venerdì 28 aprile 2017

«Il festino degli dèi» di Giovanni Bellini. Lo studio di Edgar Wind proposto da Abscondita

Parentesi all'inizio: per chi lo vuole, a palazzo Sarcinelli a Conegliano, è in corso fino al 18 giugno 2017 una bella mostra intitolata "Bellini e i belliniani. Dall'Accademia dei Concordi di Rovigo" a cura di Giandomenico Romanelli. Fuori parentesi, in aggiunta: non serve seguire i sogni di grandeur della vicina cugina Treviso, fossilizzata da decenni sull'impressionismo in virtù di una passata mostra di grande successo commerciale, per continuare a proporre una serie di mostre sensate, variegate, ben architettate e non disertate dal pubblico e prova ne sia l'attività espositiva coneglianese (molto bella e sorprendente è stata anche la mostra sui Vivarini). Certo, diverse saranno le risorse e le aspettative di flusso di pubblico generato sulle due città, ovvero la cosiddetta ricaduta sul turismo, ma ad ogni modo è proprio il caso di dire che staremo a vedere sul lungo periodo che succede (e comunque a Treviso tra poco arrivano gli Alpini e saranno pieni per un po', per cui il consiglio è lasciar perdere gli impressionisti per i belliniani, almeno in quei giorni della adunata nazionale). Il cinquecentenario della morte di Giovanni Bellini era lo scorso anno. Forse per queste concomitanze o forse no, Abscondita manda in libreria la traduzione de «Il festino degli dèi» di Giovanni Bellini dello studioso Edgar Wind (pp. 144, a cura di Rossella Rizzo, con una ricca appendice iconografica). Il libro raccoglie testi dedicati a questa singolare opera belliniana (quasi un hapax nella sua produzione) dallo storico dell'arte tedesco, attento analista dei misteri pagani nel Rinascimento, inteso come epoca di unità di arti visive e letteratura. I saggi qui raccolti si concentrano appunto su un'opera tarda e tra le più enigmatiche dell'artista veneziano, il quale dipinse con grande ritrosia e ritardi questo quadro originariamente destinato allo studiolo ferrarese di Isabella d'Este.


Wind (Berlino, 1900 – Londra, 1971) apparteneva alla gloriosa scuola warburghiana e fu allievo di Erwin Panofsky, cioè di colui che con Warburg e Saxl rivoluzionò il modo di fare storia dell'arte. Il suo interesse per quest'opera tardiva del Bellini è ben comprensibile se consideriamo la componente pagana delle sue ricerche allegoriche e mitologiche, suggellate nel libro del 1958 Pagan Mysteries in the Renaissance, tradotto in italiano da Adelphi nell'anno della sua morte. Il punto, con le opere d'arte in generale e quelle del Rinascimento in particolar modo è sempre quello: come leggere queste opere senza poter ricostruire i rimandi al pensiero, all'iconologia e agli impliciti filosofici e letterari che le presupponevano? Come poter leggere insomma certe opere separando arti visive e letteratura o arti visive e filosofia? Come avvicinarsi ad alcune di queste senza considerare il neoplatonismo rinascimentale, la tradizione ermetica, il ritorno d'interesse per i misteri del paganesimo? Le conferenze qui radunate partono nel 1944 e solo quattro anni trovano collocazione nel volume intitolato Bellini's Feast of the Gods. A Study in Venetian Humanism. Il fulcro del ragionamento di Wind consiste nell'osservare che il dipinto di Bellini, che fu verosimilmente ritoccato da Tiziano e da Dosso Dossi (soprattutto nel fondo boscoso e nel fagiano appollaiato sull'albero) e consegnato ad Alfonso d'Este nel 1514, restituisce la fantasia pagana di Isabella per la propria "grotta" o studiolo. Wind di sofferma soprattutto sul ruolo centrale di Pietro Bembo quale ambasciatore e sollecitatore presso il Bellini nel compimento di quest'opera che rimane comunque controversa, sia nella sua storia (è noto come Bellini non fosse molto attivo su temi mitologici, sui quali invece primeggiava Mantegna), sia nella sua ricezione. Il soggetto dell'opera si lega ai Fasti di Ovidio e il dipinto, che attualmente è conservato nella National Gallery of Art di Washington, dimostra ancora una volta come la storia dell'arte sia una disciplina privilegiata per entrare e uscire dagli immaginari sui quali si sono stratificate le visioni dei secoli successivi. Le debolezze degli dei, ripresi stanchi in una scena con un forte sentore di ubriachezza, permangono tra i colori di questa affollata ammucchiata campestre. E lo studio di Wind è un monito a riconsiderare la collocazione di quest'opera tra le altre parimenti celebri che finirono nei camerini ferraresi di Alfonso e Isabella. In tal senso la già citata ricca appendice è uno strumento di grande aiuto e suggestione.

(Per un'ulteriore analisi del dipinto belliniano, nel quale si registrano fra l'altro, per la prima volta, gli usi di pigmenti di orpimento e realgar, si rinvia a questa interessante pagina del sito "Colourlex".)

giovedì 27 aprile 2017

Una poesia inedita di Eugenia Galli



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Una poesia inedita di Eugenia Galli (Rimini, 1996), con un ringraziamento a Simone Maria Bonin per la segnalazione e collaborazione.


LA SERRANDA


Certe volte sul corpo mi si chiude una serranda
senza chiavi, che dolcezza non disserra
All’interno sono voci del passato: «È una troia, no
è come una puttana, però gratis»
All’esterno sono suoni indistinguibili; quando arrivano
sanno solo di minaccia o di rimprovero

Certe volte mi ricordo del ribrezzo che vi ho fatto
col mio sangue, coi miei peli sulle gambe,
senza il consono pudore nel parlare del mio sesso

Quando chiudo la serranda le mie labbra si ritirano,
mi si accorciano i capelli, perdo forma
E tra i pixel si censurano il mio seno ed il mio collo
per non occupare spazio, per non eccitare troppo
per sembrare un campo rosa senza semi
dall’oblò di un aeroplano

E la faccia che mi guarda in giù dall’alto
si trasforma in una faccia di sciacallo:
mi divora senza meriti di caccia


martedì 25 aprile 2017

"Una relazione" di Carlo Cassola: un romanzo ferroviario per parlare del sentimento

Da un paio d'anni gli Oscar Mondadori, con la nuova veste grafica scantonata in copertina all'angolo alto a destra, stanno riproponendo anche le opere meno note di Carlo Cassola. Parlare di opere meno note per libri come come Paura e tristezza, Tempi memorabili o per l'ultimo uscito, Una relazione (pp. LI+121, a cura di Alba Andreini e con un'introduzione di Laura Pariani), non è tuttavia corretto. Tralasciando il grande successo di libri coma La ragazza di Bube o Fausto e Anna, non bisognerebbe dimenticare che ogni nuovo libro di Cassola, spesso coadiuvato dall'editor-amico Manlio Cancogni, era atteso come un evento non solo dal pubblico, ma anche dalla casa editrice torinese, che con i suoi libri sapeva di andare a colpo sicuro e di poter sistemare qualche conto. L'ultima edizione einaudiana di Una relazione, un tascabile, risale comunque al 2004, e prevedeva la brutta copertina con Stefano Accorsi e Maya Sansa. Il fatto si può ben capire: era l'epoca del film L'amore ritrovato di Carlo Mazzacurati, che da questo libro è tratto (sarà bene che prima o poi qualcuno dica qualcosa di sensato sulle copertine che riprendono un fotogramma di un film: il meccanismo commerciale su cui si basano è fin troppo banale e prevedibile, ma la loro esistenza potrà dirci qualcosa degli attuali e futuri matrimoni tra letteratura di finzione e cinematografia). Bisogna poi retrocedere al 1972 per la precedente edizione del libro che apparve per la prima volta nel 1969.

