lunedì 20 febbraio 2017

"Caino e Gretel", il libro con le poesie giovanili di Ophelia Borghesan finalmente in esclusiva su Librobreve

In esclusiva per "Librobreve" (o forse anche no, vedremo: l'esclusiva è infatti un tema delicato) l'intero libro di Ophelia Borghesan Caino e Gretel contenente le poesie giovanili. Alcune di queste poesie erano già apparse qui o in altri siti. La giovane autrice, nata a Lille nel 1991, offre ai lettori una ghiotta opportunità: cliccando sull'immagine di copertina sottostante, potrete infatti scaricare l'ebook completo in formato *.pdf. Qui invece trovate, se volete dare un'occhiata, il suo profilo Instragram.

Buona lettura.

Ophelia Borghesan - Caino e Gretel


venerdì 17 febbraio 2017

7x7 con Cristina Alziati: "Come non piangenti" in una lettura di Alessandra Conte (prima puntata)


7x7 è una rubrica articolata in regolari uscite metrico-stilistiche nell'arco di sette venerdì e dedicate ad un libro. Come non piangenti è il libro di poesia di Cristina Alziati, pubblicato da Marcos y Marcos nel 2011 nella collana Gli Alianti, per il quale è stata scelta l'immagine emblema del Vergesslicher Engel di Paul Klee. Le analisi sono tratte da un più ampio studio di Alessandra Conte, dedicato a Cnp nel 2014.

Come non piangenti è il titolo del libro di Cristina Alziati, ed è anche la traduzione di un frammento derivato da un passo escatologico della prima lettera di Paolo ai Corinzi. Se scopriamo che il passo stabilisce una connessione con l'epitome poetica e autobiografica che è l'ultimo testo dell'ultima raccolta testamentaria di Fortini, ciò ha valore di traccia memoriale, e dà il la ad un'opera corale dalla natura profondamente dialettica e intimamente dialogica. Il libro è tessuto fitto. Alcune voci sono dichiarate come maestre e riferimenti - Cardenal, Hillesum, Luxemburg - ma tra i rami degli alberi (non casuali, ancora), in controluce, ne sono presenti anche altri, musicali e cinematografici, a intrecciare l'ordito testuale, oltre a quelli più ampi di natura biblica e letteraria. Ne risulta un atteggiamento interessante che circolarmente torna a un imperativo sotteso, scrivi. Ma la scrittrice può definirsi per negazione, senza sedersi a tavolino con progetti precisi, e si scopre che il valore della scrittura sta nell'ascoltare il mondo, che è anche non scrivere.


Presto, dai vetri aperti stamattina
un baccano di uccelli s’è levato. Folli,
che fate, ho domandato alle chiome
ossidate nel giardino, è novembre.
Sbrigatevi, andate. Lasciate ch’io qui
resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,
il grido la piazza l’arrotino, a ripetere
il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.
Il mendicante anche se giura
non verrà creduto. Lasciateci.
Che qui resti ancora a guardare, e altri
attraverso il deserto dei rami
tralucano, alberi.

Una mattina di novembre caratterizza la poesia d’esordio del libro, evocata con stamattina, in un hic et nunc dichiarati, e che il soggetto lega al desiderio di poter restare ancora a ripetere, nonostante tutto, a ricordare gli avvenimenti del passato riprendendo una narrazione: ripetere in quanto ricordare, ridiscendere nel dolore. Il mese di novembre è evocato lapidario al termine del quarto verso, chiuso con punto fermo, e porta con sé suggestioni autunnali – la fine, la morte apparente della natura. 
L’enunciazione dell’esordio pone un dubbio: si tratta di un avverbio di tempo o di un’interiezione? E’ comunque un deciso battere e levare, una premessa successivamente precisata dal punto di vista spaziale: si tratta di un luogo chiuso e delimitato – una stanza / corpo – che affaccia su di un altro luogo tradizionalmente concluso, un giardino. L’apertura è dunque minima, ma basta uno spiraglio per esserne feriti. I primi due versi infatti suonano come una raffica – d’armi o di un improvviso vento – che porta alle orecchie l’irrompere di uccelli cinguettanti o che, fortinianamente, si contendono («uccelli che al mattino tutto chiuso, tutto muto / sull’altissima magnolia si contendono»)[1]:

pREsTo, dai vETRi apERTi sTamaTTina
un baCCano di uCCelli s’è levato.

