mercoledì 18 gennaio 2017

"Il personaggio uomo" di Giacomo Debenedetti ritorna per Il Saggiatore

Sarà pure una stravaganza incominciare con quest'annotazione, ma trovo assai curiosa l'assenza del trattino nel titolo del noto volume di Giacomo Debenedetti Il personaggio uomo, riproposto in questi giorni da Il Saggiatore nella collana "Le Silerchie" nel cinquantennale della morte del critico (pp. 171, euro 17, prefazione di Raffaele Manica). In quel trattino tra "personaggio" e "uomo", che sempre c'è nel testo del saggio di Debenedetti ma che manca nelle copertine che hanno vestito quest'opera, si annida una parte dell'interesse per questo libro e per la formula critica divenuta ormai celebre e dalla quale è stato ricavato il titolo. Un trattino infatti lega due parole in una stessa isoipsa, mentre l'assenza di trattino pone la parola "uomo" in una funzione piena di apposizione, la quale, almeno per come la percepisco, ha una sfumatura e altezza diversa. C'è da notare poi che Debenedetti, prima di stabilizzare la fortuna di questa sua formula nel saggio del 1965, la usava in altre forme, come ad esempio nel saggio su Federigo Tozzi qui contenuto, dove scrive "personaggio «uomo»" ricorrendo alle virgolette basse (accade nel saggio intitolato "Con gli occhi chiusi" che è del 1963). Insomma, quella del personaggio uomo era un'intuizione critica "ondulatoria" che stava nell'aria che Debenedetti respirava.

La riproposta di questo libro che uscì postumo nel 1970 si può inquadrare nel legame che Debenedetti ebbe con la casa editrice Il Saggiatore, di cui è stato direttore editoriale. Nell'introduzione apprendiamo che il presente volume chiude il nuovo ciclo de "Le Silerchie" e anche questa scelta trova una giustificazione solida: se pensiamo a un libro come Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie» scritte e non firmate da Debenedetti (Sellerio), possiamo ritornare su questa peculiarissima collana che il critico disegnò come un unicum e possiamo rispolverare un campione degli "inviti alla lettura" dei libri che componevano la collana. La "Biblioteca delle Silerchie" era contraddistinta da un'eterogeneità di campi e probabilmente da quella stessa mancanza o "felice sfiducia" nel metodo di cui parla anche il saggio "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo".

Come è noto, lo scritto "Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo", collocato in apertura del volume, non è uno scritto di sola critica letteraria e fu pronunciato nel 1965 in una tavola rotonda della Mostra del cinema di Venezia. Il cono di luce è già proiettato e circoscritto nel suo incipit:

Chiamo personaggio-uomo quell’alter-ego, nemico o vicario, che in decine di migliaia di esemplari tutti diversi tra loro, ci viene incontro dai romanzi e adesso anche dai film. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, come capita con i poliziotti in borghese, gira il risvolto della giubba, esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te. Allora non c’è più scampo, bisogna lasciare che si intrometta. Ma non ha solo questa virtù di mediatore, che spesso rende «più praticabile la vita». L’evoluzione della sua specie porge anche il filo rosso per seguire la storia, non solo della narrativa, ma di tutta la letteratura e forse delle altre arti. Attualmente in quella evoluzione deve essere successo un salto qualitativo: ne è prova la decadenza della critica che vorrei definire osmotica, la quale penetrava il personaggio, e ne era penetrata, sia pure con il rischio di contrabbandare una vischiosità, un intrico di filamenti organici, una indiscreta e madida abbondanza di flussi; ma alla fine arrivava sia a comprendere quel personaggio che a spiegarlo.
Per tutto il saggio, il richiamo alla fisica delle particelle è costante ed è come se il critico non volesse perdere il treno di quanto quell'universo di scoperte aveva dischiuso e messo a disposizione dei critici volenterosi di mutuarne intelligentemente un segnale. In un punto si legge che "la nostra tesi è che oggi la narrativa e la scienza sembrano trasmettere, con due codici diversi, lo stesso tipo di informazioni su ciò che maggiormente interessa la natura dell’uomo e del mondo", mentre in un altro ancora Debenedetti parla addirittura di "personaggio-particella". Ho parlato di segnale e non di metodo, proprio perché la grande novità di Debenedetti fu quella di essere un critico senza metodo. Mi riferisco all'assenza di un "metodo metodologico" o alla sfiducia in un metodo dominante. Non è esagerato affermare che ogni opera dell'ingegno, se tale, pone le condizioni di esistenza dei metodi con i quali avvicinarla. Lo scritto di Debenedetti sul personaggio-uomo è centrale perché ogni dibattito sulla letteratura è da sempre segnato dal personaggio, dai personaggi, dagli antipersonaggi o dagli antagonisti. Insomma, non si dà vero dibattito sul romanzo senza far riferimento a questo costrutto del personaggio che Debenedetti contribuì più di altri a scandagliare. Intuì l'affiorare, da più schermi, del nuovo personaggio-uomo di cui - sarà bene ricordarlo, spostando l'attenzione sul titolo - ne fa una "commemorazione provvisoria".