Restiamo al libro e ad altri matrimoni solo evocati sullo sfondo, poiché la relazione extraconiugale del titolo è quella tra Mario, uomo sposato, ottimista e vanesio, tutto sommato assai prevedibile, e Giovanna, una ragazza un tempo facile e chiacchierata in paese, ma divenuta presto desiderosa di progettare qualcosa per sé e la propria vita, da lei stessa definita in un dialogo "uno straccio, un mucchietto di spazzatura". La vita di Giovanna, nel corso della breve narrazione, compare in ben tre momenti distaccati, fondamentali per capire la modernità del personaggio e della penna di una delle "Liale" del Gruppo 63 (così Cassola con Bassani e Pratolini secondo la sicumera spaccona di quel gruppo). Quando facciamo la conoscenza di Mario sappiamo che è sposato e padre. Per l'impiego in banca è costretto a fare il pendolare tra Follonica e Livorno (e sia detto che questo è un grande romanzo ferroviario della costa tirrenica dove incontriamo Livorno, Solvay, Cecina, Bolgheri, Castagneto Carducci, San Vincenzo). Siamo all'epoca delle imprese in Abissinia. Durante una trasferta di lavoro Mario rivede Giovanna e per togliersi un capriccio decide di riconquistarla. Il movente del romanzo è in questo nuovo incontro, a distanza di anni dalla loro prima facile relazione di gioventù. Dopo le resistenze iniziali di Giovanna, il riaggancio accade e qui inizia il loro affezionamento, la loro relazione clandestina fatta di propositi risoluti di farla finita, ripensamenti, comportamenti contraddittori. Ma Giovanna è cambiata rispetto alla prima sveltina che Mario vuole ricreare e ancor più cambierà trascorrendo con lui quaranta giorni a Livorno, dove è richiamato per un corso ufficiali in vista della Guerra d'Etiopia. La vicenda è giocata per buona parte sui dialoghi, sesso quasi inesistente e su una riuscita modulazione di esterni e interni (inclusi quelli già ricordati afferenti al mondo del treno e delle stazioni ferroviarie).

Dicevamo che tre sono i momenti in cui Giovanna, la vera protagonista del libro, compare nella linea della storia: la prima volta come flashback, quando è la giovane "facile" della riviera che bene o male è stata con molti uomini. La seconda volta nei cinque mesi che costituiscono l'intervallo della nuova relazione tra Giovanna e Mario (la parte portante del libro) e infine, dopo un'ellissi tanto grande quanto significativa, in un treno popolato lungo la stessa linea ferroviaria devastata dalla guerra, nel 1945. Mario ha combattuto la guerra, è tornato magro, Giovanna si è sposata felicemente con un uomo più giovane che è morto di una banale polmonite e dal quale ha avuto una figlia. I due si riconoscono nel vagone affollato di un lentissimo treno, nel quale Giovanna si mostrerà del tutto indifferente nei confronti dell'uomo di cui è stata l'amante anni prima. Se Mario esce dalla vicenda malconcio (vanesio e narcisista, uno che ci mette poco a tornare in pace con sé stesso, anche se Giovanna l'ha amato perché capace di "sentimento" e non solo di "parole"), Giovanna è decisamente una figura che sopporta una grande trasformazione del sé attraverso la narrazione. Tornando ai nostri film, mi pare che un limite di molto cinema contemporaneo sia quello di non saper mettere in opera una certa mutazione dei personaggio e la sopportazione di differenti sé.

Leggendo Cassola - e qui torno a parlare più in generale della sua opera - viene il dubbio che una cospicua storia dell'affettività e delle relazioni sia ancora da scrivere, anche se proprio lui con altri ha cominciato l'impresa. Il ventennio fascista e la guerra hanno agito anche come un immenso coperchio e contenimento delle relazioni sentimentali, costrette dentro molti strati di clandestinità, una clandestinità che paradossalmente si è fatta ravvisabile persino nel linguaggio pubblico falso e colloso che ha preso il sopravvento e dal quale si fa fatica a sganciarci. La letteratura resistenziale talvolta ha colto questa situazione di impasse, ma non ha potuto da sola dare la stura a un lavoro efficace delle opere di letteratura sulle relazioni. Nel tempo, quel che conta, è proprio la relazione che si dà, la quale può passare dal sentimento all'indifferenza. Una relazione è un romanzo più complesso di quel che si può evincere da questa semplice riduzione in nota e temo che non ci si possa nemmeno fermare nel decretare la riuscita del personaggio femminile a fronte della liquidazione di un personaggio maschile meschino e in fondo un po' puttaniere, come talvolta in sede critica si è visto fare: ne va della comprensione di oltre mezzo secolo di relazioni sentimentali in cui uomini e donne hanno continuato ad amarsi, tradirsi e soprattutto a mutare. Come ce lo raccontiamo questo mutamento, se mutamento davvero è?

sabato 22 aprile 2017

Bruno Munari per Laterza: le nuove copertine "google" di Riccardo Falcinelli

Covertures #14



Il nome di Riccardo Falcinelli è una garanzia in tema di copertine, grafica editoriale e visual design. Non solo con il proprio lavoro per importanti case editrici, ma anche cementando il proprio operato con libri teorici, Falcinelli è diventato un nome di riferimento. Tra le sue opere di riflessione vanno ricordate Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network (Einaudi), Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design (Stampa Alternativa) e Fare i libri (Minimum Fax), libri utili ben al di fuori dell'ambito del design editoriale (soprattutto i primi due), che non dovrebbero mancare nelle biblioteche di chi si occupa di design, pubblicità, packaging e altre attività a stretto contatto con la parola larga - ma in realtà assai attillata - che è "design".

La casa editrice Laterza ha recentemente rilanciato alcuni dei più noti titoli di Bruno Munari del proprio catalogo, sempre all'interno della collana "Economica Laterza", e ha affidato la veste grafica, diversa dagli altri libri della collana, proprio a Falcinelli. Detto in altre parole potremmo dire che un affermato visual designer di oggi è stato chiamato a vestire le copertine dei libri di un visual designer tra i più importanti del nostro passato. Il risultato sono le copertine che potete vedere qui sopra, che a mio avviso risentono di un'immagine "google": il nome di Munari è giocato con colori cangianti per ogni singola lettera su fondo bianco nella parte bassa della copertina, un po' come nel caso del motore di ricerca. Il titolo campeggia invece in alto. In ogni libro è poi giocata un'illustrazione a un colore (nero) vicino al nome dell'autore. In questi casi, dal momento che si suppone Falcinelli abbia presentato più progetti a Laterza, verrebbe voglia di spulciare tra quelli scartati dal committente.

giovedì 20 aprile 2017

Poesie inedite di Sonia Gentili



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 


Due poesie inedite di Sonia Gentili.



