domenica 30 marzo 2014

da "Legni" di Paolo Pistoletti

Una poesia da #34

Non conoscevo la poesia di Paolo Pistoletti. Mi ha gentilmente mandato il suo libro, Legni (Giuliano Ladolfi Editore, pp.74, euro 10, prefazione di Marco Beck). Scelgo almeno tre poesie. Una scoperta per me positiva. Spero lo sia anche per voi, o che per voi sia solo una conferma, se già lo conoscete. Della prefazione di Marco Beck mi pare utile questo passaggio, la conclusione, che arriva dopo un interessante ragionamento che riprende il filo degli studi dell'autore, della sua formazione, e un nome importante della nostra letteratura, Mario Pomilio, che - chissà perché - ritorna così di rado nelle discussioni: "[...] se per ipotesi mi fosse stato chiesto un  suggerimento riguardo a un esergo da stampare sulla soglia di questo libro, non avrei esitato a segnalare un brano di Mario Pomilio che, fin dalla pubblicazione dei suoi Scritti cristiani (Rusconi, Milano 1979), mi accompagna come costante punto di riferimento ogni volta che sono chiamato a sedermi al “tavolo delle trattative” tra fede e letteratura: «C’è, intendo, una religiosità che si esplica non nei proclami, ma nella giustezza delle opere, non nel parlare in nome di Dio, ma nel fare quanto si fa come se si fosse al cospetto di Dio»."


LUCE ACCESA

                         a Silvia


La luce accesa
di là dietro il bancone della cucina.
Sei già passata
l’aria ancora calda direi
da almeno un’ora.


Questo non dire
che è dentro come un inizio,
come se si dovesse sempre
aspettare dal niente


come se da un primo silenzio
si capisse che siamo noi
anche mentre si prepara un caffè.


Anche mentre una speranza
si fa da parte lassù,
appena sopra il lampadario.


ALLA FINESTRA



La fronte sul vetro
il grigio fuori e questo viso d’acqua.
Mia figlia alle spalle
che cresce con la febbre.
Quanti pensieri sul tetto di fronte
si lavano pronti per la pioggia,
e quanti vanno via
nelle grondaie dentro le vene
nei prati e negli occhi di chi ho conosciuto.
E quanto
tutto questo asciugarsi di legni
ci somiglia.



LEGNI


Non mi ricordo più quante volte si muore,
quante stagioni di legni
ci pesano sulle mani
prima di rovesciarci il cuore.
All’ospedale di Careggi c’è il bianco
delle mura che in mezzo ci passa
chi non ce la fa più a stare qua.
Quelli che invece tornano
nelle vene hanno sentito
tutto il risucchio che viene dagli aghi
dal tubo della flebo
fino alla luce del neon
dove a un certo punto
uno non è più niente
tutto lì nel mentre,
tanto che a sorpresa
non avendo più materia
si smette di tremare
senza cassa senza risonanza
la mancanza ricompone tutto
porta a zero la distanza.

Da bambini si arriva ogni volta
al momento giusto
come una bolla al centro del lago,
la memoria poi torna dopo
quando un giorno d’estate
il sole spacca le pietre

e allora si esce.
In corsia si dice che un giro
moltiplicato per sempre sia l’eternità.

Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001.

venerdì 28 marzo 2014

Benway Series risponde a quattro domande

Librobreve intervista #36


LB: Serie. Progetto. Edizione bilingue. Questo è Benway Series (http://benwayseries.wordpress.com). Da Ashbery a Ponge passando per la riproposta di un grande "dimenticato" come Corrado Costa. E altro ancora. Ci raccontate perché, quando e come nasce Benway Series?
R: Per rispondere dobbiamo riferirci al panorama editoriale italiano, quello motivato e organizzato sulla produzione di cifre. Ovviamente si sta parlando di mercato, e il mercato trasforma i numeri in un valore, utile a produrre ancora numeri.
Benway fa riferimento ad un diverso sistema, basato sull’importanza dell’atto conoscitivo e agitato da movimenti centrifughi anche rispetto alla scrittura, alle sue categorie e agli stili. Il progetto si concretizza verso la fine del 2012 ed è portato avanti da quattro autori che dal ricavato di un libro ne traggono un secondo e così via; in dieci mesi sono usciti cinque libri Benway Series, con un investimento iniziale di poche centinaia di euro. Questi numeri non confermano e non smentiscono niente, proprio perché non è il mercato il nostro sistema di riferimento, bensì un ambiente, anche editoriale, differente.