Il volume non è da far coincidere soltanto con il celebre intervento sul quale anche qui ci siamo dilungati, ma contiene i saggi "Un punto d’intesa nel romanzo moderno?", "Il personaggio‑uomo nell’arte moderna", un altro fondamentale contributo sul Tozzi "moderno" e il suo romanzo Con gli occhi chiusi (la categoria di "moderno" applicata a Tozzi viene da Luigi Baldacci ed è successiva, ma Debenedetti fu senza dubbio precursore), "Puccini e la «melodia stanca»", "Il tarlo in valuta oro" dove ammirazione e distanza da Emilio Cecchi emergono nitide, e il conclusivo "Vittorini a Cracovia". Assieme a Il romanzo del Novecento (Garzanti), lezioni universitarie trascritte in quel volume per cui Eugenio Montale scrisse l'introduzione, questo suo libro, per molti versi "nato orale", fa coppia nella bibliografia imprescindibile sul romanzo del secolo scorso, in attesa di capire cosa ne sarà di questo sempre sconosciuto genere negli anni a venire (oggi potremmo aggiornare la bibliografia anche con Teoria del romanzo di Guido Mazzoni uscito per Il Mulino). Il libro è soprattutto un punto di partenza per l'acquisizione di nuovi punti di osservazione sul significato del personaggio nelle arti. Anche in queste pagine si può osservare Debenedetti farsi "complice" (la definizione è di Pasolini) degli autori che di volta in volta analizza, e sia che si parta da Proust, Joyce, Pasternak, Tozzi, Pirandello o Moravia, ogni affondo porta a compimento una riflessione dalla quale ha senso una ripartenza del pensiero. (Un tema di approfondimento potrebbe essere il confronto tra il lascito critico di Debenedetti e la di poco precedente riflessione francese attorno al "nouveau roman" alla quale anche lui, assai spesso, si rifà con interesse e senza ammaliamenti.)

domenica 15 gennaio 2017

Tradurre in italiano Peter Cameron, Alicia Erian, Davis Grubb, Hilary Mantel, Andrew Sean Greer e altri. Intervista a Giuseppina Oneto

Librobreve intervista #73


Giuseppina Oneto
LB: Incomincio col chiederti dell'ultimo lavoro di traduzione pubblicato, invitandoti a parlare del libro, non necessariamente dal punto di vista di chi l'ha tradotto (se questo è possibile). Che libro è?
R: Mi pare sia Al di là del nero di Hilary Mantel, un testo che avevo tradotto già da qualche tempo e che è stato editato soltanto l’anno scorso, dalla Fazi. Un’opera singolare, affascinante, un po’ destabilizzante. È la storia di una medium che si guadagna da vivere sfruttando la sua capacità di parlare con i morti. Ma lei con i morti ci convive nella realtà, convive con gli invisibili fantasmi delle persone un tempo presenti nella sua infanzia e ormai defunte. E quelle presenze sono l’espressione del male, coloro che contribuiscono a portare l’inferno sulla terra; sono la terribile prova che il bene non soltanto fa fatica a esistere, a trovare posto, ma anche a essere riconosciuto. Alison, la protagonista, viaggia per le sale di provincia, si esibisce in teatri scalcinati e cerca a modo suo di consolare i vivi trasmettendo le parole dei cari estinti, ma edulcorando i loro messaggi. Più di tanto non può dire, non può riferire davvero quello che sente, percepisce e vede, altrimenti spaventerebbe i suoi “clienti”. La sua assistente, Colette, donna piuttosto arida, materiale e scettica, le rimprovera questo suo atteggiamento, anche perché lei stessa vorrebbe sapere qual è la verità, per quanto di fatto cerchi di non saperla. Per lei il mondo del paranormale è per un verso soltanto il modo di guadagnarsi da vivere, e per l’altro di scoprire se l’uomo insignificante e incivile con cui era sposata, è di fatto la sua unica prospettiva di non restare sola. Si tratta di un libro molto particolare, tenero e duro al tempo stesso, poetico e fantasioso, ma anche realista, spietato, ironico, critico. L’ho molto amato, e devo dire che ho scoperto più di Hilary Mantel in questo romanzo che in tanti altri suoi testi. È come se avessi potuto toccare la radice della sua scrittura, quel luogo, nel confronto fra i morti e i vivi, da cui cava le sue storie, la sua dimensione di narratrice di vicende nelle quali è sempre presente una dimensione “diversa”, ben amalgamata al suo elegante, a tratti shakespeariano, fraseggio.

