maggio 2017

Le lettere di Gustav Mahler a compositori, direttori d'orchestra e intendenti teatrali raccolte in "Caro collega" da Il Saggiatore

Musicali pretesti #14

Di tanto in tanto, una notizia su un libro e un brano da ascoltare, al libro collegato.

Tanti tanti anni fa girava per casa un volume verde di Giuseppe Pugliese intitolato Gustav Mahler ...il mio tempo verrà. Lo prendevo in mano spesso, lo sfogliavo e non lo leggevo mai. Del resto, come ho scritto, questo accadeva tanti tanti anni fa. In pochi casi il primo contatto con la musica di un compositore è passata prima per un libro, una copertina, quel ritratto austero del compositore e direttore d'orchestra con gli occhiali. Un volume con un titolo analogo è stato riproposto nel 2010 da Il Saggiatore, Gustav Mahler: Il mio tempo verrà. La sua musica raccontata da critici, scrittori e interpreti 1901-2010 (a cura di Gastón Fournier-Facio, pp. 832, euro 45). Il Saggiatore, va detto, è una casa editrice che mostra le maggiori e più belle attenzioni a quello che resta dell'editoria musicale all'interno dei cataloghi di varia, in più generi musicali e stando ben lontana da certe infatuazioni di altre case editrici. Di recente la stessa casa editrice, per la cura di Franz Willnauer e la traduzione di Silvia Albesano, ha mandato in libreria un altro volume mahleriano, leggermente meno corposo di quello ricordato poco sopra, intitolato Caro collega. Lettere a compositori, direttori d'orchestra, intendenti teatrali (pp. 436, euro 42). Il libro si colloca in un solco più grande che è quello della grande tradizione dell'epistolografia mahleriana, un fiume che ha più rivoli (si pensi alle lettere alla moglie Alma Maria Schindler o al carteggio con Richard Strauss). Com'è normale e giusto che sia, in un epistolario così ricco si potranno trovare le lettere ai "colleghi" compositori, ma anche le non meno interessanti lettere che documentano le travagliate vicende organizzative che un compositore sempre deve affrontare. Del resto, per diventare grandi, c'è poco da fare, tocca lavorare sodo e non basta, oggi meno che mai, star davanti a un computer e fare tutta quelle serie di cose che un computer o altri dispositivi consentono di fare (certo, si può "lavorare al computer", anche in ambito artistico, ma non basta). Il libro offre quindi a un lettore di oggi anche un peculiare e saporito motivo di interesse, perché ci mette davanti gli affanni e le attività di un musicista-imprenditore. Si può leggere qua e là, in alcune sue parti, come un testo che evoca e forse anticipa i nostri affanni promozionali ai tempi del promuovi te stesso in campo culturale e artistico (i nostri mezzi sono gratuiti o quasi e purtroppo certi effetti della gratuità si notano). E, poiché siamo tutti qui a provare a fare la fantomatica promozione, non è male gettare uno sguardo attento sullo stile di condotta di un artista come Mahler, proprio in quello che oggi considereremmo il lato promozionale della sua vicenda (sia chiaro che non uso la parola "promozione" in senso dispregiativo, perché è necessaria, ora come allora, il problema è semmai il come farla).

Per l'ascolto pretestuoso vado a parare sul pezzo che segue, il quale risale davvero agli albori della carriera di compositore di Mahler, che nacque nel 1860 e morì nel 1911. Siamo nel 1876, Mahler è un giovanissimo studente di conservatorio e Il Quartetto con pianoforte in la minore rimane ancora oggi la sua prima opera nota (incompiuta).




"Ad ovest qualcosa si muove". La rassegna tra i quartieri di Monigo, Santa Bona, San Liberale, San Paolo e San Pelajo di Treviso

"Ad Ovest qualcosa si muove" è una rassegna di concerti, spettacoli teatrali, eventi di poesia, danza, movimento e sport in luoghi significativi dei quartieri ovest della Città di Treviso. All’aperto tra gli alberi e sotto le stelle, nei parchi e nelle aree verdi, nei giardini di Ville e di case solidali, nel bosco del respiro. Da un'idea nata dal progetto quartieri Ovest “Scenari e Idee per il nostro quartiere” promosso dall'Assessorato alla Partecipazione del Comune di Treviso in collaborazione con il Dipartimento di prevenzione dell'AULSS 2 – Distretto Treviso.

