lunedì 28 aprile 2014

"Piccola storia delle eresie". Intervista a Mauro Orletti

Librobreve intervista #38


LB: Come si profila l'idea di un libro come Piccola storia delle eresie (pp. 168, euro 14) e come si arriva a una casa editrice come Quodlibet per pubblicarlo?
R: Per un paio d'anni, tra la fine del 2010 e l'inizio del 2012, a Bologna, si sono svolti degli incontri di libere pensate letterarie che avevano anche un nome: Spazzavento.
Durante questi incontri si leggeva e si stava ad ascoltare. Si discuteva di scritture malfatte, di temi immensi e insolubili: per esempio cos'è l’anima e se esiste ancora. Si assisteva a spettacolini di pochi minuti, proiezioni di foto, cortometraggi, microlezioni. Si facevano elenchi, elenchi di quel che sarebbe stato bello realizzare.
Durante uno di questi incontri avevo letto un pezzetto che parlava della Trinità e lo faceva in un modo un po' avventato. Cioè spiegavo la Trinità prendendo come esempio l'ovetto Kinder. E poi da lì sono partito a scrivere dei piccoli testi nei quali cercavo di spiegare in parole semplici i dogmi della Chiesa. Poi però è venuto fuori che era più interessante studiare le dottrine di quelli che avevano infranto i dogmi. E alla fine mi sono trovato a scrivere di eresie ed eretici.
A questi incontri era presente era presente Ermanno Cavazzoni, che assieme a Jean Talon, cura la collana Compagnia Extra di Quodlibet. Mi ha chiesto di provare a compilare una piccola storia di queste eresie. E così ho fatto.


Mauro Orletti
LB: Mi ha colpito la scrittura, una certa facilità e agilità. Quando nasce la motivazione verso questo tema fondamentale della storia del pensiero e quali sono i modelli di scrittura ai quali si sente vicino?
R: Quasi tutto quello che sappiamo delle eresie è stato tramandato dai vincitori del conflitto che si scatenò fra i cristiani delle origini. Si tratta di una circostanza che, agli occhi di uno storico, deve apparire funesta. Significa avere a disposizione delle fonti che, in molti casi, hanno un livello veramente basso di attendibilità. Sono spesso faziose, raccontano solo una parte della storia e lo fanno in un modo che, certe volte, non esita a falsificare per dare un’immagine negativa del proprio avversario.
Ecco per me, che non sono uno storico e che non ho alcuna pretesa di ricostruire una presunta verità, tutto questo si è presentato come una grande opportunità.
Raccontare vita e dottrina degli eretici a partire dalla versione dei padri della storiografia ecclesiastica mi è sembrato un modo originale e appassionante per restituire tutta la straordinaria complessità delle varie sette cristiane. Quindi, in un certo senso, posso dire che sono stati loro i miei modelli: non ho mai raddrizzato le loro distorsioni, ho accettato nel racconto piccole e grandi falsificazioni, ho riportato le descrizioni fatte, anche quelle ai limiti della caricatura.

LB: Il libro è strutturato quasi come una minienciclopedia ma poi, leggendolo, si capisce che rifugge ovviamente l'approccio enciclopedico. Qual è stata la difficoltà maggiore nel sintetizzare una materia così vasta, sterminata?
R: Proprio perché volevo che il taglio fosse letterario e non enciclopedico, mi sono preso la libertà di selezionare. In fondo non c'era bisogno di fare un libro con pretese di esaustività (e comunque non ne sarei stato capace). Allo stesso tempo, e penso sia stata questa la principale difficoltà, dalla selezione di eresie e dal successivo montaggio volevo emergesse il racconto di un cristianesimo che non è sempre stato ufficiale, che si è evoluto poco per volta, che ha modificato la propria dottrina man mano che lo scontro con gli eretici si è fatto insanabile. Più in generale il racconto di uno strano periodo storico, fatto di sinodi e controsinodi, di pazzi che si affrontavano a suon di scomuniche e condanne, di sette che inventavano ogni giorno nuove ragioni per odiarsi, cavillando su aspetti apparentemente irrilevanti. Ad esempio se nell'impasto del pane usato per l'eucarestia bisognava aggiungere olio e sale.