LB: Ora vorrei fare a una traduttrice una domanda sulle recensioni di libri. Al di là della deprecabile pratica di non citare il traduttore, ancora viva anche presso penne importanti, e al di là della difficoltà di spendere parole sensate per la traduzione di un'opera, volevo chiederti, da lettrice di recensioni, cosa ti manca più spesso quando le leggi? Credo infatti che il punto di vista di un traduttore sia interessante per chi scrive recensioni di opere tradotte.
R: La questione, riguardo alle recensioni, è sì per un verso l’omissione, in molti casi, come tu sottolineavi, del nome del traduttore, ma quel che a mio avviso manca, è spesso proprio la consapevolezza che il testo recensito non è nato in italiano. Vi è stato trasportato, con esiti più o meno fausti. Il recensore, a mio avviso, non dovrebbe tentare di trasformarsi in un critico della traduzione, perché ciò richiederebbe alcune competenze più specifiche; se però coglie degli aspetti del testo significativi, o molto significativi, non dovrebbe mai dimenticare il lavoro fondamentale – direi imprescindibile – per la circolazione delle idee che sta alla base della sua possibilità di leggere il libro in una lingua a lui familiare. Vedere trattati i libri in traduzione come se fossero nati in una lingua universale – che nel nostro paese, stranamente, coincide con l’italiano – mi rattrista, e mi dà ogni volta il senso che è ancora lunga la strada da percorrere per una piena consapevolezza culturale del ruolo chiave del traduttore. E della contaminazione fra le culture.

Maxie Wander
LB: Che ricordo hai del primo ingaggio? Quale era l'emozione più nitida? E oggi quali sono le emozioni più frequenti che ancora provi facendo questo mestiere?
R: Di tempo ne è passato parecchio, ma ricordo soprattutto due emozioni di fondo: il senso di infinita scoperta, di permeabilità alle emozioni altrui, di responsabilità nel ripercorrerle (nel caso erano i diari e le lettere di Maxie Wander) e lo sbigottimento di fronte a passi che non volevano piegarsi all’italiano, almeno non al mio, e la conseguente ricerca degli strumenti linguistici e retorici che mi permettessero di avvicinarmi il più possibile al testo originale. Oggi provo ancora emozioni molto simili, che affronto con strumenti fortunatamente affinati e più consapevoli, anche se ci sono momenti in cui trovare l’idea giusta – o più giusta possibile – è sempre una battaglia da condurre con molta pervicacia, pazienza e determinazione.  A volte, non lo nego, oggi provo anche stanchezza, ma più per via del costante scontro con chi, dentro e fuori il mondo editoriale, tenta di restringere ulteriormente il nostro ruolo, non solo con compensi che non tengono affatto conto della preparazione e formazione continua che richiede il nostro lavoro, ma anche coi tentativi di negare che questo lavoro richieda tale preparazione e formazione continua. È una parabola evolutiva strana: più si moltiplicano i corsi e le scuole di traduzione, più, come tendenza generale, si vuole un traduttore inconsapevole, spiccio e disinvolto, veloce e delocalizzato nei compensi e nelle condizioni lavorative.

LB: Da tempo stazioni principalmente su opere di lingua inglese, ma a suo tempo ti sei concentrata anche su opere di letteratura tedesca. Quando è avvenuto il cambio di zona, se così si può definire? Qualche nostalgia?
R: Il cambio è stato dovuto a un rivoluzionamento avvenuto nella mia vita alcuni anni fa. Del tedesco come lingua ho sì nostalgia, ma devo dire non altrettanta della traduzione di testi tedeschi. Quando mi sono trovata ad abitare negli USA (e qui la storia sarebbe lunga), e agli studi si è unita un’esistenza condotta in un’altra lingua, il passaggio a poco a poco è stato naturale. A quel punto, del tedesco mi mancava la frequentazione diretta, il contatto quotidiano, si affievoliva e allontanava la percezione dei suoi ritmi e della sua evoluzione. Tutto ciò, probabilmente, è legato al mio modo di interpretare la traduzione: se non ho viva negli orecchi, non solo nell’intelletto, una lingua fatico a restituire il testo e ho l’impressione che gli esiti sarebbero dubbi. L’altro aspetto che mi ha convinto a continuare con l’inglese è stato l’universo che mi si è spalancato davanti in termini di letterature, tutte scritte in lingua inglese, ma appartenente a continenti diversi. Finora ne ho frequentati quattro (Nordamerica, Europa, Asia [India] e Australia).

