mercoledì 12 aprile 2017

Far parlare i libri anziché parlargli addosso: la partenza delle Edizioni Grenelle in un'intervista a Marco Pascarelli

Librobreve intervista #78


Hanno sede in Basilicata, a Potenza per la precisione, le Edizioni Grenelle. Il loro catalogo potrebbe già parlare da solo, dopo circa un anno dal varo: le poesie di Hart Crane di White Buildings, H.G. Wells di Racconti dello spazio e del tempo, Edith Wharton di Un figlio al fronte, Thomas Hardy di Racconti scelti, Henry James di Segreti d'artista, Sherwood Anderson di Dark Laughter fino al fresco di stampa Locus solus di Raymond Roussel, precedentemente uscito nei "Coralli" di Einaudi nella traduzione di Paola Decina Lombardi e poi per Le Nubi Edizioni nella cura di Gianluca Reddavide (entrambe fuori commercio) e riproposto in questi giorni dalle Edizioni Grenelle, nella nuova traduzione di Susanna Spero. Di seguito trovate un approfondimento, con l'intervista all'editore Marco Pascarelli, che ringrazio.


Ettore Ciccotti
LB: Siete una realtà nata da poco, ma con un catalogo assai interessante di "riscoperte" di opere e autori per buona parte dimenticati. Come è possibile muoversi evitando però la retorica a senso unico della "riscoperta editoriale"? In fondo editoria è prima di tutto scoperta, investimento, scommessa e, in un secondo momento, "riscoperta", la quale ovviamente ridiventa nuova scoperta, nuovo investimento, nuova scommessa...
R: La “riscoperta editoriale” è retorica quando si configura come ripetizione pura e semplice di certe ataviche visioni sugli autori, o come riproposizione di cliché che rendono immodificabile la prospettiva sulle loro opere. Per come noi la intendiamo, invece, l’avventura di ridare alle stampe dei vecchi testi – che poi vecchi non sono, essendo nel nostro caso spesso inediti in Italia, è il caso di Un figlio al fronte di Edith Wharton, ad esempio – va esattamente nella direzione contraria: cioè dell’apertura a una nuova concezione di quelle opere, alla rilevazione di certe potenzialità latenti, non recepite dalle precedenti esperienze editoriali. E questo si realizza innanzitutto a partire da una resa di traduzione decisamente diversa, e poi dall’apparato critico che spiega ulteriormente il nuovo modo di intendere l’opera e l’autore proposto e la diversa collocazione che per esso si propone.
Molto banalmente, poi, offrire testi scomparsi da decenni rappresenta e rappresenterà sempre per molti lettori, giovani e non, una vera fonte di scoperta, tale da costituirsi come una vera nuova forma di proposta.
Detto questo non siamo chiusi ai nuovi autori, ma non crediamo che la “novità” si stabilisca attraverso un criterio puramente ed esclusivamente cronologico: un libro o un autore “nuovo”, auspicabilmente “vitale” e necessariamente “urgente”, è quello che sa raccontare e aiutare a comprendere il presente, come pure a immaginare il futuro e a dialogare con altri mondi, oltre il nostro. Questo “aiuto” può venire tanto da un filosofo tedesco del ‘500 o da un poeta di inizio Novecento quanto da un narratore cosiddetto “contemporaneo”. Se, pertanto, consideriamo questi autori del passato, di un passato per lo più colpevolmente dimenticato – particolare non irrilevante nello stabilire un dovere quasi etico nei confronti di queste voci –, alla stregua di nuove scoperte e nuove scommesse, è perché di questa opera di “riproposizione” ci interessa in realtà l’inedito posizionamento che offre ora, in alcuni casi per la prima volta. Crediamo, insomma, nella potenzialità offerta dalla nuova esposizione alla nostra attenzione di questioni e realtà irrisolte, non pienamente considerate e in parte sempre attuali. Ciò non significa, ancora una volta, una preclusione verso opere inedite, nuove, che si pongano in linea di continuità con quello che si è detto. Pensiamo, ad esempio, alla pubblicazione del saggio su Ettore Ciccotti, personaggio atipico e di difficile inquadramento, il cui esempio di passionalità politica e intransigente difesa delle ragioni degli ultimi andrebbe oggi attentamente rimeditato. È il caso, d’altronde, della collana Sproni, un lessico contemporaneo del pensiero nato per sollecitare nei lettori una riflessione personale su aspetti sconcertanti della modernità, originalmente presentati in prospettiva pluridisciplinare da studiosi e intellettuali originali e di assoluto rilievo. E la strada è aperta ad altre iniziative che presto metteremo in campo.