Sant'Ireneo di Lione
LB: Lo scrive lei stesso nella premessa: il suo è un libro letterario, fazioso. Lei stesso non si presenta con il classico curriculum di studioso delle eresie. Sono curioso di sapere se ci sono già verificate delle reazioni interessanti che può raccontare provenienti dalla sponda degli "ordodossi studiosi di eresie".
R: Qualche tempo fa è uscita su un quotidiano una bella recensione del libro. Venivano citate molte delle eresie raccolte e fra queste quella di uno gnostico di nome Marco che aveva fondato una teologia aritmetica in base alla quale Dio aveva creato ogni cosa in 8 giorni pronunciando quattro parole che contenevano 30 lettere. Il numero 30 era composto da 1 decade, 1 dodecade, 2 tetradi (10+12+4+4). Alla Trinità, quindi, veniva a sostituirsi una delle due tetradi, una Santa Quaternità. Tant'è che l'articolo si intitolava “Pregare nudi in nome della Santa Quaternità”. Ora, a parte il fatto che non sono sicuro che autore del pezzo e autore del titolo siano la stessa persona, comunque questo titolo deve aver attirato l'attenzione di un giornalista “ortodosso” che ha scritto un articolo, su un altro giornale, dal titolo: “Deridere la religione e la fede... È una moda ma non fa ridere”.
Però nelle dottrine degli gnostici come Marco - che noi oggi chiamiamo eretici e che allora non lo erano e avevano pari dignità rispetto agli altri cristiani – non c'era la volontà di deridere la religione e la fede. E così, nell'includerli in una storia delle eresie, per quanto piccola sia questa storia, non c'è l'intenzione di ridicolizzare né l'eresia né l'ortodossia. Infine, nel citarli in un articolo intitolato “Pregare nudi in nome della Santa Quaternità” non c'è intento scandalistico né compiacimento nel ricercare le sette più strambe e risibili. Mi sembra un'accusa un po' gratuita perché, per rimanere all'esempio dello gnostico Marco, la sua stramberia è semmai conseguenza della versione dell'Adversus haereses di Sant'Ireneo di Lione. Quindi, potrei sbagliare, ma ho la sensazione che il timore che gli eretici, le storie di eretici o le recensioni delle storie di eretici possano deridere la religione e la fede è un timore ingiustificato, un timore che nasce forse da una dimenticanza: la religione cristiana, per come la conosciamo oggi, è il risultato di una serie di aggiustamenti che si sono realizzati man mano che venivano avanzati dubbi, obiezioni, interpretazioni alternative. Le eresie alimentavano anche loro la discussione, permettevano di verificare la solidità degli impianti dottrinali, inducevano ad effettuare alcune scelte. È in questo modo che andò formandosi l’ortodossia: selezionando, sacrificando, recuperando e in certi casi copiando.
Non sono in grado di esprimere un giudizio di valore al riguardo, ma penso che le cose siano andate più o meno in questo modo. Per fare un esempio: se Ario non avesse fatto notare che Gesù era nato e quindi, fino ad un certo punto, non esisteva, e non esistendo ab eterno mancava di un attributo divino fondamentale, di modo che era necessariamente subordinato al Padre, se Ario non avesse fatto notare tutto questo magari il Concilio di Nicea non avrebbe parlato di consustanzialità fra padre e figlio e non avrebbe fissato i contenuti principali del Credo. Lo stesso, o quasi, che i cattolici recitano ancor oggi.

LB: Ci consiglia qualche altro libro eretico su cui approfondire?
R: Ci sono tantissimi libri che, da semplice lettore, consiglierei a quanti fossero interessati. Ecco però, nel rispondere alle domande per Librobreve, mi veniva in mente il capitolo sul “Settimo giorno” de Il nome della rosa e in particolare il dialogo fra Guglielmo da Baskerville e il venerabile Jorge. Quest'ultimo spiega per quale motivo ha cercato di nascondere il libro del Filosofo contenente il discorso sul riso. E a un certo punto dice così: “Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell'intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell'uomo è segno del nostro limite di peccatori.”
Insomma mi veniva in mente il libro di Eco, soprattutto questo brano in cui si parla del discorso sul riso del Filosofo. E mi veniva in mente la paura ingiustificata del venerabile Jorge che alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell'irrisione. E forse su questo rischio il venerabile Jorge avrebbe detto: è una moda ma non fa ridere.

giovedì 24 aprile 2014

da "Proclama sul fascino" di Dario Bellezza

Una poesia da #36


Per qualche motivo Proclama sul fascino di Dario Bellezza (Mondadori, pp. 64, attualmente non disponibile) è un libro che non è mai andato in libreria. Intendo nella mia libreria. Da quasi vent'anni infatti è nel cassetto dei comodini, e non perché lo riprenda continuamente in mano. E allora tanto vale riprenderlo in mano con la scusa di Librobreve, magari per capire perché non mi decido mai a spostarlo sulla libreria. Il poeta romano, morto nel 1996 a 52 anni, dopo 9 anni di malattia, era stato legato a Pasolini, a Sandro Penna (e come si sente forte la lezione di Penna in questo libro), a Elsa Morante e Amelia Rosselli, con la quale aveva vissuto (la Rosselli morì a febbraio, Bellezza a marzo, entrambi sono sepolti nel cimitero acattolico di Roma, non lontani). Il traduttore di tutto Rimbaud per Garzanti, di Bataille (come Zanzotto, e se al trevigiano toccò Le Littérature et le Mal a lui toccò Histoire de l'œil), l'artefice della ripresa di Anna Maria Ortese grazie a una proficua collaborazione con la casa editrice catanese Pellicanolibri (un'esperienza editoriale di cui sarebbe bene riparlare), lascia in questo libro di pochissimo postumo, stampato nell'aprile 1996, quella poesia che andava sicuramente amata di più mentre era in vita.

La prima poesia qui sotto fu quella che mi colpì di più nel 1996 e che ricordo di aver imparato a memoria (non è lunga). La seconda è una di quelle che ora, a distanza di molti anni, non mi fa più  spostare questo libro azzurro e marrone dal comodino. Non è un libro voluminoso, è breve. Per chi vuole approfondire, e vista anche la non reperibilità, segnalo questo post ospitato nel sito "Poetarum Silva", di cui noto solo ora, mentre inserisco il link, la data assai recente. Non avevo letto questo ricco contributo a cura di Alessandra Trevisan quando ho deciso di dedicare queste righe a Proclama sul fascino e a Dario Bellezza e rimango un po' colpito da questa comunanza di intenti. A questa mia breve riproposizione ci sono arrivato per altre vie. Comunque a volte è meglio abbondare, anche a distanza di breve tempo, anziché dimenticare quasi del tutto, per tempi inspiegabilmente troppo lunghi.


Sei Dio forse
solo perché t'ho amato
e ora inguaribile
ritorno a te
bestemmia, insulto
emblema casto del Passato.
 