LB: Si sa, le traduzioni invecchiano. Nella generale accelerazione di tutto, ti pare che le traduzioni invecchino con una velocità diversa da quella con la quale siamo soliti riferirci al mutamento linguistico? 
R: Per certi versi vorrei dire di sì. Si spalancano nuovi mondi, digitali, virtuali o meno, e si creano nuovi strati linguistici a velocità mai conosciuta prima, e altri si allontanano in tempo sempre più breve. Però non sono molto certa che questo abbia a che fare con l’invecchiamento inevitabile di una traduzione. Penso invece che abbia a che fare con una complessità sempre maggiore del mondo, vale a dire con un convivere di realtà che si moltiplicano, e un traduttore si trova, a seconda del testo, a doverne conoscere sempre di più. La cosa buffa è che, almeno nelle mie ultime esperienze traduttive, debbo attingere al mio passato di adolescente degli anni Settanta e adulta degli anni Ottanta. Certi linguaggi, certi realia, certe espressioni a me sono familiari perché li ho vissuti, e quindi debbo tornare indietro nel tempo per portare quanto più possibile del testo fonte al lettore italiano. E questo aggiunge complessità a complessità. E forse, vorrei aggiungere, che non invecchiano più velocemente le traduzioni, ma i linguaggi in tutte le loro varianti, e di alcuni resterà traccia più duratura e di altri meno.

LB: Posta così la domanda precedente sembra dare una connotazione totalmente negativa all'invecchiamento, che invece non ce l'ha. Secondo te il naturale processo di invecchiamento di una traduzione è una specula privilegiata per osservare meccanismi che difficilmente emergerebbero? Intendo meccanismi relativi alla lingua, alle ideologie e alla retorica in uso presso un traduttore, un editore o finanche un comparto editoriale nel suo insieme.
R: Quel che posso dirti è che sicuramente uno studio che andasse in questa direzione darebbe qualche frutto interessante. La mia osservazione però è più legata al piano sincronico, vale a dire che, a seconda della casa editrice con cui si lavora, ci si accorge che ci sono cose gradite o meno, piccoli o un po’ meno piccoli vezzi che bisogna in qualche modo saper rispettare, o assecondare. Ho l’impressione, però, che questo valga meno oggi, o valga in un modo diverso. Il lavoro editoriale è più sfaldato, meno compatto; ha perso un po’ della fisionomia monolitica come poteva avere in altri tempi, quando la figura dell’editore era più presente in una casa editrice, e non aveva caratteristiche manageriali. Forse un’impostazione ideologica e retorica come quella a cui accenni sopravvive in alcune piccole (medie) case editrici, che sembrano quelle più disposte a raccogliere o perlomeno a cercare di far restare in vita un modo ancora artigianale di fare i libri. Al libro, in questo caso, si tiene di più, e si interviene maggiormente secondo le proprie convinzioni editoriali. Per altro verso, spesso si nota invece che l’ideologia e la retorica prevalente è quella di andare incontro al lettore, vale a dire, di smussare, semplificare, sciogliere – a volte oltre il consentito – i nodi linguistici che pongono problemi interpretativi più impegnativi per chi lavora sul libro e per chi lo leggerà. Il che dà vita a una serie diversa di interventi, secondo un’ideologia di mercato che non sempre è al servizio del testo. E forse nel tempo questi andamenti, e anche altri che a me sicuramente sfuggono, resteranno segnati sulle pagine, e si potrebbero ricostruire studiando l’invecchiamento delle varie traduzioni.

LB: Ogni traduttore ha dei passi che, se potesse, ritradurrebbe all'istante. Capita spesso anche a te? Ci sono situazioni più tipiche di altre in cui ti capita di provare questo desiderio di rifacimento? (Ad esempio nei dialoghi, in passi descrittivi, in quelli contraddistinti da humour o altro).
R: Certo che mi capita, ma devo sorvolare quasi immediatamente. Non soltanto perché c’è un altro libro che attende, ma anche perché – pur avendo lavorato in piena coscienza e col massimo impegno – ormai so bene che il lavoro del traduttore è sempre perfettibile e una traduzione non è quasi mai definitiva (prima che invecchi e decada). Una volta incontrai la scrittrice e storica dell’arte Marisa Volpi, io allora non avevo ancora molta esperienza come traduttrice, e mi disse come per lei fosse irresistibile, riprendendo in mano i suoi libri, correggere qua e là la pagina stampata, a matita. C’era una parola, un’idea, una sfumatura che non era stata colta al meglio. Mi colpì molto questo suo rapporto viscerale con il testo, e da allora, ogni volta che ci ripenso, mi dico che quando sono obbligata a riprendere in mano una delle mie traduzioni (magari per una lezione), è meglio che la tratti come uno degli esiti possibili, non come un testo definitivo.