Catena e nube


dentro catene di universi si consumano
le sere in cui eravamo, e ancora
mancano lo scopo

dentro catene di universi che consumano
il buio nell’asse
della rotazione si sprigiona
come una febbre
che disegna cerchi il giorno: esso procede
con una larga gonna
attorno ai fianchi e la sua trasparenza
ci trasforma
in nube


Variazione dei contrari

la morte
indivisa dal tuo sorgere, sole

A. Rosselli

Indivisa dal tuo sorgere cadeva,
luna, la notte sul polso della vita
e il suo pulsare ritornava orgia
nel sonno di chiome
d’alberi tinte del blu più
nero da cui sorgono stridendo
bestie minuscole che volano
ubriache e storte
sul sentiero

indivisa dal tuo sorgere cadevo,
luna, dentro l’orgia
sempre notturna della vita
futura: il colpo sordo
d’un arto ignoto
della bambina nel mio ventre
vive ed è violenza, riso o
bracciata cieca nell’urto fluido
delle acque: cieca, nel buio mai
smarrita

orgia indivisa dal buio
della vita


martedì 18 aprile 2017

Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica. Intervista a Mariuccia Salvati

Librobreve intervista #79


Si intitola Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica ed è edito da Carocci (pp. 212, euro 19) l'ultimo libro di Mariuccia Salvati, docente di Storia contemporeanea all'università di Bologna. In collaborazione con Franco Baldasso, che insegna Italian Studies presso Bard College a New York, ho rivolto alcune domande all'autrice. Ci siamo soffermati sul percorso che l'ha portata a questa nuova opera e l'intervista è diventata un momento nel quale ricordare figure di primo piano della ricerca storica. Quasi involontariamente il tutto si è trasformato in un omaggio a Silvio Lanaro, storico dell'Università di Padova scomparso nel giugno del 2013, che desideriamo così ricordare. 

Cogliamo l'occasione per segnalare che giovedì 20 aprile alle ore 17:00 presso la Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica (Piazza della Enciclopedia Italiana, 4 - Roma) si terrà la presentazione del volume. Ne discuteranno con l’autrice Giuliano Amato, Marc Lazar e Renato Moro.

Silvio Lanaro
AC:. Il suo libro pone al centro il problema del linguaggio. Era un tema caro a uno storico come Silvio Lanaro, che dedicò ai problemi epistemologici del linguaggio e della scrittura storica addirittura un libro che è quanto di più lontano possa esserci dall'odierno furoreggiare dello "storytelling" (Raccontare la storia. Generi, narrazioni, discorsi, Marsilio, 2004). Come muta questo tema fondante del linguaggio nel suo libro, nei diversi decenni che prende in esame?
MS: Lei ha colto giustamente il legame del mio libro con Silvio Lanaro, che con il suo Retorica e politica (2011, pubblicato due anni prima della morte), è stato molto vicino ai miei pensieri mentre riflettevo sulla opportunità di procedere a una operazione come la raccolta di saggi sparsi. Con Lanaro siamo stati molto amici a partire dalla fine degli anni ’80; abbiamo collaborato insieme nella costruzione di reti come la Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea), nella selezione di giovani allievi (concorsi), in numerosi convegni. Vi è sempre stata una sintonia di fondo: direi la voglia di chiarezza, di intelligenza delle cose, oltre allo scarso interesse per l’uso politico della storia contemporanea. Vi era poi tra di noi (oltre alla profonda amicizia…) uno strano legame ‘culturale’ antecedente alla nostra collaborazione universitaria: entrambi abbiamo letto per tempo gli scritti di un intellettuale protagonista del ventennio fascista (e poi della sociologia del dopoguerra), come Camillo Pellizzi (citato in Passaggi): soprattutto gli scritti degli anni ’20, quando l’uso della retorica politica era rivendicato sulla stampa (in polemica con Gobetti) dal giovane intellettuale in funzione del fascismo. Il fascismo è stato prima di tutto (di questo era convinto anche Silvio) un linguaggio pubblico, un linguaggio retorico, cioè funzionale a una soggezione mentale delle masse e a una visione distorta della realtà: ce ne rendiamo conto ancora di più oggi.
Quanto alla sua domanda (se il tema del linguaggio muti nel libro): in realtà mi sono resa conto (ex post) che quel tema non muta e per questo il libro è un libro coerente. Il linguaggio rimane per lo storico lo strumento attraverso cui cogliere i cambiamenti: il linguaggio - dei testimoni, del corpo (la maschera), della folla, del leader – è prova, è testimonianza, ma può essere letto se lo si inserisce in un percorso di eventi che aiuti a coglierne il senso profondo. 

Marc Bloch
AC: Si percepisce nella sua prosa la necessità di un ritorno a un "fattore umano" nel mestiere di storico. Il richiamo a Marc Bloch è evidente, tuttavia potrebbe chiarire cosa significa davvero riportare il "fattore umano" dentro la ricerca storica? Da un punto di vista epistemologico e di metodo è qualcosa che può essere più facile a dirsi che a farsi...
MS: Lei ha colto benissimo quest’altro punto di sintonia con Silvio Lanaro. Per anni ho insegnato a Bologna Storia della Francia (nei primi anni del corso di laurea in storia si insegnava la storia dei singoli paesi europei, poi si passò a insegnare la storia d’Europa) e dunque la Francia tra le due guerre, il movimento operaio e figure come Marc Bloch e Simone Weil. Così Apologia della storia, La strana disfatta, La prima radice, erano testi di lettura quasi obbligatori per trasmettere il dramma degli anni Trenta e la permanenza di una cultura che non era solo antifascista, ma umanista e razionalista. Era un modo per contrapporre intellettualmente (e non ideologicamente) il filone della Dichiarazione dell’89 alla cultura dello stato fascista. Entrambi gli autori sono poi presenti – sempre per il loro richiamo all’uomo - nel capitolo su Amnistia e amnesia, cioè sulla guerra e sul come uscirne.

FB: Perché secondo lei questo periodo di transizione è stato oggetto di moltissimi studi storiografici negli ultimi 10-15 anni? Da Zunino a Liucci, da Focardi a Bistarelli, da Lanaro a La Rovere, da Luzzatto a Schwartz per citarne solo qualcuno.
MS: In realtà, come lei sa bene, questo periodo è stato oggetto di studi storici fin dall’immediato dopoguerra, ma con un focus diverso nei vari periodi: la resistenza, la RSI, la guerra civile (il libro di Claudio Pavone è un libro di storia di una guerra civile non solo tra corpi ma anche tra menti, spiriti, giudizi): ma è pur sempre una transizione, un passaggio. Quello che lei giustamente segnala per i decenni più vicini a noi è l’attenzione agli intellettuali, testimoni e protagonisti di quella transizione e per questo chiave di lettura della transizione. Credo che un ruolo importante come ‘segnalatori di incendio’ l’abbiano svolto i convegni organizzati per i decennali della resistenza) dagli istituti di cultura come la Fondazione Basso, il Gramsci, lo Sturzo (oltre che dagli istituti della resistenza), soprattutto negli anni ’90: è allora che viene meno, con la crisi dei partiti, anche la fiducia nella affermazione di una cultura diffusa e progressista. Mentre volgeva al termine il Novecento, si era davanti a un nuovo passaggio di cui non si conosceva (e non si conosce ancora...) l’esito. Per questo si tornò a riflettere su quegli anni interrogandosi se, quando e come il fascismo fosse stato mentalmente, ‘intellettualmente’ sconfitto.

FB. Secondo lei ci sono figure di quegli anni oggi ingiustamente dimenticate? Perché?
MS: Certamente molte altre figure, soprattutto di scrittori, meritano di essere ricordate, ma mi sembra che i nomi che cito siano già di per sé evocativi di altri che non cito, ma che si inseriscono in questo recupero. Consiglio a questo proposito una bella antologia di brani, Autoritratto italiano di Alfonso Berardinelli.