-

Il freddo e il caldo:
dove sono le differenze?
o del mare di Sicilia
dov'è il suo contrario
o il mio soma già vecchio
oltre le età ancora
da attraversare?

Dove tutto insonne
va verso la sua fine
se la fine è immota
non vuole movimento
né lo pretende.

giovedì 17 aprile 2014

La casa editrice Giometti&Antonello di Macerata

Librobreve intervista #37

Sono felice di dedicare questa intervista a una casa editrice statu nascenti. In realtà il progetto c'è già e verrà illustrato bene nelle risposte che seguono, solo che siamo in quel frangente particolare che precede l'uscita dei primi libri, dopo la pubblicazione di un "archetipo", il numero zero, Lenz di Georg Büchner. La casa editrice si chiama Giometti&Antonello e siamo a Macerata. Gino Giometti proviene da una lunga esperienza in Quodlibet. Danni Antonello è l'artefice della libreria antiquaria maceratese Scaramouche. Non mi dilungo oltre, vi lascio alle risposte che confermano i contorni di un progetto da seguire con costante attenzione. Il mix dei due fondatori è intrigante, oserei aggiungere quasi "sexy". Le idee sono molto chiare, la capacità di distinguersi è tale che non resta che attendere fiduciosi. E leggere i loro libri. In bocca al lupo.

LB: Sin dal nome della nuova casa editrice è evidente la volontà di sancire qualcosa in questo legame di due persone. Come si incontrano in un'idea di progetto editoriale Gino Giometti e Danni Antonello?
R: Abbiamo deciso di fondere due traiettorie diverse ma tutt'altro che incompatibili, nella speranza che anzi possano fecondarsi a vicenda. Danni Antonello, comparatista e poeta, ha avviato da qualche anno una piccola libreria antiquaria a Macerata, Scaramouche, che ha gettato insospettabili radici in un territorio non esattamente propizio. Questo per dire che la qualità trova sempre i suoi estimatori. Gino Giometti invece ha una formazione filosofica ed è stato, vent'anni fa, uno dei fondatori della casa editrice Quodlibet, da cui è uscito l'anno scorso. Unendo insieme queste due esperienze si costituisce un punto di vista privilegiato rispetto all'editoria della tradizione che ci consentirà, speriamo, di agganciare le nostre proposte editoriali a una serie di linee invisibili che ci congiungono col passato assorbendone linfa vitale.


Il "numero zero"
LB: Il numero uno è sempre importante (penso ad esempio ad Adelphi che proverbialmente si dice nasca per pubblicare Nietzsche). Perché partire dal Lenz, un testo importante, fondamentale, ma non mancante nel panorama? Quali le caratteristiche uniche del vostro "numero uno"?
R: In realtà si tratta piuttosto di un "numero zero", un prototipo. La traduzione di Alberto Spaini è ripresa dal passato, uscì nel '41 per le belle edizioni di Rosa & Ballo. La veste però è completamente inedita, dai due testi di apertura e chiusura, uno di Gottfried Benn l'altro di Martin Walser, alle illustrazioni fatte per l'occasione da Giuditta Chiaraluce. L'edizione poi è numerata e i primi dieci pezzi contengono un'illustrazione originale dell'artista. Era, come detto, un prototipo, utile anche per aggiustare il tiro sull'identità materiale del nostro prodotto, mentre l'autore scelto, e quel testo in particolare, è per noi un archetipo. Date queste premesse, il fatto che esistessero altre edizioni dello stesso testo era per noi irrilevante.


In arrivo Kurt Wolff
LB: Avete pronta una bozza di catalogo e potete dare qualche anticipazione sui titoli, sui numeri di libri che pensate di pubblicare in un anno?
R: Quanto al numero, pensavamo a una decina nel primo anno. Quanto alla bozza di catalogo l'abbiamo, ma ancora, date certe trattative in corso, non possiamo fare troppi annunci. Possiamo indicare quello che sarà il nostro libro numero 1, in quanto proprio in questi giorni stiamo chiudendo il contratto. Si tratta delle memorie dell'editore Kurt Wolff, che all'inizio del secolo scorso pubblicò autori come Robert Walser, Kafka, Trakl, Benn, Kraus e molti altri. In italiano non erano state mai pubblicate e anche in questo caso vorremmo partire con un archetipo, un contributo esemplare sulla missione dell'editore. La memorialistica e gli epistolari avranno un ruolo centrale nella nostra produzione. Ma non mancheranno opere di narrativa in senso tradizionale, a fianco di opere legate all'arte di avanguardia che hanno assurto al ruolo di "classici". L'esplorazione è in corso, le lacune da colmare nel panorama della produzione editoriale attuale ci sembrano molte.

LB: Qual è la vostra idea di editoria? Non si tratta di una domanda generica e fuorviante. In quest'ultima domanda mi interessa capire come pensate di operare nel mare magno e difficile della "promozione editoriale", in tutto quello che questa sigla oggi significa (progetto grafico, progetto editoriale a lungo termine, distribuzione, comunicazione ecc.)
R: Per anni gli editori si sono lamentati della "distribuzione", come se fosse il problema principale da superare per avere credito e successo. Certo, la questione è rognosa in quanto, quando si ragiona sui numeri di un editore di nicchia, un distributore non ci investe ed il poco che vende viene drenato per il 60 per cento dal meccanismo. Riuscire a tirarci fuori un reddito decente è impresa che rasenta l'utopia. Ma noi pensiamo che il problema sia in qualche modo mal posto. La vera difficoltà sta nel creare e mantenere una linea di produzione coerente e di alto livello; mettere in fila una famiglia di autori (spesso imparentati fra loro senza che lo sappiano), e creare con caparbietà una famiglia di amici e lettori. Gettare un seme nelle poche librerie indipendenti e di ricerca rimaste, e in una comunità di lettori che non trova più linee di indirizzo nei giornali e nell'accademia. Una delle ragioni del declino dell'Italia è forse il fatto che da lungo tempo non possiede una letteratura - termine da intendere nel senso più ampio possibile. Noi scommettiamo sul fatto che ancora ci sia qualcuno che considera questa condizione intollerabile.