Hilary Mantel
LB: Attualmente su quale opera stai lavorando (se si può anticipare)?
R: Ancora la mia amata Hilary Mantel: Eight Months in Ghazzah Street, ambientato alla fine degli anni Ottanta in Arabia Saudita. Una coppia inglese, lui ingegnere civile, lei cartografa, si trasferisce a Gedda per lavoro. Non quello di lei, ovviamente, perché le donne, tanto più se straniere, non possono lavorare se non infrangendo la legge, a proprio rischio e pericolo. È dunque la storia di due occidentali che vanno in un paese arabo per ragioni economiche – gli ingaggi sono molto alti – e si trovano di fronte a una cultura che non comprendono, non amano, non condividono, ma che al tempo stesso detesta, diffida e con comprende loro. Mantel ha vissuto effettivamente per qualche anno in quel paese, e il suo resoconto in forma romanzata – nella casa dove vanno a vivere Frances e Andrew, i due protagonisti, c’è al secondo piano un appartamento sfitto che forse viene usato da un membro dell’estesa famiglia reale saudita per incontrare l’amante, comportamento per il quale è prevista la lapidazione per lei e la pena di morte per lui, e parte del mistero che fa da perno alla storia narrata – il suo resoconto, dicevo, è ancorato nell’esperienza vissuta, non pedissequamente autobiografica, e conferisce alla storia narrata una solidità che rende ancora più efficace la maestria stilistica e narrativa dell’autrice nel rendere il senso di mistero, di aria asfittica, di incomprensione culturale che permea il libro. Oltre a creare la suspense necessaria a seguire la vicenda di una coppia che fin dall’inizio non sembra destinata a uscire troppo bene dalla propria esperienza.

LB: Vorrei dedicare l'ultima domanda alla formazione. Tu stessa insegni in seminari di traduzione e volevo sapere come sei solita organizzarli e quali sono gli aspetti sui quali sei solita indugiare. E poi la cosa più difficile da insegnare, se esiste.
R: Sono tre le coordinate lungo le quali cerco di organizzare il lavoro, sempre applicato e solo in maniera molto limitata teorico: sviluppare gli strumenti per imparare a leggere, perché la lettura è il vero atto fondamentale per affrontare ogni traduzione: fondamentale per la comprensione del testo, del suo senso, del suo o dei suoi registri linguistici, e del ritmo (scrivere arriva sempre in un secondo tempo e bisogna interiorizzare questo passaggio); sconfiggere l’automatismo in quanto nemico di ogni buona resa in un’altra lingua: neppure una parola semplice come breakfast è scontato che in certi contesti possa essere tradotta con colazione, tanto per fare un esempio; e formare un chiaro senso della deontologia professionale, senza la quale si rischia di affrontare il lavoro e il mondo editoriale nel modo sbagliato, accettando compensi avvilenti a danno di sé stessi e dei colleghi, firmando contratti non di edizione e quindi rinunciando senza neanche rendersene a conto a tutelare, economicamente e moralmente, un’opera dell’ingegno che rientra sotto ogni aspetto nell’ambito del diritto d’autore. Va da sé che imparare a tradurre richiede molto tempo e molto esercizio, e corsi di questo genere possono essere solo un modo per aiutare a imboccare la strada giusta. Ovviamente non si insegna il talento e se c’è una cosa difficile da far accettare è che la scrittura viene sempre e solo dopo la lettura.

mercoledì 11 gennaio 2017

Poesie inedite di Raimondo Iemma



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Due poesie inedite di Raimondo Iemma (Torino, 1982).