In particolare, l’apertura, che sembra generare fastidio – richiamando un’altra apertura, quella della «pelle in frantumi» a p. 31 – è evidente nei suoni allitteranti /r/ /t/ /e/ che ricorrono variamente combinati nell’immagine che si precisa nei vetri aperti, come vetri vibranti per detonazione o già infranti. La sineddoche svela l’estrema delicatezza e sensibilità del soggetto, esposto alle sensazioni auditive come una pellicola fotografica alla luce che imprime. Gli uccelli sono genericamente uccelli, produttori di baccano evocato e gonfiato nelle geminate. L’asprezza sensoriale dell’esordio, causata da una protezione che viene ad interrompersi, viene ammansita però da elementi tratti dal registro aulico, come s’è levato, o l’apostrofe allitterante alle chiome ossidate «Folli, / che fate», che operano uno scarto rispetto alla medietà del linguaggio. Il bisillabo Folli ricorre evidenziato dalla posizione a fine del secondo verso, dopo un punto fermo e incorniciato da lieve pausa di virgola, come aggiunta gnomica all’endecasillabo individuato dal segno d’interpunzione. L’apostrofe introduce e compendia il tratto sentenzioso e “leggermente alto” (espressione di Fabio Pusterla in quarta di copertina) che si riscontrerà poi nell’arco del libro; segna lo scarto improvviso verso l’alto, attua la funzione conativa del linguaggio e orienta il discorso sulla seconda persona, individuata nelle chiome ossidate. Esse richiamano «l’ossido molle del fogliame» (p. 37, vv.15-16) – forse da impressioni insinuatesi da Brecht, per contiguità tra l’elemento del rame e l’ossido («Di prim’ora / gli abeti son di rame»)[2], e per analogia figurale con segno negativo, svettante verso l’alto, da Fortini («L’ossido lede le antenne sui tetti»)[3] – già cupe fronde in A compimento, il primo libro dell’autrice. L’ossido indicherebbe, al di là dell’immediato rimando ai colori e al deteriorarsi, relativi al tempo autunnale e alla sua valenza simbolica, l’«ossido sulla luce»[4] – l’ultima espressione che conclude A compimento – il male nella storia[5]. Nell’arco dei primi due periodi traspare, anche attraverso la figura dell’albero, la dichiarata influenza di Franco Fortini per toni e figure.
Il seguito, al verso 5, prolunga il tono appena introdotto e ne intensifica l’eleganza, producendo formalmente, e dal punto di vista retorico, un distacco dalla porzione di testo precedente. Il procedimento è leggibile anche come un cambio campo cinematografico rispetto alla dinamica esterno / interno (cioè giardino / casa-corpo).
La sequenza degli imperativi progressivamente cadenzati al v.5 («SbrigATEvi, andATE. LasciATE») produce il distacco dagli ascoltatori e introduce con pathos oratorio il tema della scrittura, inteso come restare «anCora a CHiamare per nome ogni Cosa», ricorrente nel libro («Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta», p. 15, vv.1-2) e raccordato al tempo e ad uno spazio lontano, collegato però all’hic et nunc, proprio a questa mattina, dove in elencazione asindetica si susseguono «il grido la piazza l’arrotino», parte del tutto, l’ogni cosa da nominare – e quindi da ricordare – echi distanti dal giardino del qui ed ora, “cose di paese”, a cui si aggiunge la serie con ripetizione «il fosforo, il fosforo, il cargo», dove il lessico della guerra tecnologica indica “cose dell’altro mondo”, che traspaiono e si ripropongono come scie luminose nella tagliente luce crepuscolare dell’autunno. La mattina è il momento in cui tutto ricomincia, assieme ad ogni guerra, personale e della storia. L’iterazione, da figura di parola, si plasma come frammento di notizia giornalistica e di cronaca, citazione e traccia di memoria, prima spia della fisionomia del tessuto del libro, vivo nell’inserzione di voci e citazioni, e rivelatore di una natura profondamente dialettica e dialogica. Il tono ottativo tra i versi 5-6 e al verso 11 («ch’io qui / resti»; «Che qui resti») si coniuga all’augurio sintatticamente e lessicalmente  elaborato – attraverso la figura dell’iperbato e del latinismo – di poter restare a guardare, e che siano altri gli alberi a trasparire nella luminosità, ossia l’alterità, ciò che deve essere costruito come bene e che è inscritto nel male[6]: «e altri / attraverso il deserto dei rami / tralucano alberi».