Ruggero Zangrandi
FB. Lei dedica un capitolo a una figura oggi poco ricordata ma la cui testimonianza ebbe un enorme impatto per la generazione del secondo dopoguerra, Ruggero Zangrandi. Ci può introdurre alla sua figura e dire perché a suo avviso è importante ancora oggi?
MS: Non so se sia importante ancora oggi. È certamente stato dimenticato, osteggiato, probabilmente frainteso. Ed è per questo che lo ritengo un po’ il simbolo di un passaggio non completamente compiuto (o forse impossibile da compiere) nell’immediato dopoguerra dal nostro paese. Zangrandi ha pagato duramente il suo essere stato da ragazzo il compagno di banco del figlio di Mussolini. Creò alla fine degli anni ’30 un gruppetto socialista di opposizione, fu incarcerato a Regina Coeli, ma nell’estate del ‘43, a differenza di altri prigionieri politici, non venne liberato e quindi fu portato dai tedeschi occupanti in Germania. Tornò due anni dopo, segnato per sempre da quella prigionia, si iscrisse al Pci, ma non incontrò, salvo pochi casi, veri amici in quel partito. Solo Togliatti lo difese, perché in fondo condivideva la battaglia che Zangrandi stava conducendo: cioè (oltre a testimoniare Il lungo viaggio attraverso il fascismo) quella di tentare di raccogliere l’adesione al Pci anche dei giovani che erano stati mandati da Mussolini a fare la guerra, senza conoscere nulla del fascismo e tanto meno dell’antifascismo (troppo lontano).

AC: E poi troviamo pagine molto belle su Nicola Chiaromonte. Quale lettura consiglierebbe a chi è non ha letto nulla di Chiaromonte?
MS: Nicola Chiaromonte è stato un grande intellettuale e un grande scrittore. Per questo ho voluto dedicare un suo testo politico-giornalistico inedito a Silvio Lanaro nel libro in suo onore (quello riprodotto in Passaggi). Di lui consiglierei la raccolta di saggi Credere e non credere. Ma si trovano quaderni di suoi scritti e saggi su di lui presso le edizioni Una Città di Forlì. Sempre da parte del gruppo di Una città è stata fondata la biblioteca Alfred Lewin, che ha il grande merito di aver messo in rete, a disposizione di noi lettori, un grande numero di opere e soprattutto riviste, legate a queste correnti intellettuali minoritarie nell’Italia degli anni ’50-‘60.

Giaime Pintor
FB: Una domanda sorta leggendo il libro: come si può fare storia intellettuale del Novecento in Italia in modo tale da aprire una conversazione con la più ampia storia intellettuale europea?
MS: Ma questa storia è già inserita nella storia intellettuale europea! Basta intenderci su che cosa sia la storia intellettuale europea. Pellizzi era un intellettuale europeo, non solo per la sua biografia (ha vissuto a Londra dal 1922 al ’39, insegnato letteratura italiana a University College - facendo allo stesso tempo propaganda fascista), ma anche per i temi che introduceva nel dibattito italiano, collaborava con le migliori riviste di cultura, di teatro. La svolta avvenne, per lui in senso fascista, e per molti altri giovani intellettuali in senso antifascista, circa nel ’38, con le leggi antiebraiche (del resto è a quella data che si avvia anche nel mondo cattolico, a partire dal pontefice, una presa di distanza dal fascismo). Così come lo era – intellettuale europeo -  Giaime Pintor che nell’estate del 43, prima di scegliere la resistenza rivede le note al Saggio sulla rivoluzione di Pisacane, e corregge la sua traduzione delle poesie di Rilke da appassionato germanista quale era. Credo che siamo stati, come intellettuali, più provinciali noi negli anni ‘70… Detto questo l’Europa tra le due guerre era un luogo terribile per viverci e pensare (basta leggere i Diari di V. Klemperer, e il suo La Lingua del Terzo Reich).

FB. Secondo lei è ancora possibile una qualche religione della politica quali furono a modo loro, e completamente diverso (il che non implica di sicuro un'equivalenza) le grandi ideologie del Novecento come Fascismo e Comunismo?
MS: Temo purtroppo che siano sempre possibili forme di accecamento della ragione, anche se non necessariamente per la politica: compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di segnalarne i pericoli.

FB. Per finire una domanda apparentemente fuori tema, forse, ma che si collega al titolo del suo libro Passaggi: cosa pensa di Donald Trump? E di Angela Merkel?
MS: Ha ragione: il primo segna un vero passaggio su cui dovranno interrogarsi soprattutto (spero) gli storici americani del futuro, la seconda è storia nostra, europea, quella migliore, intendo e che spero sia destinata a durare (sono una convinta europeista).  

giovedì 13 aprile 2017

"La città interiore" di Mauro Covacich: scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate

Al celebre omaggio di Montale per La coscienza di Zeno, l'industriale triestino della Veneziani Vernici rispose con qualche ritardo, in una lettera del febbraio del 1926, esordendo con un è un’autobiografia e non la mia e, poco oltre, scrivendo anche ed io so di uno o due punti dove la bocca di Zeno fu sostituita dalla mia e grida e stuona. Il primo dei due frammenti è ricordato da Mauro Covacich in quest’ultimo libro uscito per La nave di Teseo, La città interiore (pp. 233, euro 17). La città è Trieste, ma anche no. Covacich ricorda quel frammento della lettera di Svevo in uno dei passaggi più curiosi di questo "romanzo" (così recita comunque la copertina per dovere d'ufficio), inconsueto nel suo percorso ormai ultraventennale, mentre rammenta una sorta di prolusione temeraria a cena con il Nobel John Maxwell Coetzee. E appunto, avendo messo in discussione la categoria "romanzo", giriamo la domanda: che libro è La città interiore? Un’autobiografia e non quella dell’autore? Difficile parlare di romanzo, autobiografia o di saga familiare, anche se i componenti della famiglia sono ricordati e agiscono in queste pagine con i loro nomi e cognomi. Il fatto è che questo libro dedicato alla città delle zone A (Italia) e B (Yugoslavia), è tutto fuorché un libro di interesse locale o localistico e assomiglia più a una sceneggiatura per un documentario (prova ne sia il frammento finale, che ha davvero il sapore di un documentario che si conclude sul senso di un luogo oggi, dopo una cavalcata lunga decenni). Insomma Covacich ci parla di sé, della propria vita e dei propri cari, dei luoghi in cui ha vissuto e della “città principale”. Anche il narratore si sposta e può coincidere con più persone. E così molte vite convergono in queste pagine, dove leggiamo come si viveva a Trieste negli anni Quaranta, Cinquanta e nei decenni seguenti, leggiamo di come si vive a Roma, città in cui tutto diventa indistinto e dove sembrano esistere soltanto Roma e un generico "fuori di Roma", dove tutto tende a sfumare e sovrapporsi (così Vicenza e Trieste son prese quasi per coincidenti, per fare un esempio preso dal testo). Leggiamo anche attraverso le inquadrature di una chiamata Skype con la sorella finita a Dubai per seguire l’apertura di un ufficio di una multinazionale italiana del settore Warehousing & Logistics.

Il punto però non è nemmeno domandarsi come definire questo nuovo lavoro scritto di Covacich. Sicuramente è il libro dove un corpo a corpo coi ricordi si fa netto, chiaro. Molto ricade in queste pagine, che tutto sommato non sono tante per l'ampio arco temporale che abbracciano (ma ci torneremo, perché l'elisione è uno degli aspetti portanti del libro). Lo sappiamo: la vagheggiata e talvolta fantomatica Mitteleuropa, la città delle guerre, delle industrie e dei servizi, dell’occupazione e dei trattati (Rapallo 1920, Osimo 1975), delle tante personalità politiche e artistiche che ne hanno calcato le vie ventose e in salita (spassoso il ricordo di un frettoloso esame universitario con Claudio Magris, ma vanno menzionate almeno le pagine dedicate al compositore Antonio Bibalo e quelle su Pier Antonio Quarantotti Gambini, oltre a quelle sui soliti noti triestini). E poi c'è la Trieste di Jan Morris di Trieste and the Meaning of Nowhere (in italiano si trova nel catalogo de Il Saggiatore). Tutto ciò rientra nel libro di Covacich. Il rischio di restrizione della visuale, quando si parla di Trieste, è sempre grande. Ma ecco allora che finiamo anche in Bosnia, seguendo lo scrittore febbricitante sulla pista di ricerche poetiche di Ivan Goran Kovačić (con la k, ed ecco la microvariazione consonantica che sostiene buona parte del movente di questo libro). Abbiamo l’impressione di uno scrittore che per guardare a sé preferisce prendersi da tergo, da lontano, e non tanto dalla generazione dei padri e delle madri, bensì da quella dei nonni (il libro si apre con un’immagine del padre bambino nella Trieste dell’aprile 1945). Si tratta di un dato non trascurabile se vogliamo provare a capire come si diventa ciò che si è oppure come si è ciò che siamo diventati. E il punto, in un libro inevitabilmente in bilico tra le due memorie, individuale e collettiva, sta anche qui, nel provare a capire quale dei due come prevale.