Un programma di note, parole e movimento tra il verde dei quartieri Monigo, Santa Bona, San Liberale, San Paolo, San Pelajo si svilupperà tra maggio e settembre 2017.




Il pieghevole completo di questa rassegna 
è scaricabile come PDF a questo link.


Per quanto riguarda la parte la parte del programma con le letture di poesia, curata da Andrea Breda Minello, segnalo le serate del 15 e 22 giugno:

Giovedì 15 giugno 2017, ore 21
Bosco del respiro
Il bosco poetico: la poesia tra natura e bellezza
Letture di Maddalena Bergamin, Alberto Cellotto, Roberto Cescon, Isabella Panfido, Francesco Targhetta e Antonio Turolo

Giovedì 22 giugno 2017, ore 21
Bosco del respiro
Il bosco poetico: la poesia tra natura e bellezza
Letture di Simone Maria Bonin, Giovanna Frene, Laura Liberale, Luca Rizzatello e Giovanni Turra

mercoledì 24 maggio 2017

"Neurobiologia del tempo" di Arnaldo Benini. Possiamo prendere congedo dal tempo?

Che cosa c'era prima del Big Bang? Domanda legittima per il nostro cervello che produce il tempo assieme ai concetti di prima (e dopo). Ma se pensiamo che dal Big Bang è iniziata anche la "storia" del tempo così come lo conosciamo (o tentiamo di conoscere) la domanda comincia a vacillare o quantomeno a proiettare una luce diversa su quel qualcosa che per Kant era un a priori dell'esperienza assieme allo spazio (e a livello neuronale abbiamo scoperto che c'è prossimità tra quanto è deputato alla percezione del tempo e quanto è deputato alla percezione spaziale). Chiedersi cosa c'era prima del Big Bang è allora chiedersi cosa c'era prima della nascita del concetto di prima. Tutto cambia e il tempo stesso evolve, muta. Il tempo di oggi non è quello di una volta, verrebbe da dire, e tanto meno quello dei primi minuti dell'universo. Inoltre, allargando lo sguardo, il quadro cosmologico e fisico, semplificando drasticamente, risulta circa il seguente e chi legge libri di divulgazione lo sa: per il tempo non è un gran periodo all'interno della fisica moderna e non certo da oggi. La fisica quantistica pare abbia intrapreso un lungo percorso, a tratti convincente e persuasivo anche per chi la frequenta da esterno, volto a espungere il tempo dalla trama della realtà. In termini simili si esprime un fisico e divulgatore di successo come Carlo Rovelli. Non tutta la comunità dei fisici però concorda e chi ha anche solo preso in mano i libri del fisico statunitense Lee Smolin lo sa, perché Smolin pone un assunto di fondo che coincide con quanto ricaviamo dalla lettura del libro di Arnaldo Benini Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina, pp. 120, euro 14): non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo. La nostra domanda di partenza potrebbe allora essere anche un'altra: fino a quando saremo in grado di sostenere una teoria come quella del Big Bang e cosa succederà alla conoscenza umana, anch'essa risiedente nel cervello degli uomini, se questa teoria sarà abbandonata? Naturalmente non è questo il punto focale del libro di Benini, ma questo passaggio e la piccola provocazione in esso contenuta serviva a riportare lo sguardo sul cervello e sui risultati delle neuroscienze cognitive che Benini sintetizza con efficacia. Il suo percorso è diventato un libro scritto con una prosa che alterna significativamente il rimando alla letteratura scientifica e il riferimento alla nostra esperienza comune e diffusa del tempo e delle sue bizzarrie. Per fare un solo esempio, al di là di discorsi che si possono fare sull'inquinamento luminoso di uno stadio, nelle gare di atletica si usa tuttora per la partenza uno stimolo sonoro e non visivo, poiché reagiamo in minor tempo a potenti stimoli sonori. Così Usain Bolt si trova già proiettato in gara prima ancora di averne coscienza.