[1] FRANCO FORTINI, Se volessi un’altra volta…, cit., p. 9.
[2] BERTOLD BRECHT, Abeti, in Poesie e canzoni, a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini. Prefazione di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1962.
[3] FRANCO FORTINI, Ancora la posizione, in Questo muro, Milano, Mondadori («Lo Specchio») 1973.
[4] CRISTINA ALZIATI, In ciascuno dei giorni, in A compimento, San Cesario di Lecce, Manni, 2005.
[5] Incontro Testo, “Incontrotesto – Incontro con Cristina Alziati”, cit., p. 12.
[6] Ibidem.

martedì 14 febbraio 2017

"Elegia" di Lev Rubinštejn, nella traduzione di Alessandro Niero e con le illustrazioni di Stefano Ricci

Certe volte pensi fra te e te: «Beh, allora, caro, quando ti decidi a dire la tua senza mezzi termini? Quello bisogna fare. E invece, cazzo, sempre “arte”, “arte”...»

Ci sono alcune informazioni che si possono dare in avvio: la collana Isola, un progetto tra la poesia e il disegno partito nel 2013, riprende le pubblicazioni dopo un silenzio protratto; lo fa con una proposta da un poeta russo poco frequentato in Italia, tradotto da uno dei nostri più preparati slavisti. Elegia di Lev Rubinštejn (pp. 32, traduzione di Alessandro Niero e illustrazioni assai belle di Stefano Ricci) costituisce un'occasione per affacciarsi sulla poesia che si è scritta fuori dai nostri confini, ed è questa, quasi sempre, un'occasione da sfruttare. Anche perché - diciamocelo - spesso si perdono di vista i libri e quello che accade in poesia, dentro i nostri confini politici e linguistici, si riduce ai toni asfittici di qualche discussione campata in aria. La cartina di tornasole di un cervello poetico poco ossigenato è ormai il divagare schizofrenico, ora di ottimismo convinto ora di pessimismo catastrofico, sullo stato di salute dei versificatori nostrani (penso ad articoli che davvero a nulla servono se non al conto corrente di qualche collaboratore dei supplementi culturali). Non credo sia solo una mia impressione che si traduca troppo poco la poesia che si scrive altrove. Questo fatto già non è il massimo di per sé, ma se si inserisce in un panorama dove le chiacchiere superano di gran lunga la preparazione e la volontà di leggere, leggersi e confrontarsi , allora diventa un ulteriore ostacolo e capiamo perché la traduzione di poesia diventa quasi un valore in sé o un antidoto al veleno almeno, una facilitazione di una scoperta. Del resto è abbastanza facile riconoscere che, più che a un confronto schietto, l'attuale "comunità" di chi scrive e compra libri è improntata a un controllo di tutti contro tutti e non certo a una verifica dei poteri e soprattutto delle impotenze. Il gesto di proporre poesia in traduzione può dunque, a mio avviso, essere salutato come un vaccino contro i virus di questa stagione di grossa incertezza ed è una delle poche attività che ha senso incoraggiare e sostenere (altrove invece incoraggiamento e sostegno hanno perso del tutto le loro ragion d'essere, anche nei piani "generazionali"). Sul finire di questa introduzione aggiungo che chi ha maneggiato in passato i minuti libri di questa collana troverà stavolta un numero di pagine raddoppiato rispetto ai precedenti titoli del contenitore ideato e curato da Mariagiorgia Ulbar e Andrea Bruno.