LB: Come operate le scelte? Potete forse dare delle anticipazioni su titoli in cantiere?
R: La Serie è l’individuazione progressiva di punti sui quali si focalizza la nostra attenzione, senza definita pianificazione editoriale, dato che intendiamo muoverci in uno spazio in cui le variabili sono gli incontri coi libri, gli autori, i lettori etc. e manteniamo costante l’aspettativa per una scoperta che deve essere il naturale esito della miglior ricerca.
Pubblichiamo i libri che ci piacciono e che guardiamo come tasselli importanti in un contesto anche più ampio di quello specificamente letterario; scegliamo libri con i quali riusciamo a dialogare e che troviamo consistenti per un ambiente (come lo abbiamo definito) che attiviamo mentre lo stiamo esplorando.
I libri Benway sono, per scelta precisa, bilingui: per i testi stranieri, lingua originale e italiano; altrimenti, italiano e inglese (o francese o altra lingua, se nascerà l'esigenza). Due motivi importanti rispetto a questa scelta sono la ricerca di una relazione di non-sudditanza, di un rapporto non didascalico tra la traduzione italiana e il testo in lingua originale, e la volontà di mantenere attivo lo scambio con i nostri lettori-interlocutori stranieri.
Il prossimo libro Benway? Tra non molto pubblicheremo la notizia in rete (qui).


LB: No fear, doctor is here (William Burroughs). Perché questo motto?
R: Spiegare una citazione solitamente ne comprime le possibili interpretazioni. Diciamo che in linea con il personaggio del Dr. Benway nel “Pasto nudo” di Burroughs, non sempre è il dottore a curare e non sempre il malato deve guarire. Diciamo che se Benway Series potesse essere considerato un virus, tale definizione non ci dispiacerebbe.


LB: Ci raccontate del nome e soprattutto del bellissimo logo che avete adottato per questa serie?
R: Per la prima parte della domanda rimandiamo alla risposta precedente e alla lettura o ri-lettura del citato libro di W. Burroughs. Quanto al logo, abbiamo rubato il segno da un libro di Adrian Frutiger, un grande progettista di caratteri tipografici. Tra le varie illustrazioni c’era la riproduzione di un geroglifico egiziano, una pianta rivolta verso il sole che, leggiamo, significa “Sud”. L’abbiamo ruotato di novanta gradi e abbiamo deciso che quello era il logo.


mercoledì 26 marzo 2014

Gli scritti sull'arte di Piero Manzoni. "Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere."

Quote #1

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

A scrivere che considero la merda d'artista di Manzoni una delle più importanti opere d'arte del Novecento mondiale rischio di fare la figura del banalotto e fessacchiotto o, peggio, del parvenu nel mondo degli enthusiasts. Tuttavia non mi preoccupo più di tanto. Non penso wow che figata o cool che trovata. Se avesse prodotto anche le fiale con il suo sangue, come sperava, penserei forse la stessa cosa delle fiale, senza per questo credere che Manzoni sia pulp (sangue + merda). In fondo questo che dico sulle 90 scatoline di merda è quello che penso da più di quindici anni, rafforzando e integrando, anno dopo anno, defecazione dopo defecazione, questo pensiero, sin da quando ne parlavo anche con un'indimenticata professoressa di Icononologia e iconografia, Caterina Virdis Limentani, grande esperta di arte fiamminga ma deliziosa anche in altri ambiti (solo se dimostra questo grande agio e intelligenza a muoversi tra le epoche, mi risulta accettabile la lezione di un professore di storia dell'arte). In quella latta sono davvero condensati, come un sugo di pomodoro concentratissimo, millenni di arte, anzi millenni d'artisti. Ma c'è davvero la merda dentro? E adesso come sarà? Polvere simile a terra? Chi se ne frega. La "Artist's shit" è un fulmine di intelligenza destinato a rischiarare ancora a lungo. 

Achrome, 1960
Non conoscevo la produzione teorica di Piero Manzoni, anche se mi erano lacunosamente note le vicende della rivista "Azimuth" e dell'omonima galleria milanese,  fontata assieme a Enrico Castellani. Credo sia fondamentale conoscere la riflessione teorica dell'artista, se c'è. Se non c'è, pazienza. Ma se c'è è meglio. E nel caso dell'enfant terrible degli Achromes al caolino, dell'è: essere, delle uova firmate con l'impronta digitale e fatte mangiare, della linea di lunghezza infinita racchiusa nel cilindro, del fiato d'artista (come leggere oggi Jeff Koons senza Piero Manzoni? Come leggere l'ennesimo americano senza questo dirompente e unico italiano?) ora c'è questa possibilità di lettura realizzata dall'editore Abscondita. Questo artista morto giovanissimo come il suo cugino ideale, il judoka Yves Klein che operava, negli stessi anni, al di là delle Alpi, riflessioni analoghe sul monocromo, sul corpo come pennello vivente nelle Antropometrie, ha la capacità di riportarmi continuamente davanti una verità pronunciata da Ernst Gombrich: dovremmo parlare tutti meno di arte e parlare, più semplicemente, di artisti, che sono uomini, persone in carne e ossa (e che fanno anche la cacca). Una precisazione retta da uno scarto minimo che apre un territorio sterminato. E le cantonate che prenderemmo, seguendo Gombrich, sarebbero molte di meno.