Edith Wharton
LB: In un suo recente libro dedicato a figure storiche dell'editoria italiana, Cesare De Michelis parlava di "vendere i libri che si fanno" anziché preoccuparsi troppo di "fare i libri che vendono". Mi pare sia un pensiero che può adattarsi anche al vostro operato, che ripone l'editore al centro di un meccanismo di filtro e selezione (quindi, soprattutto, anche di rifiuto). Mi pare che la parte creativa del lavoro editoriale sia anche inventarsi modi per "vendere" i libri che si fanno, senza essere ossessionati in anticipo sulla loro vendibilità. E quindi entra in ballo la promozione e comunicazione dei libri, che non è il semplice battage che può mettere in campo un editore con qualche soldo in più da spendere per la pubblicità. Che idee avete a riguardo?
R: L’intenzione etica ed “ecologica” in editoria è per noi un’aspirazione e un’ispirazione fondamentale. A nostro rischio e pericolo. Non potremmo fare a meno di tentare di “vendere i libri che si fanno”, cioè di scegliere di fare solo libri di cui riteniamo si senta in qualche modo il bisogno.
Non crediamo poi che l’editore possa disincarnarsi e, facendo leva sull’esigenza di una maggiore strutturazione della propria attività e su una divisione più (illusoriamente) efficiente del lavoro, affidare ad altri fasi più o meno cruciali della propria attività.
La nostra idea è sempre stata quella di rimanere protagonisti dei processi culturali messi in atto: dalla scelta dei libri, al disegno delle collane, all’idea di racconto della stessa casa editrice. L’affidamento a comitati scientifici così come ad agenzie di comunicazione non ci convince. In questo nostro approccio è probabile che agisca la natura di outsider relativi del settore, ma in questa attitudine credo si realizzi anche la giustificazione più autentica del nostro lavoro.
Nei confronti dell’attività editoriale, tanto dal punto di vista ideale quanto materiale, nutriamo una sorta di convinzione implicita: immaginare e realizzare libri, dalla scelta delle scritture all’invenzione degli immaginari grafici che le inquadrino ai supporti atti ad accoglierli, è già un nucleo di promozione intrinseco del libro; come a dire che i libri parlano da soli e vanno pertanto il più discretamente possibile fatti parlare. Più spazio ai libri e meno al discorso che cerca di venderli, la qualità e il bisogno di cultura, se c’è e se è corrisposto dall’attività editoriale, alla lunga escono fuori. Pazienza se le statistiche ci dicono che il tempo medio di vita di un nuovo libro non superi i tre mesi, oltre i quali anche il più volenteroso autore e il più sollecito ufficio stampa non possono fare molto, il tempo di un libro ha una gittata molto più lunga e su questo tempo dal respiro lungo e dall’orizzonte ampio ci calibriamo.