Arnaldo Benini, che è professore emerito di Neurochirurgia e neurologia presso l’Università di Zurigo, non è nuovo a simili affondi saggistici e ha scritto un libro breve e chiaro sul tempo e sul contributo neurobiologico alla comprensione di questo quid che da sempre chiama a raduno le intelligenze di filosofi, letterati, fisici e neuroscienziati. Per stare alla "nostra" letteratura, un campo caro anche a Benini e da sempre irretita e sedotta dal tempo, non è da escludere che la nozione di "temps perdu" usata da Proust per titolare La recherche fosse entrata nel suo radar grazie alla familiarità di certi studi del padre medico, in particolare con quelli di Herman von Helmholtz, che a metà del XIX secolo, studiando l'elettricità animale, scoprì il "tempo perduto" tra un evento e la sua coscienza (è infatti illusione la simultaneità tra evento e sua percezione e oggi si parla infatti generalmente di "tempo compresso", insomma, siamo sempre in ritardo e il presente stesso è presente ricordato)Attraverso capitoli brevi e ben calibrati Benini si mette al servizio di un lettore disponibile a percorrere le diverse immaginazioni attorno al tempo. In queste pagine il neurochirurgo passa attraverso realtà e illusione del tempo, le sue certezze e il suo enigma (come nel celebre adagio agostiniano sul tempo), la distinzione tra GT (tempo oggettivo, government time) dei fusi orari e degli orologi, manufatti dell'uomo, e PT tempo personale (personal time) nel quale "detta legge" l'affettività che fa vivere il tempo a ciascuno in modo diverso. Benini affronta anche in un capitolo dedicato la centralità del tempo negli studi sul linguaggio e sulla musica e non mancherà di interessare linguisti e musicologi. Efficace risulta in chiusura la rassegna della letteratura scientifica nei casi di lesioni o glioblastomi e molto belli sono i capitoli dedicati al mondo animale e al senso del tempo che permane anche nel caso di non-coscienza dato dal sonno.

Per tornare al quesito del titolo, secondo l'autore "non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo", neanche a seguito delle pressioni del mondo fisico. Pare paradossale il contesto contemporaneo, dove se da un lato troviamo la scienza fisica che prova, nel suo studio delle relazioni tra corpi e particelle, a spingere fuori il tempo, dall'altro riscopriamo continuamente i sensi del tempo per provare a sentire e capire qualcosa che sta dentro la natura (natura tout court, non natura umana). Ogni scienza, nel tempo (tocca dirlo), tende a creare una curiosa sovrapposizione con gli strumenti concettuali di cui si è servita per studiare il proprio oggetto e un senso quasi felice di profonda incompletezza, che non è da intendersi come rinuncia (tanto meno rinuncia dell'avventura scientifica) inizia finalmente ad abitare in noi. Potrebbe essere un nuovo scenario assai fecondo. Aspettiamo. Per Richard Feynman, fisico, il tempo è quello che succede quando non succede niente.

sabato 20 maggio 2017

"L'antagonista" di Edoardo Zambelli

Gioca bene la carta del proprio esordio Edoardo Zambelli ne L’antagonista (Laurana, pp. 222, euro 15), costruendo un romanzo che corre su due linee che convergono verso un comune punto di fuga. Qui la fiction (quella che possiamo chiamare la "vicenda principale") e la meta-fiction (le pagine del romanzo che il protagonista anonimo sta scrivendo, finzione nella finzione) si intervallano creando un inedito gioco di specchi, retto sempre con attenzione e controllo in ogni fase della narrazione, in una prosa che si distingue per come lascia precipitare l'incerto dentro la certezza di un nugolo fitto di descrizioni, fino all’allucinato e allucinante epilogo. Quanto avremo letto fino allora si sarà srotolato davanti a noi come un giallo a tappe, costellato di geometriche e inquietanti coincidenze. Evitando di avvitare l’analisi attorno a un protagonista (ma si usa questa parola con le pinze in un romanzo che si intitola così!) e alla sua vita di trentenne-quarantenne inetto e inadatto dalla vita sfasciata - tema di cui ipotizziamo gli operatori editoriali non sentano la mancanza, dopo i tentativi promozionali della spenta “generazione TQ" - Zambelli ha costruito un viaggio in prima persona che continuamente rimanda agli altri, al prossimo, alle entrate/uscite delle persone e dei luoghi nella vita di tutti.