Preceduto da una breve apparizione in un'antologia di Clueb del 2007 intitolata Il poeta è la folla. Quattro autori moscoviti: Vsevolod Nekrasov, Lev Rubinstejn, Michail Ajzenberg, Aleksej Cvetkov (a cura di Eugenia Gresta), questo nuovo contributo alla conoscenza della poesia di Lev Rubinštejn racchiude 47 frammenti che iniziano tutti con "Certe volte...". Già a metà della lettura l'effetto di accumulo è prossimo all'ipnosi. Il testo originale russo è in coda e non a fronte, dal momento che la contrapposizione ricercata in questi libretti è tra poesia e immagini, più che tra lingue disposte sullo specchio di pagina. Può interessare sapere qualcosa del sistema con cui questo poeta e saggista russo (classe 1947) è solito vergare i fogli della propria poesia: si tratta di tessere, simili a quelle della catalogazione bibliografica di una biblioteca. Ecco uno stralcio in 5 frammenti:



34.
Certe volte ti si ficca in testa una certa frase e cerchi di sbarazzartene. Peccato: in essa, forse, si cela il senso recondito di ciò che sta accadendo in quel momento.
35.
Certe volte ti scalmani tanto in cerca della agognata quiete, ma basterebbe aspettare: e tutto arriverebbe.
36.
Certe volte è come se ti stessi avvicinando a una certa cosa, ma quella non fa che allontanarsi, allontanarsi.
37.
Certe volte ti avvicini al limite fatale, sosti un attimo a riflettere, poi lo oltrepassi.*
38.
Certe volte non si dovrebbe perdere letteralmente neanche un minuto e noi, invece, siamo lì che indugiamo, indugiamo.
* Allusione all’ incipit della poesia Est’ v blizosti ljudej zavetnaja čerta... (C’è nella vicinanza umana un limite fatale, 1915) di Anna Achmatova.


C'è poco da aggiungere forse, si tratta di un libretto che si sta prima a leggere e che può incuriosire nuovi lettori. Poi, va da sé, si può anche rileggere, come tutte le cose scritte, e allora incrementerà la densità che possiamo percepire, anche negli intervalli dei 47 frammenti. Alcune informazioni prima di concludere: il sito della collana Isola, al quale potete rivolgere eventuali richieste, si trova qui, mentre a questo link potete liberamente consultare una tesi di laurea di Sara Zaghini su Lev Rubinštejn.

domenica 12 febbraio 2017

"Chiari del bosco" di María Zambrano ritorna disponibile per SE

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #34


Da qualche anno non era più agevole per il lettore italiano procurarsi Chiari del bosco di María Zambrano. A rimettere in circolo quello che è un libro assai noto della filosofa spagnola allieva di José Ortega y Gasset è SE, che ripropone in un nuovo volume (pp. 155, euro 20) il testo curato a suo tempo da Carlo Ferrucci per un'edizione Bruno Mondadori. A ben vedere questo titolo, uno dei suoi più citati, ha una curiosa storia ondivaga tra case editrici italiane, se pensiamo che la stessa edizione di cui parliamo oggi aveva trovato posto inizialmente nel catalogo di Feltrinelli nel 1991. Siamo quindi già a quota tre editori diversi che, nel giro di un quarto di secolo, hanno messo in circolazione la traduzione di un'opera di una scrittrice-filosofa che non smette di frequentare con una certa costanza gli scaffali delle librerie italiane (penso anche al recente L'esilio come patria pubblicato da Morcelliana). Si verificano proprio nella scrittura e nel "pensiero del pensiero" (così come nel suo controllo o abbandono) movimento e scotimento per chi legge. In questi paragrafi - cosa non frequentissima, almeno per quel che percepisco da fruitore di alcuni libri degli scaffali di filosofia - la pratica della filosofia coincide con una voce collocata in uno spazio di conversazione, accompagnamento e "guida", in un luogo della mente in cui il "rispetto" per il famigerato lettore è davvero massimo, quasi distillato a ogni passo. Si legge nello scritto di Carlo Ferrucci che le caratteristiche di Chiari del bosco
corrispondono a quelle della 'guida', un genere di testo passato in Spagna dall'Oriente, che è composto di figure alimentate dalla fantasia piuttosto che da argomentazioni, che è insieme comunicativo ed enigmatico, che suggerisce più di quanto non dica perché vuole che le sue verità rinascano e rivivano il più direttamente possibile nell'interiorità del lettore. Questi viene condotto, così, non tanto a condividere un sapere, quanto ad assimilare un'esperienza di tipo iniziatico, alimentata da una scrittura fortemente ellittica, lampeggiante, ora fin troppo coordinata ora bruscamente scoordinata, che lo obbliga a farsene coautore, a esporsi con tutto se stesso azzardando significati che il testo non garantisce. E che confluiscono in un 'logos sommerso' o 'logos del pathos', come la Zambrano ha chiamato in un'altra opera questa forma di comprensione inseparabile dalla situazione vitale di quanti si trovano a parteciparne.