LB: Mi interessa insistere sulla promozione dei libri. Sembra che non si possa trattare l'argomento senza che esca il nome di Fabio Fazio, almeno tra certi addetti ai lavori. Che ne pensate e cosa notate di macroscopico nel modo in cui si parla dei libri nei diversi canali (TV, carta stampata, blog e social)?
Anche per questo non ha molto senso imitare strategie comunicative che saturino canali ordinari e straordinari – analogici, digitali o virtuali – nell’illusione che l’adesione al canone rappresenti la forma più utile di vendita del prodotto-libro. Di sicuro ci sentiamo poco votati a questo gioco. Allo stesso modo crediamo che non abbia nemmeno senso aspirare ad avere anche solo una transitoria udienza presso i canali mainstream, che sembrano rappresentare l’unica sanzione di successo e assicurazione di vendita.
La spettacolarizzazione del libro, in ogni sua forma, dai salotti televisivi alle kermesse espositive, passando per i firma-copie, fraintende l’anomalia del prodotto che si vuole lanciare. Il tempo necessario a interrogarsi sul senso e sul desiderio che un libro genera, sulla necessità di ampliare lo spettro delle fonti che alimentano la nostra concezione del mondo con l’apporto di un'altra voce, il dialogo profondo che s’instaura anche con un testo che si sfoglia per la prima volta tra gli scaffali di una libreria lo rende refrattario alle normali dinamiche di vendita e di assorbimento del mercato.
Mi rendo conto che un simile discorso parrà, nel migliore dei casi, naïve a editori e direttori editoriali più scafati, ma nel dire questo ci riferiamo in primo luogo alla nostra seppur breve esperienza, che parla di un buon numero di vendite nonostante una promozione quasi nulla, almeno intesa secondo le formule solite; ulteriore dimostrazione di questa tesi è anche l’attenzione di questo blog e del suo autore.
Sarebbe più opportuno, quindi, che invece di parlare addosso ai libri, li si facessero più propriamente parlare; che si mettessero alla prova le loro voci al di là dei consessi settoriali e autoreferenziali, mettendo il più possibile i testi in stretto dialogo con i propri potenziali lettori, al limite stabilendo un contatto tra questi testi ed altre esperienze culturali, con altre forme dello Spirito avrebbe detto Hegel, per dimostrare il loro effettivo valore.
Tutto questo per dire che l’importante per un libro è arrivare in libreria; poi, se vale, si venderà quasi da solo. In questo tanto fa, nonostante tutto, l’accortezza del libraio che riesce ancora, benché il numero di offerte sia elevato, a individuare delle “zone di vivibilità” nel campo editoriale.
Poi ben vengano i gruppi di lettura, nella forma tradizionale o delocalizzata sul web, specie di lettori competenti e responsabili. Per quanto possibile cerchiamo di essere presenti anche lì, notificando la nostra presenza e presentando discretamente i nostri libri, che davvero parlano da soli e sanno raccontarsi molto meglio di quanto potremmo fare noi. Ma, ecco, noi prediligiamo e immaginiamo meglio il lettore nella sua dimensione individuale e, per certi versi, solitaria, e sappiamo che non si lascia convincere dalla dialettica imbonitoria dell’offerta di un prodotto à la page, ma in rapido invecchiamento, come dal battage mediatico che pratica la retorica del bombardamento informativo, almeno il lettore in cui ci rispettiamo e a cui puntiamo.

LB: Hart Crane, H.G. Wells, Edith Wharton, Thomas Hardy, Henry James, Sherwood Anderson ma recentemente anche Locus solus di Raymond Roussel. C'è una prevalenza di area anglo-americana e ora francese. Si tratta di un indizio per la direzione futura o è solo la base di partenza?
R: Direi solo un inizio, derivante dai nostri interessi immediati, ma non esclusivi, e dalle urgenze maggiori, dai libri con i quali volevamo presentarci e iniziare a raccontare la nostra storia. L’intenzione, a breve, è sicuramente quella di estendere territori, generi, lingue e linguaggi.
Abbiamo in cantiere gialli, horror, poesie, teatro, saggi relativi al settore umanistico improntati all’osmosi dei saperi e dei registri; nuovi autori e mondi da raccontare.

Locus Solus, Raymond Roussel
LB: Vi chiedo qualche parola sull'ultimo titolo mandato in libreria e qualche altra sul titolo con cui avete esordito. Non è passato moltissimo tempo, ma ritenete di aver già cambiato visione sul modo di fare e promuovere i libri in questo lasso di tempo che passa dall'esordio in libreria a oggi? Se sì, in che cosa è cambiata? 
R: In quest’ultimo anno, dalla pubblicazione del primo libro del De occulta philosophia di Agrippa von Nettesheim (di cui stiamo preparando l’edizione degli altri due volumi) fino a Locus Solus, il visionario romanzo proto-surrealista dell’eccentrico Raymond Roussel, e a Noia (la prima uscita della collana Sproni, il nostro lessico contemporaneo del pensiero), il nostro catalogo ha preso forma e le collane cominciamo a dimostrare una loro consistenza narrativa, tanto da parlare dell’editore e del suo profilo multiforme e policentrico. È quasi naturale, per un editore giovane che molti dati del mestiere si vadano definendo durante il percorso. Ma la cura redazionale è sempre la stessa, così come la “scheggia” iniziale, che ci ha permesso di immaginare il primo libro come un banco di prova per provare a dare una nuova destinazione a testi apparentemente datati e ormai distanti da noi. Quello di Agrippa, infatti, era un testo non solo introvabile ma sul quale gravavano le stimmate di una lettura a senso unico, occultistica e a dir poco reazionaria. Abbiamo cercato di restituirlo alla sua temperie culturale – il Rinascimento tedesco – e dunque alla sua inesauribile modernità, sembrandoci le questioni poste sui limiti del sapere umano e sulle possibilità della scienza tuttora irrisolte, attualissime e fondamentali.
A partire da questo testo, l’incontro con autori e scritture che partecipano di uno spirito eccentrico, di non facile catalogazione e anzi ribelle alle semplicistiche definizioni, è stato quasi naturale. I gradi di separazione tra Agrippa von Nettesheim e Raymond Roussel sono tanti quante le uscite che dividono, nella nostra breve storia, questi due libri. Davvero tutto si tiene: Agrippa, il filosofo mago del rinascimento e i filosofi antropologi e psicoanalisti contemporanei che ragionano sui termini del nostro pensiero; Henry James, il raffinato scrittore americano cha amava la pittura e la cultura italiane, ed Edith Wharton, la prima donna a vincere il premio Pulitzer; Thomas Hardy, il mordace cantore del mitico Wessex letterario e H.G. Wells, l’inventore della science fiction; Hart Crane, il poeta suicida dell’Ohio, e Raymond Roussel il dandy di professione, ipocondriaco e giramondo.
In questa intrinseca rete di corrispondenze non esplicitamente cercate ma per così dire incontrate, in questa precisa serie di correlazioni fra titoli e autori, si sviluppa autonomamente il racconto e la promozione dei libri.
L’emergenza quasi spontanea di questi legami, l’aria di famiglia che erompe dai nostri libri, rende molto facile la loro promozione, fermo restando che riconosciamo al libro una sorta di facoltà auto promozionale: bastano i nomi, l’attenzione curatoriale e la raffinatezza grafica a far avvicinare il lettore.