Chi si racconta ha da poco concluso una relazione di matrimonio e decide di ritirarsi a Torre dell’Orso, un paesello marino della Puglia, per scrivere un romanzo e questa è una delle due rotaie su cui effettivamente scorre il testo, oltre alla vicenda principale. Qui, provando a ricomporre una vita routinaria fatta di passeggiate e scrittura, farà la casuale scoperta, da un quotidiano locale, della morte per suicidio di Erika, persona-movente di tutto il viaggio che intraprenderà e di tutte le anime che si accalcheranno nelle pagine di questo libro. Erika era stata la sua ragazza molti anni prima, all’epoca dell’università nel mantovano. Proprio per questo l’uomo che narra la vicenda principale con una prosa lontanissima dall’ipotassi (e forse all’inizio bisogna un po’ fare l’orecchio alla frammentazione) si reca a Gonzaga per starci qualche giorno. Inizia dalla tomba dove trova un biglietto con su scritto soltanto "perdonami", parla con il parroco senza ricavare granché, ritrova l’agonizzante Giovanni gestore del negozio di dischi dove aveva lavorato, un parente di Erika e Grazia, la donna attraente che ha preso in gestione l’albergo in cui si ferma per qualche notte. Sono tutte persone che scopriremo essere legate alla vita e al destino tragico di Erika. Ad un certo punto la narrazione prende la strada di Roma e lasciamo al lettore anche la curiosità di scoprire quale Roma dipinga Zambelli, perché qui sta una delle parti più riuscite del suo lavoro. A Roma i nodi vengono al pettine grazie all’incontro con un impresario teatrale che aveva preso in consegna Erika e il suo sogno di recitazione e veniamo rinviati infine a un fotografo che era diventato il compagno di Erika e che l'aveva uccisa senza ucciderla, mortificandola in uno stupro di gruppo da lui immortalato in una foto. Sono spesso le foto a orientare i vettori del racconto di Zambelli, fino alla foto dello stupro e al suo bruciare. E piove molto nelle pagine, il cielo si riapre ma torna immancabilmente a piovere e fa freddo. I due sensi più corteggiati dalla scrittura, vista e udito, mi pare abbiano trovato in questo esordio una riuscitissima staffetta.

Edmond Jabès ha scritto che "non siamo fatti per pensare gli inizi. Sono gli inizi che, successivamente, ci pensano". A rincorrere il mistero di una fine Zambelli ha scritto soprattutto un libro molto bello sugli inizi delle relazioni e sulla loro permanenza. Il viaggio si compie in avanti nel tempo, ma in realtà diventa un viaggio di ricostruzione, flashback, indagine e memoria. L'impressione è che comunque non ci sia niente di più fuorviante dell'espressione "fare i conti con il proprio passato". Senza esagerare nel dipanare una trama sostanzialmente lineare ma ricca di colpi di scena “a ritroso”, va detto che questo libro ricolloca la scrittura in quel percorso radicalmente disturbante che da sempre le appartiene e che è folle chiederle di dimenticare per inseguire un mercato che sembra più a suo agio nei libri "onesti" dei buoni, edificanti sentimenti e scenette. Giulio Mozzi, che per questo libro ha scritto la bandella, ha affermato che L'antagonista è “un romanzo sul desiderio di essere uccisi”. Questo desiderio può riguardare sia la vicenda principale di Erika sia quella inventata, ovvero l’ulteriore invenzione dentro l’invenzione, la storia che lo scrittore sta scrivendo e che intervalla, spesso con capitoli più brevi, quella che per comodità abbiamo definito “vicenda principale”. Tra l’altro a Zambelli è riuscito anche di non scrivere l’ennesimo romanzo poco interessante con al centro le vicende di uno scrittore: non vi è quasi nulla di autoreferenziale, ma quello che vale è la relazione tra le persone che comporranno questo mosaico di un pavimento curvo e irregolare, dove malcerti si cammina tutti, il come si diventa solo comparsa nella vita di qualcuno, il come si resta nei sentimenti e nel ricordo. Senza rinviare a idiozie come ad esempio "il fuoco sacro dell'arte" o altre menate del genere, anzi, lasciando percepire il distacco profondo da queste (almeno mi è parso si percepisca nettamente ciò nell'incontro tra il protagonista e l'impresario teatrale), Zambelli ha infine instillato il dubbio di un rinnovato valore simbolico attivato da qualsiasi opera di finzione. In effetti lui a volte fa economia e ogni cosa che rientra nello spettro di registrazione della sua sonda sembra poi per forza destinata ad avere un ruolo fondamentale nella ricerca attorno al mistero di Erika. In tempi di realismo o neorealismo questa economia di elementi e questo ruolo di tutto ciò che precipitava nella pagina aveva un valore ben preciso e diverso, forse poco interessante. Oggi è diventata altro. Ma che cosa precisamente? Simbolo e basta? Non lo so.