Scienza delle costruzioni

Gli infiniti corridoi notturni
rimangono apprezzabili da fuori
ipotizzati da profili di finestre
iridi cromate sulle soglie di galassie

Così la grandiosa caserma osserva
lo svolgersi del giorno e sovrintende
al rumore bianco della notte
quando il cortile è il segreto più solenne

Nel segno della scuola elementare
la strada che scoscende è tutta neve
compiace le strutture dei bassorilievi
le scritte futuriste incise dallo Stato

L'ospedale è l'astronave persa
lancia segnali per la rotta del ritorno
vi passa di fronte come tappa obbligata
nella finta adunata presenta le armi

*

Le targhe delle auto sono bocche

Le vetture giungeranno a destinazione
non sono un messaggio cifrato di figure
aliene, non sono il bene sconfitto
non provengono dal mito futuro

Esse hanno luci che riconosce
un segno che interpreta e che ama
esse furono telaio, scocca, la mano
che salda, la pausa dal lavoro

I sedili di alcantara hanno ospitato
corporature molto ben formate
il retro degli umani lascia il segno
scendono dall'auto per entrare nel mistero

Un discorso fitto che si disfa
nell'abitacolo che sfreccia
è un documento andato smarrito
è la didascalia di un sogno

domenica 8 gennaio 2017

Le lettere da Muzot di Rilke non si traducono da sole (e una lettera di amentologia)

Quote #14

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Leggevo a salti Lettere da Muzot 1921-1926 di Rainer Maria Rilke proposte dall'editore Ghibli (pp. 394, euro 20). Di solito assieme alle indicazioni su pagine e prezzo del libro mi trovo a dare qualche coordinata su curatele e traduttori, ma questa volta, cercando all'inizio e alla fine del libro, non ho trovato traccia. Nelle pagine iniziali si legge della disponibilità dell'editore ad assolvere le proprie obbligazioni nei confronti degli aventi titolo rispetto ai diritti dell'opera. Nessuno mette in dubbio la ricerca compiuta senza successo dall'editore, tuttavia mi chiedo se un editore possa non sapere o fare a meno di menzionare i nomi dei traduttori di un'opera interessante che meritoriamente ripropone e mette a disposizione dei lettori. Poiché i testi non si traducono da soli, ho fatto una ricerca e capito che esiste una edizione delle Lettere da Muzot di Rilke pubblicata dall'editore Cederna nel 1947, a cura di Mirto Doriguzzi e Leone Traverso. Che sia proprio questa la versione che l'editore Ghibli ci ripropone oggi? Non ha l'aria di essere una nuova traduzione, ma naturalmente posso sbagliarmi. Ripeto, ho cercato ma non ho trovato traccia. Tra l'altro non è nemmeno menzionato l'autore del quadro da cui è tratto il particolare di copertina, dipinto che se non sbaglio appartiene a Paula Modersohn-Becker e data 1906. Siamo quindi in un anno di molto antecedente al rilevante periodo di Muzot, in cui il poeta addensa e completa la stesura delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo. Nominati i titoli di queste due opere rilkiane, non servirà aggiungere molto altro sull'importanza di quel soggiorno. Ecco una lettera che parla di amenti, salici e nocciòli. Ricorda da vicino certi discorsi botanici dei poeti italiani dello scorso secolo...


17. Alla signora Amann-Volkart 
Château de Muzot sur Sierre (Valais) 
Mia pregiata e gentilissima signora, 
che cara idea la vostra di mandarmi gli elementi «amentologia» e spiegarmeli in modo così chiaro ed evidente con la lettera che li completa! No, dopo questo non sono più necessarie altre o più precise informazioni: sono convinto. Strano: non esistono dunque amenti «penduli» di salice; e se ci fosse dunque qualche rara eccezione tropicale, non mi servirebbe a nulla. Il passo di poesia, del quale volevo riscontrare l’obiettiva esattezza, si regge o cade secondo che il lettore colga e capisca, al primo sentire, proprio questo pendere degli amenti, altrimenti l’immagine usatavi perde ogni senso. Bisogna dunque richiamare l’apparizione assolutamente caratteristica di quest’inflorescenza; e mi è subito riuscito chiaro, davanti alle figure molto istruttive del vostro libretto, che quell’arbusto che anni or sono mi produsse l’impressione di cui mi valsi nel mio lavoro, dev’essere stato un nocciòlo: i suoi rami, prima dello spuntar delle foglie, sono più fitti di amenti, che pendono lunghi, verticalmente. Dunque so quello che avevo bisogno di sapere; e nel testo sostituisco «nocciòlo» a «salice». 
Ma a voi, cara, gentilissima signora, devo questa certezza, e la soccorrevole sorpresa che me l’ha procurata in modo così inatteso. Dal volumetto voglio trarre ancora questa e quella utile nozione, e poi – tra alcuni giorni – ve lo rendo.
Sempre, con la più cordiale e devota affezione, vostro 

RILKE

mercoledì 4 gennaio 2017

Gli scritti in onore di Caterina Virdis Limentani a cura di Mari Pietrogiovanna pubblicati da Il Poligrafo: "Uno sguardo verso Nord"