Covacich, autore di romanzi effettivi che hanno convinto molti, qui sembra porre qualche dubbio sulla tenuta della fiction, la quale comunque continua imperterrita là fuori la propria esistenza, tra narrazioni e storie nuove. Allo stesso tempo è consapevole di ogni passo falso che percorre la strada dell’autobiografia. Spostandosi con addosso una steadycam, denuda anche la preoccupazione e lo scrupolo che nascono quando si usa esplicitamente per scopi estetici frammenti della propria vita e della propria città, già ampiamente sfruttata e strizzata a livello editoriale e culturale. E allora che si fa? Succede che sorga il dubbio di aver letto un libro nato per necessità (e non è così frequente). Perché la vicenda della “città interiore” è quella di una microvariazione che scorre sul tessuto della lingua e delle lingue. Gli immaginari che interessavano e interessano tuttora l’autore, il discorso che preme non è cambiato, è solamente diventato più ingarbugliato e necessita di un tessuto nuovo che lo contenga, che si occupi della termoregolazione di un corpo che continua a muoversi. Allora, va da sé, non importa solo il cosa Covacich ha deciso di raccontare in questo testo così vicino all’autobiografia e alla saga familiare, ma il come l’ha fatto, riversando un universo di ricordi e differenze all'interno del mondo attuale che impressiona per come, pur in un contesto globale di disuguaglianze enormi, alla fine rischia di assomigliarsi sempre più dappertutto in un modo inquietante (ma quella che stiamo vivendo probabilmente è una fase breve). In questo straniamento, culturale e linguistico, abbiamo comunque iniziato a vivere e di ciò Covacich tenta, scrivendo questo non-romanzo, una misura, agendo anche attorno alle ellissi della narrazione dell’oblio in questo nuovo libro dedicato a Trieste (ma anche no) e a queste scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate.

mercoledì 12 aprile 2017

Far parlare i libri anziché parlargli addosso: la partenza delle Edizioni Grenelle in un'intervista a Marco Pascarelli

Librobreve intervista #78


Hanno sede in Basilicata, a Potenza per la precisione, le Edizioni Grenelle. Il loro catalogo potrebbe già parlare da solo, dopo circa un anno dal varo: le poesie di Hart Crane di White Buildings, H.G. Wells di Racconti dello spazio e del tempo, Edith Wharton di Un figlio al fronte, Thomas Hardy di Racconti scelti, Henry James di Segreti d'artista, Sherwood Anderson di Dark Laughter fino al fresco di stampa Locus solus di Raymond Roussel, precedentemente uscito nei "Coralli" di Einaudi nella traduzione di Paola Decina Lombardi e poi per Le Nubi Edizioni nella cura di Gianluca Reddavide (entrambe fuori commercio) e riproposto in questi giorni dalle Edizioni Grenelle, nella nuova traduzione di Susanna Spero. Di seguito trovate un approfondimento, con l'intervista all'editore Marco Pascarelli, che ringrazio.


Ettore Ciccotti
LB: Siete una realtà nata da poco, ma con un catalogo assai interessante di "riscoperte" di opere e autori per buona parte dimenticati. Come è possibile muoversi evitando però la retorica a senso unico della "riscoperta editoriale"? In fondo editoria è prima di tutto scoperta, investimento, scommessa e, in un secondo momento, "riscoperta", la quale ovviamente ridiventa nuova scoperta, nuovo investimento, nuova scommessa...
R: La “riscoperta editoriale” è retorica quando si configura come ripetizione pura e semplice di certe ataviche visioni sugli autori, o come riproposizione di cliché che rendono immodificabile la prospettiva sulle loro opere. Per come noi la intendiamo, invece, l’avventura di ridare alle stampe dei vecchi testi – che poi vecchi non sono, essendo nel nostro caso spesso inediti in Italia, è il caso di Un figlio al fronte di Edith Wharton, ad esempio – va esattamente nella direzione contraria: cioè dell’apertura a una nuova concezione di quelle opere, alla rilevazione di certe potenzialità latenti, non recepite dalle precedenti esperienze editoriali. E questo si realizza innanzitutto a partire da una resa di traduzione decisamente diversa, e poi dall’apparato critico che spiega ulteriormente il nuovo modo di intendere l’opera e l’autore proposto e la diversa collocazione che per esso si propone.
Molto banalmente, poi, offrire testi scomparsi da decenni rappresenta e rappresenterà sempre per molti lettori, giovani e non, una vera fonte di scoperta, tale da costituirsi come una vera nuova forma di proposta.
Detto questo non siamo chiusi ai nuovi autori, ma non crediamo che la “novità” si stabilisca attraverso un criterio puramente ed esclusivamente cronologico: un libro o un autore “nuovo”, auspicabilmente “vitale” e necessariamente “urgente”, è quello che sa raccontare e aiutare a comprendere il presente, come pure a immaginare il futuro e a dialogare con altri mondi, oltre il nostro. Questo “aiuto” può venire tanto da un filosofo tedesco del ‘500 o da un poeta di inizio Novecento quanto da un narratore cosiddetto “contemporaneo”. Se, pertanto, consideriamo questi autori del passato, di un passato per lo più colpevolmente dimenticato – particolare non irrilevante nello stabilire un dovere quasi etico nei confronti di queste voci –, alla stregua di nuove scoperte e nuove scommesse, è perché di questa opera di “riproposizione” ci interessa in realtà l’inedito posizionamento che offre ora, in alcuni casi per la prima volta. Crediamo, insomma, nella potenzialità offerta dalla nuova esposizione alla nostra attenzione di questioni e realtà irrisolte, non pienamente considerate e in parte sempre attuali. Ciò non significa, ancora una volta, una preclusione verso opere inedite, nuove, che si pongano in linea di continuità con quello che si è detto. Pensiamo, ad esempio, alla pubblicazione del saggio su Ettore Ciccotti, personaggio atipico e di difficile inquadramento, il cui esempio di passionalità politica e intransigente difesa delle ragioni degli ultimi andrebbe oggi attentamente rimeditato. È il caso, d’altronde, della collana Sproni, un lessico contemporaneo del pensiero nato per sollecitare nei lettori una riflessione personale su aspetti sconcertanti della modernità, originalmente presentati in prospettiva pluridisciplinare da studiosi e intellettuali originali e di assoluto rilievo. E la strada è aperta ad altre iniziative che presto metteremo in campo.