martedì 16 maggio 2017

"La casa di Bernarda Alba" di Federico García Lorca. Settant'anni fa la prima in Italia

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #35


Dopo aver ricordato (qui) l'enigmatica e inesauribile opera Il pubblico, torno brevemente sul teatro di García Lorca, corpo di testi che nel tempo appare parte tra le più feconde e durature del suo lascito di scrittore. Nel 1936, a 38 anni, qualche mese prima di essere fucilato a Viznar dai falangisti, Lorca scrisse La casa di Bernarda Alba, una "tragedia in tre atti" che fece a malapena in tempo a leggere ad alcuni amici. Il titolo ci cala già nella scena unica, ovvero la casa della dispotica Bernarda Alba, uno spazio deliberatamente chiuso, apparentemente ermetico ma con ampie falle. Tra queste spesse mura Bernarda, dopo la morte del marito, ha deciso di allargarsi ed espandersi, e qui ha sostanzialmente sprangato nel silenzio del lutto la vecchia madre e le cinque figlie. Solo la figlia maggiore, che ha ereditato dal padre, potrà avere rapporti con gli uomini e in particolar modo con Pepe il romano, il più bello del paese, un personaggio che Lorca ha l'accortezza di non mandare mai in scena, lasciando questa tragedia nell'alveo di un gineceo sofferente ad alta pressione e creando un gioco interni/esterni in assenza di esterni. Pepe, che è solamente interessato all'eredità della sorella maggiore, ha in realtà una storia con la sorella minore, Adele. Questa finirà per impiccarsi quando Bernarda finge di aver ucciso l'uomo che, a causa della frequentazione con la figlia più piccola, è divenuto la causa dei mali della famiglia e potenziale minaccia dell'onore.

Dramma della segregazione (non solo quella della gioventù delle figlie, ma anche quella della madre anziana e di una serva), dell'intrico soffocante delle convenzioni nella Spagna rurale (siamo in Andalusia), del senso dell'onore, dell'abbandono e della convergenza verso uno stesso uomo da parte di più sorelle, finanche esempio all'apice di una certa gelosia raggiunta "intra moenia", La casa di Bernarda Alba è parimenti un dramma semplice, un "documentario fotografico" nella parole del suo autore, che lascia all'esecuzione scenica il rinnovarsi del guardare che reinventa, ogni volta, il prodigio stesso del teatro. Nelle voci femminili che si rincorrono e creano lo spazio chiuso e concluso della casa, Lorca ha alluso - qui più che altrove - ai drammi della pazzia e della ribellione che hanno occupato i palchi del teatro coevo, facendo emergere, più di mille discorsi, alcune riflessioni cruciali per chi si occupa di storia delle donne e femminismo (e trovo strano che non vi sia il suo nome tra quelli che si ricordano maggiormente). Continuiamo a viaggiare sparati tra le convenzioni e il teatro, che è convenzione tra le convenzioni (come il linguaggio, del resto), è ancora una volta qui a farci guardare dentro queste meccaniche convenzionali rattrappite e così poco celesti.