Sono molteplici le porte d’accesso a Uno sguardo verso Nord. Scritti in onore di Caterina Virdis Limentani (Il Poligrafo, pp. 500, euro 50, a cura di Mari Pietrogiovanna). La pubblicazione ricade all’interno di quelle che si progettano per onorare la carriera di un docente, in questo caso quella di Caterina Virdis Limentani che all’università di Padova ha insegnato Storia dell’arte fiamminga e olandese, Iconografia e Iconologia (corso nel quale l’ho ascoltata all’opera), Storia dell’arte moderna e Storia dell’arte contemporanea. Più di cinquanta saggi, che spaziano dall’epoca medievale al contemporaneo, concorrono a formare questo libro ponderoso dedicato a diverse forme artistiche e segnato da diversi approcci metodologici, alla luce di un meccanismo che rispecchia gli interessi di ricerca e il rigore del lavoro svolto da Caterina Virdis Limentani. E così il lettore potrà passare da un saggio sull’anticanovismo di Gadda che legge Foscolo (nel contributo di Gianni Venturi sul rapporto tra alcuni scrittori del Novecento e l'opera di Antonio Canova), al John Berger e il desiderio come sguardo: riflessioni sull’immagine firmato da Denis Brotto, per finire con un contributo di Roberto Zanon su Gijs Bakker, designer olandese esponente del gioiello contemporaneo di ricerca. Trattandosi di decine di scritti è qui impossibile dar conto della vastità di temi, autori e opere affrontate dagli studiosi che hanno accettato l’invito a partecipare a questo volume.

Come alla base della partecipazione a questo ricchissimo volume vi è la conoscenza e l’incontro con la dedicataria dell’opera, così può nascere l’interesse per questo libro in chi ha conosciuto e frequentato i suoi corsi e lezioni. Ed è per questo che chi qui scrive ne dà notizia. Difficilmente avrei avuto modo di venirne a conoscenza senza aver frequentato un suo corso di Iconografia e Iconologia intitolato ai 4 salti in padella di Findus (proprio così, credo fosse l’anno 2000). 

Ricordando il lavoro di ricerca di Caterina Virdis Limentani e presentando il volume, la curatrice Mari Pietrogiovanna ha scritto:
[…] l’oggetto artistico è stato considerato in termini documentari, collezionistici, critici, stilistici, materiali, iconografici, iconologici e di irradiazione del gusto. La ricerca di un continuo e concreto riscontro con l’opera d’arte ha comportato un confronto serrato, avvenuto costantemente nei luoghi di conservazione delle stesse opere, in netta opposizione alla smaterializzazione dell’oggetto artistico che sta prendendo il sopravvento negli ultimi anni.
Per quel che mi riguarda, non ho molto da aggiungere, se non invitarvi a sfogliare il volume e prendere consapevolezza dall’indice di quanto vi potrete trovare. Per quanto riguarda il mio incontro con la dedicataria dell’opera, posso almeno ricordare che qualcosa del suo insegnamento è rimasto, a partire dalla fondamentale distinzione tra i termini “iconografia” e “iconologia” che davano il titolo al suo corso e al curioso slittamento semantico che è alla base dell’Iconologia di Cesare Ripa, libro che è invece interamente dedicato all’iconografia, a dispetto del suo titolo. Assai utile, in apertura di volume, la Bibliografia degli scritti di Caterina Virdis Limentani di Marialucia Menegatti, che parte con un Art Nouveau e Neoliberty del 1969 e si chiude con gli ultimi lavori dello scorso anno, tra cui i contributi per il catalogo della mostra del Museo Nacional del Prado El Bosco. La exposición del V centenario.

lunedì 2 gennaio 2017

"Il Golem" di H. Leivick

H. Leivick, pseudonimo di Leivick Halpern, scrittore bielorusso di lingua yiddish nato nel 1888 a Igumen (ora Cherven, vicino a Minsk), scrisse il poema drammatico in otto quadri Der Goylem tra il 1917 e il 1920. L'opera uscì nel 1921 a New York, città dove lo scrittore si trovava già dal 1913, cioè da quando, in modo a dir poco rocambolesco, era riuscito a fuggire dai lavori forzati in Siberia e imbarcarsi per l'America. Aveva aderito sin dalla gioventù al movimento socialista ebraico e trascorse più di un lustro, tra il 1906 e il 1912, tra carceri moscoviti e lavori forzati. Marsilio Editori, nella collana di classici centroeuropei "Gli anemoni" a cura di Annalisa Cosentino e Luigi Reitani, ramo della collana di "Letteratura universale", propone la traduzione di questo testo che resta uno dei lasciti più noti dell'autore, conosciuto anche per una produzione poetica che lo ha accompagnato per tutta la vita, anche in epoca post-Olocausto (nota è la sua raccolta In Treblinke bin ikh nit geven, "Non sono stato a Treblinka"). Ma si deve proprio al poema drammatico Il Golem, ora di nuovo disponibile in italiano (pp. 240, euro 17, a cura di Laura Quercioli Mincer, una prima versione data 1956 ed è a firma di Giorgetta Kalk Lubatti), la fama che toccò a questo autore che trascorse quasi cinquant'anni della propria vita negli Stati Uniti, fino alla morte nel 1962 a New York. Assieme al di poco antecedente Golem di Gustav Meyrink (1915), Il Golem di H. Leivick costituisce un dittico attraverso il quale studiare come sia stato calato in opere in quegli anni il tema fondante della fecondissima leggenda ebraica relativa al robot antropomorfo fabbricato dal rabbino di Praga Judah Loew ben Bezalel.