mercoledì 16 aprile 2014

"Semicerchio - Poesia del lavoro". Presentazione della rivista a Milano alla Libreria Popolare di via Tadino

Riviste #4

Ricevo notizia da Alessandro Broggi e provo a darne tempestivamente cenno. Parliamo di una delle più significative e longeve riviste letterarie italiane, "Semicerchio", diretta da Francesco Stella e edita da Pacini Editore. In passato ho avuto il piacere di collaborarvi, a tratti. Ora ci collabora un amico di cui ho grande stima, Hideyuki Doi, che spero di ritrovare presto in qualche modo.
Domani, giovedì 17 aprile 2014, alle ore 18.00, presso la Libreria Popolare di Milano in via Tadino 18 (MM Porta Venezia), si terrà la presentazione del numero XLVIII-XLIX intitolato Poesia del lavoro. Riporto dal comunicato: gli interventi critici saranno di Niccolò Scaffai, Andrea Sirotti e Fabio Zinelli, mentre le letture poetiche di Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Giancarlo Majorino, Edoardo Zuccato. Coordinerà Paolo Zublena. In questa pagina trovate un sommario della monografia. 

Anche da qui colgo l'occasione per ringraziare Giuseppe Bertoni per la recensione che proprio in questo fascicolo di "Semicerchio" ha dedicato a Pertiche.

Questo il sito della rivista.

lunedì 14 aprile 2014

"Notte e nebbia" di Jean Cayrol

Qualche parola sull'editore (talvolta è bene iniziare da chi pubblica e questo è uno di quei casi). Nonostante Edizioni è nata poco fa a Trieste. Nel sito potrete trovare una sorta di sunto delle linee programmatiche e sono linee avvincenti, tanto quanto la fattura di questi libri, pressoché unica nel panorama (con una sovraccoperta trasparente elaborata da Franco Toso). Ma ciò che poi conta sono anche le uscite, e allora ecco spuntare nell'alveo della letteratura francese, e in quello ancora più ristretto degli autori che sfociarono nel Nouveau Roman, i libri o le anticipazioni sui libri che verranno di Robbe-Grillet, Claude Simon, Michel Butor, Nathalie Sarraute, Marguerite Duras, Hélène Bessette o Jean Cayrol. E proprio di quest'ultimo vi voglio dar notizia, visto che ho letto le poesie di Notte e nebbia (pp. 188, a cura di Giovanni Pilastro, traduzione di Nicola Muschiatello, postfazione di Boris Pahor, euro 16).


Jean Cayrol (1911 - 2005)
Il titolo proviene dal tedesco "Nacht und Nebel", l'endiadi con cui si classificarono i prigionieri politici nei campi di concentramento dei nazisti. Cayrol, scampato alla morte Mauthausen, già nel 1946 compose il libro di poesia Poèmes de la nuit et du brouillard e poi, di lì a poco, nel decimo anniversario della liberazione nel 1955, affiancò con il proprio testo il lavoro del regista Alain Resnais, morto fra l'altro lo scorso marzo a Parigi, per il documentario in bianco e nero e a colori intitolato proprio come il libro qui proposto, Nuit et brouillard (qui un breve clip della parte finale). I deportati marchiati con la NN di "Nacht und Nebel" non dovevano lasciare alcuna traccia; quelle due lettere stavano per un'area di attesa della morte che non doveva lasciare segni: nulla si doveva sapere della loro morte e del luogo di questa. Il riferimento è al decreto "Notte e Nebbia" emanato dal Reich nel dicembre 1941 e il segmento di testo che prestò il nome al decreto proveniva da L'oro del Reno di Wagner, laddove Alberico, indossando l’elmo magico, si trasforma in colonna di fumo e sparisce cantando "Nacht und Nebel, niemand gleich".