La casa di Bernarda Alba, la cui prima mondiale si registra soltanto l'8 marzo 1945 al Teatro Avenida di Buones Aires con l'attrice spagnola naturalizzata uruguaiana Margarita Xirgu, è disponibile all'interno della collana "Collezione di teatro" di Einaudi sin dal 1965 (pp. 67, euro 10, traduzione dell'ispanista Vittorio Bodini). In Italia la prima fu esattamente settant'anni fa, il 17 maggio 1947, al Teatro Nuovo di Milano, per la regia di Vito Pandolfi e con Wanda Capodaglio. In chiusura, è facile riconoscere che ha sicuramente più senso recensire una messa in scena di un'opera teatrale che un libro che ne contenga il testo in traduzione. Eppure nel gran discorso e metadiscorso fantasmagorico che riguarda i nostri magici libri - e nel quale anche un blog come questo è impelagato - è bene che ritornino protagonisti anche i libri del teatro: spesso nascondono più tesori della narrativa o della poesia, solo per far il nome di due generi, e funzionano meglio come attivatori di impressionanti scene mentali che possono o meno aver trovato un riscontro in una data regia e messa in scena dell'opera. Provare per credere. 

sabato 13 maggio 2017

da "L’anno di Giorgia" di Mila Lambovska (nella traduzione di Emilia Mirazchiyska)

Una poesia da #63


Foto: Tonya Atanakova


Mi chiamerò Zinaida 

Sarò nata in Sibiria.
Raccoglierò Matricaria camomilla nei miei sogni 
e sognerò cose sognate ma  di poca importanza 
Come mi bacerai, bacerai, bacerai
poi mi dici: “Te la cavi bene”.
La seconda guerra mondiale non sarà cominciata.
Saremo passato, presente e futuro nello stesso tempo.
Anche la terza non sarà cominciata.
Ma sapremo che arriverà e ci ameremo
con  accanimento.
Proviamo a fare  cinque, sei, sette, otto
bambini barbuti
in un albergo inventato
in Shambala dov’è estate eterna.
Prima di fucilarci diranno
che l’avevano osservato durante tutto il tempo
ma gentilmente hanno aspettato la fine dell’inverno siberiano.


Così tanto mi pesa il vento

Come una balena che giace sul mio sonno
come una pioggia in cui io affogo
e poi vengo a galla su una costa sconosciuta
Come una balena che provoca la catastrofe di una nave
Come inchiostro che si è sparso sul parquet 
di una vecchia casa borghese
Come una balena scappata dall’oceano
E la governante non sapeva
che fare con il bebè illegittimo
Mi aveva nascosto tra i cespugli di rose
dicono che avessi pianto
Come una balena durante una tempesta, abbandonata
ficcata nella sabbia, che se sapesse il bulgaro
avrebbe gridato salvatemi, sono un principe incantato
sono vento
e peso così tanto
che ormai non ce la farà e si sveglierà...



Mila Lambovska
Le sue raccolte di poesie uscite in Bulgaria sono Ode per Ghizu-Bazu, pubblicata nel 1996 in poche copie con lo pseudonimo Mila Kirovaz, lilà (2007) e Tango con tigre (2013) edite dalla casa editrice bulgara Janet 45 e l'ultima raccolta L’anno di Giorgia (Scalino, 2016) da cui sono tratti i testi sopra.


mercoledì 10 maggio 2017

"Essere Corpo. La Prima guerra mondiale tra letteratura e storia": presentazioni a Torino e a Genova del volume curato da Tancredi Artico

Leggere una grande guerra #25

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).




COMUNICATO STAMPA

IL RUOLO TESTIMONIALE DEL CORPO 
NELLA GRANDE GUERRA: 
PRESENTAZIONE DEL VOLUME ESSERE CORPO


Orari: 
Giovedì 11 maggio ore 18.00, presso la Libreria Trebisonda, Via Sant’Anselmo 22, Torino. Ingresso libero.