Edith Wharton
LB: In un suo recente libro dedicato a figure storiche dell'editoria italiana, Cesare De Michelis parlava di "vendere i libri che si fanno" anziché preoccuparsi troppo di "fare i libri che vendono". Mi pare sia un pensiero che può adattarsi anche al vostro operato, che ripone l'editore al centro di un meccanismo di filtro e selezione (quindi, soprattutto, anche di rifiuto). Mi pare che la parte creativa del lavoro editoriale sia anche inventarsi modi per "vendere" i libri che si fanno, senza essere ossessionati in anticipo sulla loro vendibilità. E quindi entra in ballo la promozione e comunicazione dei libri, che non è il semplice battage che può mettere in campo un editore con qualche soldo in più da spendere per la pubblicità. Che idee avete a riguardo?
R: L’intenzione etica ed “ecologica” in editoria è per noi un’aspirazione e un’ispirazione fondamentale. A nostro rischio e pericolo. Non potremmo fare a meno di tentare di “vendere i libri che si fanno”, cioè di scegliere di fare solo libri di cui riteniamo si senta in qualche modo il bisogno.
Non crediamo poi che l’editore possa disincarnarsi e, facendo leva sull’esigenza di una maggiore strutturazione della propria attività e su una divisione più (illusoriamente) efficiente del lavoro, affidare ad altri fasi più o meno cruciali della propria attività.
La nostra idea è sempre stata quella di rimanere protagonisti dei processi culturali messi in atto: dalla scelta dei libri, al disegno delle collane, all’idea di racconto della stessa casa editrice. L’affidamento a comitati scientifici così come ad agenzie di comunicazione non ci convince. In questo nostro approccio è probabile che agisca la natura di outsider relativi del settore, ma in questa attitudine credo si realizzi anche la giustificazione più autentica del nostro lavoro.
Nei confronti dell’attività editoriale, tanto dal punto di vista ideale quanto materiale, nutriamo una sorta di convinzione implicita: immaginare e realizzare libri, dalla scelta delle scritture all’invenzione degli immaginari grafici che le inquadrino ai supporti atti ad accoglierli, è già un nucleo di promozione intrinseco del libro; come a dire che i libri parlano da soli e vanno pertanto il più discretamente possibile fatti parlare. Più spazio ai libri e meno al discorso che cerca di venderli, la qualità e il bisogno di cultura, se c’è e se è corrisposto dall’attività editoriale, alla lunga escono fuori. Pazienza se le statistiche ci dicono che il tempo medio di vita di un nuovo libro non superi i tre mesi, oltre i quali anche il più volenteroso autore e il più sollecito ufficio stampa non possono fare molto, il tempo di un libro ha una gittata molto più lunga e su questo tempo dal respiro lungo e dall’orizzonte ampio ci calibriamo.

LB: Mi interessa insistere sulla promozione dei libri. Sembra che non si possa trattare l'argomento senza che esca il nome di Fabio Fazio, almeno tra certi addetti ai lavori. Che ne pensate e cosa notate di macroscopico nel modo in cui si parla dei libri nei diversi canali (TV, carta stampata, blog e social)?
Anche per questo non ha molto senso imitare strategie comunicative che saturino canali ordinari e straordinari – analogici, digitali o virtuali – nell’illusione che l’adesione al canone rappresenti la forma più utile di vendita del prodotto-libro. Di sicuro ci sentiamo poco votati a questo gioco. Allo stesso modo crediamo che non abbia nemmeno senso aspirare ad avere anche solo una transitoria udienza presso i canali mainstream, che sembrano rappresentare l’unica sanzione di successo e assicurazione di vendita.
La spettacolarizzazione del libro, in ogni sua forma, dai salotti televisivi alle kermesse espositive, passando per i firma-copie, fraintende l’anomalia del prodotto che si vuole lanciare. Il tempo necessario a interrogarsi sul senso e sul desiderio che un libro genera, sulla necessità di ampliare lo spettro delle fonti che alimentano la nostra concezione del mondo con l’apporto di un'altra voce, il dialogo profondo che s’instaura anche con un testo che si sfoglia per la prima volta tra gli scaffali di una libreria lo rende refrattario alle normali dinamiche di vendita e di assorbimento del mercato.
Mi rendo conto che un simile discorso parrà, nel migliore dei casi, naïve a editori e direttori editoriali più scafati, ma nel dire questo ci riferiamo in primo luogo alla nostra seppur breve esperienza, che parla di un buon numero di vendite nonostante una promozione quasi nulla, almeno intesa secondo le formule solite; ulteriore dimostrazione di questa tesi è anche l’attenzione di questo blog e del suo autore.
Sarebbe più opportuno, quindi, che invece di parlare addosso ai libri, li si facessero più propriamente parlare; che si mettessero alla prova le loro voci al di là dei consessi settoriali e autoreferenziali, mettendo il più possibile i testi in stretto dialogo con i propri potenziali lettori, al limite stabilendo un contatto tra questi testi ed altre esperienze culturali, con altre forme dello Spirito avrebbe detto Hegel, per dimostrare il loro effettivo valore.
Tutto questo per dire che l’importante per un libro è arrivare in libreria; poi, se vale, si venderà quasi da solo. In questo tanto fa, nonostante tutto, l’accortezza del libraio che riesce ancora, benché il numero di offerte sia elevato, a individuare delle “zone di vivibilità” nel campo editoriale.
Poi ben vengano i gruppi di lettura, nella forma tradizionale o delocalizzata sul web, specie di lettori competenti e responsabili. Per quanto possibile cerchiamo di essere presenti anche lì, notificando la nostra presenza e presentando discretamente i nostri libri, che davvero parlano da soli e sanno raccontarsi molto meglio di quanto potremmo fare noi. Ma, ecco, noi prediligiamo e immaginiamo meglio il lettore nella sua dimensione individuale e, per certi versi, solitaria, e sappiamo che non si lascia convincere dalla dialettica imbonitoria dell’offerta di un prodotto à la page, ma in rapido invecchiamento, come dal battage mediatico che pratica la retorica del bombardamento informativo, almeno il lettore in cui ci rispettiamo e a cui puntiamo.

LB: Hart Crane, H.G. Wells, Edith Wharton, Thomas Hardy, Henry James, Sherwood Anderson ma recentemente anche Locus solus di Raymond Roussel. C'è una prevalenza di area anglo-americana e ora francese. Si tratta di un indizio per la direzione futura o è solo la base di partenza?
R: Direi solo un inizio, derivante dai nostri interessi immediati, ma non esclusivi, e dalle urgenze maggiori, dai libri con i quali volevamo presentarci e iniziare a raccontare la nostra storia. L’intenzione, a breve, è sicuramente quella di estendere territori, generi, lingue e linguaggi.
Abbiamo in cantiere gialli, horror, poesie, teatro, saggi relativi al settore umanistico improntati all’osmosi dei saperi e dei registri; nuovi autori e mondi da raccontare.