In quel film di Resnais musicato dall'austriaco Hanns Eisler e recitato dalla voce di Michel Bouquet, il testo di Cayrol appare come contrappunto alle immagini. La poesia di Cayrol e il tema del ritorno centrano in pieno i tratti salienti che attraversarono l'esperienza concentrazionaria di Primo Levi e il resto della sua vita fino al tragico epilogo. Nella sua postfazione Boris Pahor ricorda che nei personaggi delle opere di Cayrol esiste una sorta di "perdita della memoria", mentre in Levi spesso si ravvisa il contorno di una sorta di "lacuna della testimonianza". Se il narratore di Levi è testimone, in Cayrol assistiamo a una negazione pressoché totale della testimonianza. Per raccontare l'esperienza disgraziata dei sopravvissuti Jean Cayrol ricorreva alla similitudine biblica con la figura di Lazzaro, colui che ha visitato la morte e vi ha fatto ritorno, e che tuttavia non ricorda pur essendo (o proprio perché) ancora vivo. Pahor è molto accorto nel puntellare le differenti visioni sulla possibilità di raccontare l'incomunicabile, il non condivisibile o l'indicibile (sua, di Cayrol e di Levi). C'è un punto della sua postfazione dove il pensiero grippa, e poi si innalza. Ricorda i mesi del sanatorio successivi al campo, la TBC e il momento in cui si trovò a osservare una ragazza che si pettinava. Proprio da quel gesto Pahor racconta di aver ripreso a raccontare. Sembra quasi esserci una sorta di fede inspiegabile e inspiegata nell'eros che consente il tentativo di un racconto dopo la morte infinita scontata nel campo. Ma la poesia non è sempre racconto, e quella di Cayrol ancor meno. E il punto - scuserete il paradosso sin troppo spinto - non è se si possa raccontare o fare poesia dopo Auschwitz, bensì come abbiamo potuto raccontare e fare poesia prima di Auschwitz. Dopo Auschwitz, scrive Pahor, "raccontare il campo è possibile, difficile invece è comprenderlo. Non è vero che dopo i campi non si può più scrivere poesie. Si può e si deve farlo per non dimenticare i morti, quelli che non possono più leggere poesie. Non ho mai pensato che l’esperienza della deportazione sia, come invece ritiene Cayrol, «inafferrabile, intrasmissibile». Credo piuttosto che il problema sia farla rivivere al lettore, soprattutto far comprenderne la dimensione psicologica. Il male si può descrivere, lo si può dire, resta semmai il problema che chi non è passato per il campo, con quel male non vi si può immedesimare. Il campo rimane e rimarrà incomunicabile. Qui sta forse la differenza di pensiero maggiore tra me e Cayrol: ciò che per lui è indicibile, il male concentrazionario, per me invece è incomunicabile". 

Poco oltre Pahor inquadra bene il terrain vague che è diventato l'universo dello sterminio e quello del testo poetico di Cayrol, che ora giunge a noi nella traduzione di Nicola Muschiatello:

"Ciò che più impressiona del documentario di Resnais e del testo di Cayrol è che manca la persona. C’è una voce che racconta, certo. Poi ci sono le immagini. Fotografie e riprese. E in quelle sequenze ciò che manca è più forte di ciò che si vede. Come scrive Cayrol, ci sono «costruzioni che potrebbero essere scuderie, granai, laboratori artigianali, una terra povera ora terra abbandonata, un cielo d'autunno ora indifferente, ecco quanto ci resta per immaginare una notte interrotta dagli appelli, dall'ispezione per i pidocchi, una notte che batte i denti». Nonostante le rovine, i resti del campo ancora visibili, si tratterà sempre di compiere uno sforzo di immaginazione per cercare di capire cosa era quella vita."

SOLITUDE


Depuis qu’il est revenu
il vit avec les chiens
les bêtes veules les arbres morts
de l’été qui finit la guerre.

Depuis qu’il est revenu
son visage est devenu laid
il parle seul dans la rue
il ne sait pas qui l’a trompé.

Il tourne dans sa maison
et siffle un air que lui seul connaît
et parfois tombe sans raison
comme un homme ivre qui se tait

depuis qu’il est revenu
il ne s’est pas encore mis nu

un jour viendra
où il aura deux larmes sous les yeux
tuez-le.


SOLITUDINE


Da quando è tornato 

vive con i cani
le bestie ammalate gli alberi seccati
dell'estate che mise fine alla guerra.

Da quando è tornato
il suo viso è diventato brutto
parla per strada da solo
non sa chi lo ha ingannato.

Gira per casa
e fischietta un motivo che conosce solo lui
e qualche volta senza ragione cade
come un ubriaco che non parla più

da quando è tornato
non si è ancora spogliato

un giorno avrà 
due lacrime sotto gli occhi
ammazzatelo.

(Traduzione di Nicola Muschiatello)

sabato 12 aprile 2014

Michael Herr e i "Dispacci" della guerra del Vietnam

Ripescaggi #34

Coinvolto da Francis Ford Coppola per "Apocalypse Now" (scrisse i testi della voce narrante) e da Stanley Kubrick per "Full Metal Jacket" (co-sceneggiatore), Michael Herr è senza dubbi uno dei più importanti testimoni della guerra in Vietnam. Questi due importanti punti di contatto con le due pellicole forse più note e significative su quella guerra già evidenziano la sua posizione di spicco nel grande fiume di inchiostro e celluloide che quella guerra inevitabilmente produsse. 

Dispatches fu scritto nel 1968 e uscì nel 1977. È un reportage; Herr nel 1967 era corrispondente dell’"Esquire Magazine". Ma è anche un romanzo, forse il romanzo di guerra per eccellenza nella seconda metà del Novecento, tanto spicca ed eccelle per le qualità della scrittura, per la viscerale ricostruzione e ri-creazione episodica, frammentaria di quello straziante e allucinogeno inferno linguistico, uditivo (prima ancora che visivo) e olfattivo che si creò nella ex colonia francese durante l’imperversare della guerra. La traduzione di Margherita Bignardi, uscita la prima volta solamente nel 1991 per Leonardo, è ora riproposta, in versione rivista, dalla casa editrice Alet, accompagnata da un ritratto di Herr per mano di Frederick Exley e da un bel risvolto firmato da Gianni Riotta.

Quando Herr annotava la sua esperienza al fronte era coetaneo dei soldati che vedeva combattere e cadere. Questo dato anagrafico aiuta a comprendere la vasta eco che il librò porto con sé ma soprattutto il valore dell’opera per noi contemporanei: solo un giovane aveva le cellule ancora buone per raccontare il sapore del fango dove si arenò l’esercito americano, forse solo dei giovani riusciranno domani a raccontare gli scenari di guerra attuali per quel che sono, cogliendone le peculiarità ma anche quel filo rosso di assurdità e delirio che lega tra loro tutte le guerre. 