C'è qui una variante sul mito e non si tratta di una variante di poco conto, dacché il robot creato dall'argilla non detiene, come il golem del rabbino Maharal, un potere salvifico. Siamo davanti a un peculiarissimo caso di golem "nato stanco", la cui creaturalità è spenta nell'ombra. Quella del nostro poeta-tappezziere (con un secchio di colla e carta da parati è infatti spesso ricordato Leivick per le strade d'America) è una storia duale, di un rapporto padre-figlio assai singolare. E siamo parimenti sbattuti davanti allo stato mentale dell'uomo ebreo dell'Europa orientale nel periodo tra le due guerre, attraverso un testo che nelle otto scene percorre un periplo che lambisce di continuo le concezioni della nostalgia e della violenza nel pensiero e nella storia del popolo ebraico. Tra le molte osservazioni interessanti, Laura Quercioli Mincer, nella sua accuratissima presentazione dell'opera, ha scritto:

Nell'opera di Leivick, dunque, il fanttoccio-Messia creato dal Maharal di Praga sa di non essere mai pronto, cerca di ritrarsi dal suo compito, si rifiuta di vivere; con disperazione di bambino implora il suo creatore di lasciarlo fra le tenebre del non-essere.
Il poema drammatico di H. Leivick, che non "soffre" una normale lettura "da libro", una lettura finanche dimentica della potenzialità performativa del testo e della sua possibile destinazione d'uso in teatro, fu messo in scena in ebraico a Mosca nel 1925, proprio nella città dove l'autore aveva conosciuto la prima parte della proprie esperienza carceraria. Del resto i suoi effetti speciali (quasi splatter, come nota la curatrice) e la sua durata non ne fanno un testo presto pronto per la scena. Tuttavia, per chi volesse approfondire, anche la sua fortuna scenica offre diversi gradi di interesse. Quella del golem continua a dimostrarsi una leggenda feconda. Anche la stessa storia della parola "golem" (nella Bibbia citata solo una volta in un salmo) è degna di interesse, ad esempio quando incrocia il peculiare caso di naming dei primi computer israeliani, Golem 1 e Golem 2. Ma è evidente che il mito del golem e delle sue molteplici apparizioni letterarie sa contenere, come tutti i miti, le linee di forza principali lungo le quali si sviluppa la vicenda umana.

(Sotto il film muto Der Golem del 1920, diretto da Henrik Galeen e Paul Wegener, mentre qui una registrazione di una lettura dell'autore. Se si intende percorrere un percorso misto tra le arti, cinema e fumetti inclusi, ci si potrà solo sbizzarrire per capire fino a dove questo simbolo dell'anima e dello stesso popolo ebraico si è diramato, non trascurando, per il Diciannovesimo secolo, Frankenstein di Mary Shelley o per il Ventesimo autori come Jorge Luis Borges e Cynthia Ozick.)


sabato 31 dicembre 2016

Poesie inedite di Mariagiorgia Ulbar



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Due poesie inedite di Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981).


Notte di San Silvestro



Sul ciglio stavano cantando
grilli oltremisura organizzati.
Questo è un lampo d'agosto, ti vidi
non parole ma uguale quel canto
faceva al loro posto la voce.
Diceva diceva siamo spersi
con un ritmo trillante di infante
spersi spersi spersi spersi
come un suono del sud di chitarrina
che portava presto a confondersi.

*

La nebbia esce in ciuffi dalla terra
la stella cadente di un crepuscolo
piombava su una strada
valeva uno stupore.
Nell'istante, lo stesso, l'immediato
nasce un vulcano dalle ere
della mia molta vita non narrata
e l'occhio si confonde
si impenna una mano imbizzarrita
e spara sulla lava.