Locus Solus, Raymond Roussel
LB: Vi chiedo qualche parola sull'ultimo titolo mandato in libreria e qualche altra sul titolo con cui avete esordito. Non è passato moltissimo tempo, ma ritenete di aver già cambiato visione sul modo di fare e promuovere i libri in questo lasso di tempo che passa dall'esordio in libreria a oggi? Se sì, in che cosa è cambiata? 
R: In quest’ultimo anno, dalla pubblicazione del primo libro del De occulta philosophia di Agrippa von Nettesheim (di cui stiamo preparando l’edizione degli altri due volumi) fino a Locus Solus, il visionario romanzo proto-surrealista dell’eccentrico Raymond Roussel, e a Noia (la prima uscita della collana Sproni, il nostro lessico contemporaneo del pensiero), il nostro catalogo ha preso forma e le collane cominciamo a dimostrare una loro consistenza narrativa, tanto da parlare dell’editore e del suo profilo multiforme e policentrico. È quasi naturale, per un editore giovane che molti dati del mestiere si vadano definendo durante il percorso. Ma la cura redazionale è sempre la stessa, così come la “scheggia” iniziale, che ci ha permesso di immaginare il primo libro come un banco di prova per provare a dare una nuova destinazione a testi apparentemente datati e ormai distanti da noi. Quello di Agrippa, infatti, era un testo non solo introvabile ma sul quale gravavano le stimmate di una lettura a senso unico, occultistica e a dir poco reazionaria. Abbiamo cercato di restituirlo alla sua temperie culturale – il Rinascimento tedesco – e dunque alla sua inesauribile modernità, sembrandoci le questioni poste sui limiti del sapere umano e sulle possibilità della scienza tuttora irrisolte, attualissime e fondamentali.
A partire da questo testo, l’incontro con autori e scritture che partecipano di uno spirito eccentrico, di non facile catalogazione e anzi ribelle alle semplicistiche definizioni, è stato quasi naturale. I gradi di separazione tra Agrippa von Nettesheim e Raymond Roussel sono tanti quante le uscite che dividono, nella nostra breve storia, questi due libri. Davvero tutto si tiene: Agrippa, il filosofo mago del rinascimento e i filosofi antropologi e psicoanalisti contemporanei che ragionano sui termini del nostro pensiero; Henry James, il raffinato scrittore americano cha amava la pittura e la cultura italiane, ed Edith Wharton, la prima donna a vincere il premio Pulitzer; Thomas Hardy, il mordace cantore del mitico Wessex letterario e H.G. Wells, l’inventore della science fiction; Hart Crane, il poeta suicida dell’Ohio, e Raymond Roussel il dandy di professione, ipocondriaco e giramondo.
In questa intrinseca rete di corrispondenze non esplicitamente cercate ma per così dire incontrate, in questa precisa serie di correlazioni fra titoli e autori, si sviluppa autonomamente il racconto e la promozione dei libri.
L’emergenza quasi spontanea di questi legami, l’aria di famiglia che erompe dai nostri libri, rende molto facile la loro promozione, fermo restando che riconosciamo al libro una sorta di facoltà auto promozionale: bastano i nomi, l’attenzione curatoriale e la raffinatezza grafica a far avvicinare il lettore.

Henry James
LB: Per come è strutturata sinora la vostra proposta, centrale diventa la traduzione. Come vi muovete nella cura di questo aspetto e nel rapporto con i traduttori, da tempo considerati punto debole della filiera?
R: La nostra redazione è abitata da traduttori, o meglio da uomini di cultura la cui competenza linguistica e capacità di comprendere un testo scritto in una lingua diversa da quella madre è aumentata dalla cognizione profonda dei diversi riferimenti culturali che servono a rendere ogni buona traduzione una resa fedele e predatoria allo stesso tempo dell’originale. In maniera forse paradossale credo sia necessario un naturale fraintendimento del testo per farlo parlare persino meglio di quanto l’autore avesse inizialmente inteso. Questo dato non è affatto scontato, essendo la traduzione non un semplice processo di traslitterazione di una lingua in un’altra. Pertanto non riusciamo a concepire come secondario il ruolo della traduzione. I rapporti che d’altronde stabiliamo anche con traduttori esterni, con gli esperti in grado di ridare voce ai testi provenienti da altre aree linguistiche, è un rapporto prettamente autoriale, perché la traduzione non può che essere considerata un avvenimento artistico, un processo di profonda e scrupolosa – ma non pedissequa – ricreazione di un testo, della sua verità intesa anche come virtualità e apertura non considerata originariamente dall’autore. Tutte cose molto ovvie, che davvero rendono difficilmente comprensibile la concezione del traduttore come “anello debole” del processo creativo e produttivo del fare libri. D'altronde, almeno nella nostra concezione, secondario non è l’editing e neanche l’impaginazione del testo o la grafica. Un libro è una tecnologia complessa, ancora insuperata nel suo genere, che si realizza solo stimando paritario il compendio di tutti gli apporti che necessita per venire alla luce.

LB: Qual è la domanda che farebbe cadere le braccia a un editore nato da poco in un'intervista del genere? (Sperando non sia tra quelle sopra...)
R: In realtà anche le domande più inconsistenti – non è il caso comunque di questa intervista, che non ne annovera nessuna –, possono mettere in moto ragionamenti interessanti. Persino la più stanca e insinuante richiesta di implicita giustificazione rispetto alla nascita dell’ennesima casa editrice, quando in Italia si pubblicano più di 60 mila libri l’anno, al di là di un prurito iniziale, impone una riflessione seria. Quindi, se me lo consente, chiuderei con questa domanda, che indispone per la sua insolubilità, più che per l’ottusità, perché la scommessa in questo mestiere nasce col venire al mondo, ancor prima di presentare la propria proposta: ha senso, infatti, aggiungersi a questo corposo elenco per dare alle stampe un numero di titoli che forse il mercato, per non dire l’attenzione dei librai e la passione dei lettori, non sarà in grado di riconoscere?

(Qui il sito delle Edizioni Grenelle).

lunedì 10 aprile 2017

"Trilogia (variazioni 2004 – 2014)" di Primož Čučnik nella traduzione di Michele Obit. Una nota di Giampaolo De Pietro

Incerti editori ha pubblicato, nella traduzione di Michele Obit, una selezione delle poesie del poeta sloveno Primož Čučnik con il titolo di Trilogia (variazioni 2004 – 2014). Ospito di seguito la nota di lettura di Giampaolo De Pietro contenuta nel libro. Lo scorso anno, circa in questo periodo, erano uscite qui queste tre poesie di Čučnik, sempre nella traduzione di Obit.


Dovremmo registrare questi giorni
con tutte le videocamere ed i microfoni
che possiamo

Forse cosi comprenderemmo
che sono stati «i giorni delle nostre vite»

è come la premessa che chi scrive, al condizionale, fa – si fa.
Primož Čučnik, autore-presenza di questa raccolta – chiamata Trilogia proprio perché “prende” da tre suoi libri di un decennio, che forse potremmo anche dire della maturità (il tempo che avanza, non è sempre un tempo che matura, ci matura e disavanza, forse?) – sembra trattare nei suoi versi il materiale vivissimo dell’esserci, e dell’inevitabilità, per ciò, di un “tentato sottrarsi” attraverso la poesia. Nel desiderio di “una vecchia maniera di vivere”, come esordisce ne La prima poesia. Giammai un sottrarsi, né “evitare” di partecipare, anzi – forse proprio perché la presenza del sentire è tale da farsi eco a/di ogni elemento, talvolta il poeta può quasi spalleggiarsi – quasi sempre a fine poesia - con uno degli elementi in particolare, che forse porta tutti con sé, amandoli (dunque, anche in sé, gli altri elementi “dati”) – passandovi sensibilmente attraverso: questa forte altra presenza, voce ‘dentro-campo’ delle pagine di Čučnik è il vento. “Tutto è rimasto nelle mani del vento”. Un vento testimone, pensiamo: una presenza, insieme, con quella dello sguardo di chi scrive. Un vento in accadere, come la vita che attraversa, mentre il poeta la aggiunge, raggiunge, si lascia conquistare, partecipe e attento com’è, distratto quanto basta, per esserci come parola-in-presenza – registrando sensibilmente tutto, passante tra i passanti, ammiratore dei ciclisti, come il vento stesso, che suggerisce loro di sollevarsi, “appoggiandosi ai loro corpi”. Ammiratore dei processi, alcuni e non altri. I processi che sono andature, riflessi, chiavi dei rapporti con l’altro, gli altri, l’altra, le altre creature e lingue. Fa, qui il poeta come il “suo” vento. Spalleggia “una letteratura”, inevitabile, incorporata in tutto quel che fa e “diventa”, colpisce. E il tempo è lì, Aprile, un martedì:
(…) Questo martedì è andato oltre tutte le metamorfosi
del fiato lieve e dei marcati colpi di vento. (…)
E ancora questo, dimenticavo di dire.
Questo vento continua a prendersi gioco di noi.
Ma noi stessi non siamo abbastanza seri, no,
una percezione che vale oro.
(…)