(Recensione apparsa sulla rivista "daemon" nel 2005. Nel 2008 BUR-Rizzoli ha riproposto questo libro.)

mercoledì 9 aprile 2014

"Contemplazioni", il liber mutus di Arturo Martini

Nel maggio "radioso" del 1915, come noto, l'Italia entra in guerra. La ripercussione di questo fatto sulla vita dell'artista Arturo Martini (Treviso, 1899 - Milano, 1947) è ravvisabile nell'interruzione di un viaggio a Parigi. Nella primavera del '16 Martini, ventisettenne, è perfettamente arruolabile. Prova tuttavia a schivare la trincea e le linee dei campi di battaglia e ci riesce: finisce a lavorare come operaio fonditore, prima a Genova, poi sempre in Liguria a Vado Ligure. In questo periodo principia una ricerca che sfocia nel libro (?) senza testo che Martini pubblica a proprie spese presso la Tipografia Lega di Faenza nel 1918 (ora disponibile anche nel catalogo delle Edizioni Canova in ristampa anastatica, pp. 84, euro 12, a cura di Mirella Bentivoglio e Nico Stringa). L'incisore-ceramista (e così capiamo anche Faenza forse e ci ricordiamo la roccia del caolino nei bianchi di Piero Manzoni) stende in queste pagine dei segni, come in un raptus di scrittura asemantica. Ad un primo impatto mi hanno ricordato dei grandi libri di Canto Gregoriano (per i rombi) che mi è capitato di ammirare assieme alle miniature in tanti giri, soprattutto dell'Italia centrale.

Primordi, arte cinetica, ritmo segnico, accentazione grafica, spazialità che aspira a purezza. C'è già il Martini "etrusco" in queste afasie paraverbali? (L'etruscologia da viaggio di Dico a te, Clio di uno scrittore immenso come Alberto Savinio arriva solo vent'anni più tardi!) Credo di sì. Ma c'è come una sintesi di tanta arte che proprio nella nostra penisola ha appoggiato, lungo più secoli. Tutto nasce con la tecnica dell'incisione del legno (xilografia). Il segno nero si carica e dialoga con gli esiti espressionisti allora in auge e tuttavia si svuota di tutto, del colore e di una tensione curvilinea qui assente, e pare dialogare anche da vicino con il Kandinskij, artista che io trovo in fondo assai meno interessante di Martini, ma che ha avuto la grande capacità di tracciare in Punto, linea, superficie e in Lo spirituale nell'arte i solchi di una portentosa riflessione teorica (eppure sarebbe così facile rendersi conto che Martini non è da meno se si riprende in mano La scultura lingua morta e altri scritti pubblicato da Abscondita). Si parla spesso di mistica, di contemplazione religiosa e musicale per questo unicum della storia dell'arte (e della storia del libro) in Italia. Martini lesse il mistico olandese John of Ruysbroeck, questo è un dato consolidato. E la catastrofe della Prima guerra mondiale può aver giocato una parte molto importante. Le date a volte dicono di più di mille discorsi critici, se ascoltate a fondo.

Martini morì a Milano nel 1947
Il volume nasce sulla scia della recente mostra bolognese tenutasi a Palazzo Fava e da poco chiusa, Arturo Martini. Creature, il sogno della terracotta. L'anastatica proposta da Canova Edizioni è corredata di un foglietto sciolto e svolazzante con le annotazioni dei curatori Mirella Bentivoglio, teorica del libro d'artista, e Nico Stringa, profondo conoscitore dell'opera dello scultore di Treviso. Estratto questo foglietto, ciò che rimane è l'anastatica del quel pionieristico e unico libro del 1918. Per gli appassionati qualche altra notizia in chiusura: il libro uscì anche poi nel 1937 per la milanese Tipografia Vera e nel 1945 per la veneziana Ferrari. Nel 1967 fu la volta di Scheiwiller. L’edizione originale si trova invece in copia unica nel Fondo Natale Maz­zolà della Biblioteca Civica di Treviso e la presente edizione è resa possibile dal direttore Emilio Lippi e dagli eredi dell'artista.

Ripenso spesso alla Donna che nuota sott'acqua, da Martini stesso forse intravista come il culmine della propria ricerca. Che cosa spartiscono questi segni partiti dal legno e precipitati in questo libro del 1918 e quella statua acefala del 1942 che lungamente l'artista elaborò, probabilmente rapito dalla visione di una scena precisa di un film di W.S. Van Dike (qui il trailer) della fine degli anni Venti, nel quale apparivano sott'acqua delle nuotatrici polinesiane? Il bianco? Lo spazio bianco? L'intervallo di bianco e buio? L'acqua? Un silenzio? Lo stesso vano tentativo di essere respiro e movimento?


Arturo Martini, Donna che nuota sott'acqua, 1942

domenica 6 aprile 2014

Azzurra D'Agostino a Treviso a Ca' dei Ricchi per "TRAversi 2"












Giovedì 10 aprile 2014 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi 2" - a cura di Marco Scarpa
con Azzurra D'Agostino


Torna TRAversi 2 a cura di Marco Scarpa ed è festa, visto che arriva un'amica che ha qualcosa da dire e sa farsi ascoltare. Questo lo dico se dopo questi anni di Librobreve un po' vi fidate di me. Se non vi fidate di me, fidatevi di Marco Scarpa che non sbaglia quasi mai un colpo quando sceglie i poeti da invitare. Se non vi fidate né di me né di Marco Scarpa allora potete sempre cercare in rete, ritornare a questo post che dedicai ai suoi Canti di un luogo abbandonato oppure visitare il sito di questo progetto a questo indirizzo. Insomma, vedete voi. Credo valga la pena uscire e raggiungere questo appuntamento giovedì 10 aprile a Treviso.