Henry James
LB: Per come è strutturata sinora la vostra proposta, centrale diventa la traduzione. Come vi muovete nella cura di questo aspetto e nel rapporto con i traduttori, da tempo considerati punto debole della filiera?
R: La nostra redazione è abitata da traduttori, o meglio da uomini di cultura la cui competenza linguistica e capacità di comprendere un testo scritto in una lingua diversa da quella madre è aumentata dalla cognizione profonda dei diversi riferimenti culturali che servono a rendere ogni buona traduzione una resa fedele e predatoria allo stesso tempo dell’originale. In maniera forse paradossale credo sia necessario un naturale fraintendimento del testo per farlo parlare persino meglio di quanto l’autore avesse inizialmente inteso. Questo dato non è affatto scontato, essendo la traduzione non un semplice processo di traslitterazione di una lingua in un’altra. Pertanto non riusciamo a concepire come secondario il ruolo della traduzione. I rapporti che d’altronde stabiliamo anche con traduttori esterni, con gli esperti in grado di ridare voce ai testi provenienti da altre aree linguistiche, è un rapporto prettamente autoriale, perché la traduzione non può che essere considerata un avvenimento artistico, un processo di profonda e scrupolosa – ma non pedissequa – ricreazione di un testo, della sua verità intesa anche come virtualità e apertura non considerata originariamente dall’autore. Tutte cose molto ovvie, che davvero rendono difficilmente comprensibile la concezione del traduttore come “anello debole” del processo creativo e produttivo del fare libri. D'altronde, almeno nella nostra concezione, secondario non è l’editing e neanche l’impaginazione del testo o la grafica. Un libro è una tecnologia complessa, ancora insuperata nel suo genere, che si realizza solo stimando paritario il compendio di tutti gli apporti che necessita per venire alla luce.

LB: Qual è la domanda che farebbe cadere le braccia a un editore nato da poco in un'intervista del genere? (Sperando non sia tra quelle sopra...)
R: In realtà anche le domande più inconsistenti – non è il caso comunque di questa intervista, che non ne annovera nessuna –, possono mettere in moto ragionamenti interessanti. Persino la più stanca e insinuante richiesta di implicita giustificazione rispetto alla nascita dell’ennesima casa editrice, quando in Italia si pubblicano più di 60 mila libri l’anno, al di là di un prurito iniziale, impone una riflessione seria. Quindi, se me lo consente, chiuderei con questa domanda, che indispone per la sua insolubilità, più che per l’ottusità, perché la scommessa in questo mestiere nasce col venire al mondo, ancor prima di presentare la propria proposta: ha senso, infatti, aggiungersi a questo corposo elenco per dare alle stampe un numero di titoli che forse il mercato, per non dire l’attenzione dei librai e la passione dei lettori, non sarà in grado di riconoscere?

(Qui il sito delle Edizioni Grenelle).

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