Eventi, cambiamenti – “nuove finestre” (titolo di un libro dell’autore, del 2005), per esser “pronto a vederla diversamente”. “Ora” sì che “si vede meglio, tutto pare distinto” – e Scelte passeggere. Tutti, sembrano convergere in declinazioni per il vento, sempre lui, il protagonista – forse si dirà “a specchio” del suo movimentato verbo. E quella percezione che vale oro. Ecco, la percezione del vento. Un cammino nel bosco. Un vento che è come responsabile, e vigile – presente, per l’appunto – a ricordarci di essere, ricordare di esserci stati: “il vento ha gettato indietro la cenere” (…). Gli estratti dal libro "Come un dono", del 2007, ci donano dei versi di una nettezza lirica significativa, profondamente incisivi, che sfociano in una personalissima “realtà parallela”:
(…)
La mia reale condizione è fissare lo sguardo
di un bambino. Questa – risvegliata da uno schiocco di dita –
realtà parallela.
In Avvisaglie di primavera, Hopkins a seguire “ci ritroviamo nel ruolo di oscuri suggeritori”. La primavera che continua e s’inoltra. Fino alla nebbia, di due testi a seguire che “si guarda tristemente attorno, dietro le incombenze del vento.”
“La lingua è un concetto universale che ci frantuma.”
Ecco, come accennato su, un discorso generale sul linguaggio, la lingua e natura in Le mie ortensie – un discorso europeo, nuovamente – geofisico e antropologico. Ma in questa poesia non grava alcun segno distintivo di forzata presa di posizione sociale, intellettuale. Non vi avvertiamo forzature, già. Ma un vento vivo, anche integro come le percezioni che ha, e soffia. Asciuga e suggerisce, porta. Insieme a una tristezza che non potrebbe essere trascurata o obliata a sincera testimonianza de «i giorni delle nostre vite».

Giampaolo De Pietro

domenica 9 aprile 2017

"La notte ha la mia voce" di Alessandra Sarchi

Avete mai visto una persona in sedia a rotelle nel tragitto che la conduce a salire in treno? Intendo dal principio, da quando può essere presa in consegna dal personale di stazione, fino al momento che la vede prendere posto nel vagone, magari dopo aver attraversato una sfaccendata folla in attesa. La domanda è la stessa che la protagonista e narratrice di La notte ha la mia voce (pp. 172, euro 16,50) rivolge a un utente di una chat line erotica. Proprio lei è in queste condizioni di disabilità, ma si pente subito dello sfogo capitato con l'ignoto cliente, che nel frattempo ha comunque riagganciato. A dir quel che è, e senza svelare troppo di questo libro, non doveva essere lei a rispondere dalla cornetta di quel buco di call center in periferia, bensì l'amica momentaneamente non operativa che l'ha trascinata fin lì ad assistere a un suo turno di lavoro (amica che fra l'altro si trova in condizioni addirittura peggiori, dal momento che è priva di una gamba che ha sostituito con una protesi che toglie e rimette con agilità). L'ultimo romanzo di Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971) può essere avvicinato come storia di un'amicizia tra due donne accomunate da una simile disgrazia eppure assai diverse, come gioco di specchi e traslazioni sui terreni del desiderio, come prova convincente sul tema del corpo (tema spesso trattato/abusato in modo bislacco in letteratura) oppure come romanzo sul tema trascurato della disabilità. Anche se Nati due volte di Pontiggia non è certo passato inosservato, non si può dire che il tema sia tra quelli più ricorrenti in tempi di romanzi "camminanti". Eppure le protagoniste - perché di due protagoniste non antagoniste si può parlare, per una volta tanto - si muovono e si arrangiano in tante azioni della quotidianità e il libro è per buona parte la scoperta di questa loro quotidianità e della strana intimità che si va creando, fino a un momento di distacco.

Le tre sezioni che scandiscono questo libro di protesi, primari, ospedali, centri riabilitativi e rotelle piroettanti, si rifanno nei titoli ai tre archetipi di Terra, Aria e Acqua. La prima sezione racchiude i momenti dell'incidente e del subito dopo, concedendosi i flashback più distanti. Potremmo chiamarla la sezione degli arti e soprattutto dei piedi, del venir meno del contatto delle piante dei piedi con il suolo, quando avviene la scoperta di quell'immensa nostalgia che si rivolge all'ingiù, verso il centro della terra, come la forza di gravità e che non è solo la nostalgia del camminare o del correre (sono i diversi tipi di linoleum, gli asfalti o altre superfici percorse dalle rotelle della carrozzina a emergere più volte tra le righe). La seconda parte intitolata all'aria è quella della voce che per questo elemento si propaga: la voce reale e professionale dell'amica impiegata al call center, vale a dire Giovanna, soprannominata Donnagatto dalla narratrice (quella stessa voce a cui fa riferimento un titolo che avrebbe potuto scegliere anche altri elementi su cui far leva per invitarci all'opera). Qui l'azione si svolge all'interno del call center, in un andirivieni di situazioni tipiche del turno di notte e di confessioni imprevedibili tra le due protagoniste che si trovano a condividere pochi metri quadri di aria viziata. La terza e brevissima sezione conclusiva si apre con la narratrice che si trova negli Stati Uniti per lavoro (è una storica dell'arte). Il distacco tra le due amiche si è consumato in modo imprevedibile e innocuo poche pagine prima. Si legge di un distacco che profuma anche di liberazione. Il titolo è Acqua: vi è l'oceano di mezzo tra il continente americano e l'Italia nella quale si appresta a ritornare. Quest'ultima parte, brevissima se confrontata con le prime due, accoglie un ulteriore motivo di interesse del romanzo: il perdersi di vista. La narratrice ritorna e pensa di ricontattare Giovanna che nel frattempo è sparita, forse in qualche spiaggia della Thailandia. In queste poche pagine si innestano le più persuasive riflessioni sul senso dell'incontro tra due persone e sul normale smarrirsi nei percorsi della vita. Il finale, che è dedicato a un'altra grande nostalgia (una metamorfosi in pesce), non mancherà di colpire per la resa immaginifica, all'interno di una riflessione che sembra quasi "relegare" l'umano bipede e in salute a un movimento su uno spazio bidimensionale, mentre non è così per i pesci (e se ci pensiamo non è così nemmeno per gli uccelli o per certi insetti, animali che si muovono davvero in uno spazio tridimensionale).

Quest'ultimo libro di Alessandra Sarchi raduna riflessioni sull'involucro del corpo e la materia onirica, sulla religione e la danza, sul senso di una memoria e del tempo tra il prima e il dopo un avvenimento esiziale, persino sull'innamoramento e sulle nuove travolgenti passioni per gli animali (senza voce). Le due protagoniste dell'opera non si caratterizzano per contrasto come avviene in molta prosa del passato dove agiscono due personaggi principali assai diversi. Sarebbe stato troppo facile. Sono diverse, si attraggono, ma la loro corrispondenza non viaggia sui binari dell'opposizione e del contrasto e nemmeno su quelli altrettanto prevedibili di una comune sorte degli arti inferiori. Ciò che convince è la precisa disposizione sulle pagine di questo profluvio ribollente di realtà handicappata. Ne esce un'opera che ha sì un punto di partenza ben preciso, ma che parimenti si apre a corolla verso una molteplicità di introspezioni e sancisce la provvisorietà di qualsiasi categorizzazione troppo sicura dell'umano, del desiderio e dei limiti-limbi tra la "nuova" vita medicalizzata a oltranza e la morte.