Di qui il riecheggiare, in queste pagine, della visione sapienziale dei presocratici, delle religioni salvifiche greche e romane, della tradizione gnostica, dell'idea - mutuata tra l'altro da Nietzsche - della filosofia come 'trasformazione'.
Che cosa significa pensare? In quanti modi pensiamo? Cosa accade nel e per il pensiero? C'è un modo cartesiano di affrontare simili questioni. Poi c'è anche un versante che, provando a condurre alla cima di queste terribili e sublimi domande, riconduce alla mistica e alla poesia: è questa parte della montagna che percorriamo leggendo più opere di María Zambrano. Il lettore prenda a esempio paragrafi come "Solo la parola" o "Lo sguardo remoto". A me pare che buona parte dell'innovazione portata da María Zambrano avvenga dentro la scrittura e per questo, poco sopra, ho voluto usare l'espressione "scrittrice-filosofa". María Zambrano è anche una scrittrice di "ellissi" e usa la reticenza come una lama affilatissima.

Claros del bosque compie nel 2017 quarant'anni e continua a essere una lettura inevitabile tra quelle che ci propone il curpus dei testi mistici europei, lampeggia ancora come una radura avvicinabile, con pagine in cui filosofia razionalistica, mistica, mitologia e poesia si sono compenetrate, dove la scrittura è a uno stadio ninfale che precede una metamorfosi che potrà accadere solo tra le mani di un lettore. Il migliore invito alla lettura di un libro così è riportarne almeno l'incipit, poi, sul come leggere questo passo e queste pagine, verrà chiamata a raccolta l'intelligenza di ognuno, attraverso sentieri che non necessariamente si riveleranno interrotti.

Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune, impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio può sviare l’attenzione [...] E resta il nulla e il vuoto che il chiaro del bosco dà in risposta a quello che si cerca. Mentre se non si cerca nulla l’offerta sarà imprevedibile, illimitata. Giacché sembra che il nulla e il vuoto - o il nulla o il vuoto - debbano essere presenti o latenti di continuo nella vita umana. E che per non essere divorato dal nulla o dal vuoto uno debba farli in se stesso, debba almeno trattenersi, rimanere in sospeso, nel negativo dell’estasi. Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano. La funesta domanda alla guida, alla presenza che si dilegua se la si incalza, alla propria anima asfissiata dal domandare della coscienza insorgente, alla propria mente cui non si lascia il tempo di concepire silenziosamente, oscuramente anche, senza che quella si interponga per domandare il rendiconto alla schiava ammutolita. E il timore dell’estasi che assale al cospetto della chiarezza vivente fa fuggire dal chiaro del bosco il suo visitatore, che diventa così un intruso.

giovedì 9 febbraio 2017

Un ricordo di Carolus L. Cergoly in uno scritto di Chiara Catapano (e due poesie da "Ponterosso")


Il complesso di un imperatore triestino 
di Chiara Catapano


Sul Piccolo di Trieste, il 26 aprile 2006 comparve un articolo, esteso innamorato, che voleva veicolare al mondo una notizia importante. La veicolò, credo, solo ai triestini e a quei pochi che ancora si ricordavano in Italia di Carolus L. Cergoly: le edizioni de Il Ramo d’Oro ripubblicavano i versi di Ponterosso.
Per chi non è mai stato a Trieste va spiegato che Ponterosso, assieme alla piazzetta omonima, è stato luogo di mercato sorto in quella parte di città – il Borgo Teresiano – che Maria Teresa volle rendere moderno punto d’incontro tra le culture dell’Impero. E l’Imperatrice sapeva sempre cosa fare, in senso di modernità e di scambi commerciali.
A metà del ‘700 dunque, con mirabile opera ingegneristica, le saline furono interrate e nacque quel tuffo del mare dentro la città che è il Canal Grande - non a caso realizzato da un veneziano. E Pontebianco, Ponteverde e Ponterosso a far la spola quasi tra due frontiere.