Lunedì 15 maggio ore 16.30, presso la Biblioteca Civica Berio, Via del Seminario 13, Genova. Ingresso libero.

Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org

A Torino e Genova lo start up del B#SIDE WAR FESTIVAL, rassegna artistica e culturale ideata e promossa da IoDeposito Ong, inizia con la presentazione del volume Essere Corpo – la Prima guerra mondiale tra letteratura e storia, edito per Lint nel 2016 a cura di Tancredi Artico. Oltre alla presentazione generale dei progetti di ricerca internazionali di IoDeposito, le due città ospiteranno infatti giovedì 11 e lunedì 15 maggio un incontro dedicato alla raccolta di saggi sul ruolo del corpo e del suo immaginario nella Prima Guerra mondiale. Gli appuntamenti appartengono al nutrito programma della terza edizione del Festival, che prevede numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

Esito editoriale del complesso progetto di ricerca internazionale "Il corpo delle umane memorie", Essere Corpo si compone di sedici contributi saggistici di oltre venticinque ricercatori e professori universitari provenienti da otto paesi. In una panoramica approfondita e trasversale, il volume si propone di  mettere a fuoco il tema del ruolo del corpo nell'arco di ciò che si può considerare la fonte dei conflitti novecenteschi e attuali: la Grande Guerra. La prospettiva di analisi è incentrata sul valore originale della testimonianza e sul linguaggio universale del corpo, slegata pertanto dall'approccio unicamente storicistico. A tracciare il composito quadro, concorrono difatti pagine di letteratura e saggistica di storia contemporanea, così come di storia dell'arte, diaristica di guerra e di sociologia della comunicazione. Essere Corpo, che gode del patrocinio dell’Università degli Studi di Trento, della Struttura di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Segretario Generale del Consiglio d’Europa, si configura dunque come un attraversamento poliedrico del 'quinquennio di sangue', crudo ma sincero. E proprio da questo imprinting di ricerca il volume trae la propria forza critica, mettendo insieme una disamina corale che mira a restituire allo studio delle guerre (mondiali, ma non solo) la propria dimensione costitutivamente umana.

A coronare il percorso di ricerca è infine la copertina, l'opera Glue Zebra di Paolo Patelli, che non solo esemplifica la scelta di evitare un rigido approccio storico-matematico ma contestualizza il libro nella contemporaneità, attraverso una rilettura moderna e sfaccettata di un’esperienza di dolore. «Una ricapitolazione necessaria» spiega Tancredi Artico, italianista in forza all'Università degli studi di Padova e curatore dell'opera «che nasce dall'esigenza di indagare i conflitti bellici in virtù di una visione poliprospettica, attingendo al multiforme ventaglio d'analisi offerto dalle espressioni artistiche, memorialistiche, e dai documenti diretti e indiretti». Finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e insignita del massimo riconoscimento da parte dell’UNESCO, Essere Corpo ritorna sulla Prima Guerra Mondiale con documenti e testimonianze d'eccezione la cui validità scientifica si fa risorsa stimolante, e non limite che si arena su date e resoconti di conquiste, permettendo così al lettore di non dimenticare che la guerra è stata fatta da uomini, contro uomini.

Il curatore Tancredi Artico e alcuni collaboratori presenteranno Essere Corpo

-a TORINO, giovedì 11 maggio alle ore 18.00, presso la Libreria Trebisonda, Via Sant’Anselmo, 22 (TO);

-a GENOVA, Lunedì 15 maggio alle ore 16.30, presso la Biblioteca Civica Berio, Via del Seminario, 13 (GE).


Contatti
Link dell'evento:  
http://www.bsidewar.org/it/prossimi-eventi/corpo-ruolo-del-corpo-del-suo-immaginario-nella-guerra-libreria-trebisonda ; http://www.bsidewar.org/en/highlights/corpo-ruolo-del-corpo-del-suo-immaginario-nelle-guerre-ieri-oggi/
Web: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org
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Ufficio stampa: daniela.madonna@iodeposito.org