Azzurra D’Agostino ha pubblicato le raccolte poetiche 'Versi dell'abitare' in XI Quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012), 'D'aria sottile' (Transeuropa, 2011- Finalista Premio Viareggio), Con ordine (Lietocolle, 2005) e D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, 2003). Suoi racconti e interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie (tra cui «Nuovi Argomenti» vol. 51, 2010 - Mondadori, Almanacco dello specchio 2009 - Mondadori, Bloggirls - Mondadori, Best off 2006 - minimum fax). Il suo ultimo libro, 'Canti di un luogo abbandonato', è un poemetto autoprodotto presso la stamperia d'arte Anonima Impressori di Bologna.

venerdì 4 aprile 2014

Gustav Heinse e le poesie de "Il monte in fiamme". Ai morti del San Michele e di San Martino del Carso

Leggere una Grande Guerra #2
Una poesia da #35

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Del poeta "austro-ungarico" Gustav Heinse non so se sia mai uscito qualcosa in italiano prima di questo volume intitolato Il monte in fiamme, Ai morti del San Michele e di San Martino del Carso, 1915/1916 1937 (Kolibris Edizioni, euro 12, a cura di Paola Maria Filippi). Non so nemmeno se esistano altre case editrici altrettanto attive nelle nuove traduzioni e il merito va ascritto alla principale animatrice di queste edizioni, Chiara De Luca (intervistata qui). Questo libro ha duplice valenza: colma un vuoto di traduzione di un importante poeta e arriva nel periodo "caldo" del Centenario. Heinse, al secolo Josef Klein, nacque nel 1896 a Herceg Novi (Castelnuovo, Dalmazia). Morì a Sofia nel 1971 da dove risiedeva dal lontano 1924. In queste righe veloci si ricordi soltanto il suo grande operato di traduttore e mediatore di culture, un vero facitore di ponti. E certo non è da escludere che l'esperienza della Prima guerra mondiale abbia deviato in tutto e per tutto il corso della sua vita. Il suo impatto con la trincea e la guerra lo trasforma presto in un esponente del pacifismo e filantropismo (guerra come punto più basso della civilizzazione). La sua è una poesia che non ci sembra poi così lontana da noi nei toni, nelle scelte e nelle omissioni. Da tempo poi penso che quella zona corrispondente all'attuale confine italo-sloveno abbia fatto bene alla storia della poesia e della letteratura europea globalmente intesa. Lascio riempire a voi le caselle coi nomi, io ci aggiungo anche questo di Heinse. Nella scelta del testo sono stato un po' guidato dalla recente rilettura di Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, da quel "tornare in prima linea" che chiude la poesia di Heinse e dal significato di questo "ritorno" in Lussu, e poi dal ripensare le tante braccia che Lussu riprende alzarsi e abbassarsi freneticamente, dal fianco alla bocca e dalla bocca al fianco, per portare alle labbra la bottiglia di cognac prima di un assalto. Chi non ha vissuto l'assalto non ha potuto conoscere davvero quella guerra. Prima di lasciarvi alla poesia, ecco solo qualche notizia sulla guerra di Heinse, reperibile nel ricco contributo di Paola Maria Filippi:

"Josef Klein, allo scoppio della guerra, viene inviato sul fronte italiano. Presta servizio come ufficiale nel k.u.k. Ungarisches Infanterie Regiment “Rupprecht Kronprinz von Bayern” Nr. 43, creato nel 1914 e costituito per il 78% da rumeni, il 20% da magiari e il 2% da militari di altra nazionalità. La divisa era quella ungherese.
La difficoltà, o meglio l’impossibilità, di riconoscere negli italiani la controparte da annientare e le durissime vicende della guerra di trincea inducono Heinse a tener nota per iscritto di quanto accade attorno a lui, ma soprattutto delle sensazioni e dei sentimenti che lo frastornano. La scrittura lo aiuta a riflettere, rielaborare, a prendere le distanze, a sopravvivere. Rimarchevole in lui non solo la necessità di fissare esperienze che per un qualche aspetto lo hanno colpito, ma di volerlo fare sotto forma di diario, e di un diario particolare, in cui le parole e le frasi si dispongano quanto più possibile armonicamente, alla ricerca di un ordine più vincolante della libera struttura prosastica, in una consuetudine alla “compattezza”, che aiuti a prendere le distanze, a superare l’indicibilità degli accadimenti e delle impressioni. La ricerca di una forma “bella”, per altro, e più che mai, data la materia, non è certo fine a se stessa. Va inquadrata in una necessità assoluta di distanziazione, nel tentativo di recupero di una normalità che rimandi al “prima” dell’evento. Dicendo le cose “entro le norme” ci si sforza di operare per ricondurre disgregazione e caos entro la regolarità di un dire in precedenza riservato ai momenti, non della quotidianità, ma della nobilitazione del vivere, della contemplazione, dello spirito. Ma malgrado la ricerca di espressioni e formulazioni ricche di rime, assonanze, lemmi preziosi, Heinse percepisce con pena crescente la non appropriatezza di quel suo voler lavorare con strumenti che prima della barbarie potevano aiutare a gestire sofferenza e disagio, mentre ora si rivelano insufficienti non tanto a raccontare, ma quasi offensivi nei confronti di una esperienza indicibile, come egli stesso sosterrà molti anni dopo."