Ma Cergoly forse forse sono in pochi a conoscerlo e ancor meno quelli che l’han letto perché parla dentro tutte le lingue (quel “misiòt”, quella mescolanza) che tanto ricca ha reso la mia città fino ai primi del Novecento, senza gualcirne neppure una: e Cergoly indossa quest’abito però con tanta personalità che ne vien fuori qualcosa di alieno. Un’altra lingua, ancora una come se non bastassero tutte le altre, perché ci si impazziva insomma a Trieste; ci voleva un riassunto sintattico, un concentrato semantico…
E ancora, a volte, per le strade di Trieste, quando dai portoni cittadini esconoentrano accenti greci, sopraccigli cirillici transitanti sotto la Portizza che sbuca poi nel ghetto, ti senti sopra una nave di carne ed ossa e di accenti aspirate fricative. Hai bisogno di chiamarla con un solo nome, e non lo trovi. Cergoly il nome unico per tutte le cose con tutti i nomi per una sol cosa l’aveva trovato. Ha inventato una lingua inimitabile, ha condensato i vocabolari. Li ha riversati riverberandoli qui, nella mia città, questa nave fantasma oggi tutta echi.
È pura mitologia, decadente quanto volete ma mitologia, la mia città: se un Cergoly giovane giornalista potrà raccontare di quel tal magro profeta, infagottato negli abiti, che sentenziò così, per strada, la sua divinazione: “Te diventerà diretor del Times”: era – quel Tiresia celtico - James Joyce, e l’immagine di questo incontro l’ho proprio amata, perché son cose che possono succedere, credetemi, solo nella mitologia mitteleuropea di questa vecchia città sul mare, stupida e cattiva (per dirla con Carolus).

Era, Carolus L. Cergoly di quei triestini capaci di render tutto leggero – non la leggerezza del male, senza pensieri, bensì quella gaia contrapposta all’inevitabile moto involutivo del capoluogo “troppo” di confine. “Sono solo fesserie”, era l’intercalare suo, mentre leggeva in pubblico i suoi versi.
Ma a queste scaglie di luce, a queste “fesserie” (a me che ho nuotato controcorrente una vita per stare a galla dentro la città che m’ha partorita e svezzata) noi triestini dobbiamo proprio tanto: a volte mi pare che la città si sia salvata perché Cergoly l’ha chiamata definitivamente per nome.
E se pure la sua lingua ai più risulterà ostica, val la pena lo sforzo, val più della babelica torre: c’è la poesia, qui, che canta la diversità di ognuno dentro il calderone infinito dell’universale che chiamiamo vita.

Da Ponterosso (Poesie mitteleuropee in lessico triestino)

Introitus

Radice ungaro slava
Punta de spada
La ga sepolta
Fonda
In humus austriaco

Albero ben cressù
Curado a la tedesca
Dritto ramà
Tra l’aria fresca
De bosco e de marina

Foie che canta
Al vento
Strambotti a l’italiana
Malinconie tormento
Rotto
De quando in quando
Da un rider senza scopo

Questo son mi
Del novecento e otto


Trieste
Un ponte pitturà de rosso
Il Ponterosso
Come due gambe storte
Traverso del canal
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Un sbatociar
De barche e de battane
“Ema” “Sgombro” “Rodolfo”
E fora del Canal
In mezzo al golfo
Un vapor in ancora per sempre
“Stadium” el suo nome
Con tanti oblò
Doppiadi sora el mar

Tutto e tutti
Passa el Ponterosso
Revoltella[1] in carrozza con gli Asburgo
Turbanti levantini
Odori de halvà e pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi de la Bieska
Ebrei de Weimar
A zavattar per metter banchi

E passa una slovena
De Kumnik
No la trova el suo amor
Fabbro de fin
Ferro battù de Kropa
Perso el se ga nel vardar onde

Carri e cavai
De Pinzgau
Coi zoccoli a tamburo
E lupolo per Dreher
E jazzo per sorbetti
Che cala de Postojna

Pianelle furlanute
Cadorini e Ciarnei
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E mi son tutto fiamma
De vento son vestì
Dormo
Coi nuvoli fumando

E ciacolo con l’Angelo
Come inciodà de sora dei camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba spartida
Come l’Imperator

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall
Un ponte pitturà de ross
Il Ponterosso
Su l’Adriatico estremo
Sotto el crinal del Carso
Con l’ultima Sirena
Che me smaga
La bella Lau

E digo
Strenzi el tutto
E slarga el Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva



[1] Pasquale Revoltella, imprenditore (1795-1869)