Comeno, 13 settembre 1916

Siamo riserve, nel porto sicuro,
dodici miglia nelle retrovie e mangiamo e dormiamo
da quindici giorni orfani delle paure
e dei mille supplizi.


A tratto a tratto la contraerea strepita sferzante
inseguendo un aereo sopra di noi.
E noi continuiamo a stravaccarci, a sonnecchiare, a sbadigliare
o facciamo di qualcuno il nostro diversivo.


Litighiamo e imprechiamo e giochiamo e beviamo,
per non sprofondare nella disperazione:
dobbiamo tornare in prima linea.


Comen, den 13. September 1916

Wir sind Reserve, im schützenden Hafen,
zwölf Meilen zurück und essen und schlafen,
seit vierzehn Tagen ledig der Ängste
und tausend Plagen.


Zuweilen poltern und peitschen Flaks,
wenn sie über uns einen Flieger jagen.
Wir räkeln uns weiter und dösen und gähnen
oder nehmen selber einen aufs Korn.


Wir hadern und fluchen und spielen und trinken,
um nicht in die Not des Verzagens zu sinken,
denn wir müssen wieder nach vorn.

mercoledì 2 aprile 2014

Marina Cvetaeva e i taccuini 1919-1921: "Una donna per bene non è una donna"

Quote #2

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

L'altro giorno mi stava cadendo l'occhio su un titolo bellissimo. Intendo proprio il titolo, perché il libro non l'ho poi nemmeno sfogliato: Scrivere lettere è sempre pericoloso, ovvero la corrispondenza Bishop-Lowell pubblicata da Adelphi. Marina Cvetaeva non scriveva soltanto lettere dalla trappola per topi gelata della Mosca degli anni 1919-1921. Ne abbiamo una traccia in questo libro intitolato Taccuini 1919-1921, il quale propriamente breve non è (ma nemmeno tanto lungo, a dispetto della mole), che tuttavia io leggo come se lo fosse, a salti, e che ha pubblicato da poco Voland (pp. 432, euro 20, traduzione e cura di Pina Napolitano). Qualche anno fa quest'editore aveva proposto nella collana di "traduzioni d'autore", per la cura di Serena Vitale, un libro di lettere (quello sì assai breve) che ancora oggi mi sento di consigliare senza freni: Le notti fiorentine. Questi taccuini costituiscono il settimo e l'ottavo di dodici quaderni. Il volume è corredato di un quasi necessario apparato iconografico, il quale non ha comunque fatto schizzare verso l'alto l'asticella del prezzo di copertina. E ritorna in questi Taccuini la dimensione di più grandiosa modernità di questa scrittrice che finì la vita impiccandosi a Elabuga, nell'ultimo giorno di agosto del 1941, quella stessa dimensione che appare più in vista in libri quali Il paese dell'anima e Deserti luoghi. Quando dico che tengo questo tomo come una sorta di libro breve è perché lo immagino come un breviario della sua anima, di tutte le cose che la Cvetaeva ha scritto diverse dalla sua poesia. In queste pagine troverete il freddo che entra nelle ossa, ma anche la primavera che poi arriva, le giornate distillate, una città e la sua gente. Una casa. E poi la figlia Alja, le persone incontrate, amici, tra annotazioni, liste dei prezzi dei beni di prima necessità, unità di misura, persino i ripensamenti su singole parole usate.

Qualche quotes da questo libro, pardon, da questo breviario:

Copertina del taccuino 8
Il mio testamento ai miei figli:
– “Signori! Vivete con la lettera maiuscola!” (Mia madre prima di morire disse: “Vivete secondo la verità, bambine, – secondo la verità!” – Com’è nebuloso! – La verità! – Non uso mai questa parola. – Verità! – È così squallido – misero – poco allettante!– “Vivete con la musica” – oppure – “Vivete come davanti alla Morte” – oppure – semplicemente: – “Vivete!” 

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La Luna ha un raggio solo. La Luna è tutta raggio. La Luna è tutta becco, il Sole tutto coda (un pavone.)
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Il campo del sesso è l’unico in cui non sono precisa.
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11 maggio 1920, vecchio calendario – lunedì.
Un solicello sul mio tavolo. Il tavolo è pulito, ordinato. La mia vita: far mangiare Alja e spedirla via, e poi scrivere. Nessuna attività pratica.
Oh, Blok, che avanza lentamente nella rugiada mattutina dietro l’aratro! Com’è commovente – e come non è credibile! Io, evidentemente, non amo la natura con passione, sebbene mi senta venir meno per ogni alberello. Se avessi un alberello mio, probabilmente lo amerei come una persona. Ho bisogno di un rapporto, di un legame vivo, la natura invece – per quanto la si ami – non risponde. Per lei è lo stesso – che sia io, o un’altra qualsiasi donna. – Non puoi stringerla tra le braccia!
– E non c’è niente di più terribile che il senso di svuotamento che segue un intero giorno all’aria aperta. Non riesci a riprenderti. E ogni cosa bella – fa male!
Je suis faite pour les plaisirs d’une société honnête, l’amitié de quelques amis choisis et l’amour unique et merveilleux de quelque gentilhomme beau de visage et haut d’esprit.
– Mi consolo con delle sciocchezze! –
In generale, da quando ho incontrato NN ho perso molto del mio brio. È una cosa così nuova per me – l’avevo a tal punto dimenticato – essere non amata!

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Dal taccuino di viaggio:
Non dormire insieme – dormire insieme. (Tutto il tragitto dell’amore.)