Difficile scegliere da questo scrigno intitolato Scritti sull'arte e pubblicato da Abscondita (pp. 104, euro 14, a cura di Gaspare Luigi Marcone). Evito quei passi dove la prosa si fa più densamente filosofica (anche se qui sotto lo è eccome!), evito i passaggi indimenticabili sul quadro come spazio di libertà e quelli ancora più importanti ed essenziali sulla "gioia", e riporto questo passaggio, questa quote, che dice bene una cosa semplice e che in fondo ho sempre creduto vera. Sentite anche di quale prosa e scrittura era capace. Quanto bello è l'uso che fa della parola ginnastica, ad esempio?

"Il verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi comportano, con la necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure; non ci si stacca dalla terra correndo o saltando: occorrono le ali; le modificazioni non bastano; la trasformazione deve essere integrale. Per questo io non riesco a capire i pittori che, pur dicendosi interessati ai problemi moderni, si pongono a tutt’oggi di fronte al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colori e di forme, secondo un gusto più o meno apprezzabile, più o meno orecchiato. Tracciano un segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo un occhio, poi balzano di nuovo in avanti, aggiungono un altro segno, un altro colore della tavolozza, e continuano in questa ginnastica finché non hanno riempito il quadro, coperta la tela; il quadro è finito; una superficie d’illimitate possibilità è ora ridotta ad una specie di recipiente in cui sono forzati e compressi colori innaturali, significati artificiali. Perché invece non vuotare questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura e assoluta?

[...]

È per me quindi oggi incomprensibile l’artista che stabilisce rigorosamente i limiti di una superficie su cui collocare un rapporto esatto, in rigoroso equilibrio forme e colori; perché preoccuparsi di come collocare una linea in uno spazio? Perché stabilire uno spazio, perché queste limitazioni? Composizioni di forme, forme nello spazio, profondità spaziale, tutti questi problemi ci sono estranei; una linea si può solo tracciarla, lunghissima, all’infinito, al di fuori di ogni problema di composizione o di dimensione; nello spazio totale non esistono dimensioni.
Inutili sono anche qui tutti i problemi di colore, ogni questione di rapporto cromatico (anche se si tratta di modulazioni di tono); possiamo solo stendere un unico colore, o piuttosto ancora tendere un’unica superficie ininterrotta e continua (da cui sia escluso ogni intervento del superfluo, ogni possibilità interpretativa); non si tratta di “dipingere” blu nel blu o bianco su bianco (sia nel senso di comporre sia nel senso di esprimersi); esattamente il contrario: la questione per me è dare una superficie integralmente bianca (anzi integralmente incolore, neutra) al di fuori di ogni fenomeno pittorico, di ogni intervento estraneo al valore di superficie; un bianco che non è un paesaggio polare, una materia evocatrice o una bella materia, una sensazione o un simbolo od altro ancora; una superficie bianca che è una superficie bianca e basta (una superficie incolore che è una superficie incolore) anzi, meglio ancora, che è e basta: essere (e essere totale è puro divenire)."


[Piero Manzoni, Libera dimensione, in Azimuth 2, Milano 1960; ora anche in Scritti sull'arte, Abscondita, 2013.]

lunedì 24 marzo 2014

La collana vicino/lontano dell'editore Forum presentata da Laura Morandini di cdm associati

Librobreve intervista #35
©overtures #5


Con l'intervista che segue, gentilmente concessa da Laura Morandini di cdm associati, torniamo a parlare di copertine e progettazione grafica nel senso più esteso. Protagonista è la collana vicino/lontano dell'editore Forum legata alla realtà dell'omonima vivacissima associazione culturale udinese. La collana mi ha colpito sin dalla prima volta che l'ho incontrata, nel libro di Nadia Urbinati Il bene e il giusto.



Nati all'insegna di Žižek
LB: Quando e come nasce la collaborazione tra cdm associati, la bellissima realtà dell'associazione vicino/lontano e la casa editrice udinese Forum?
R: Nel 2007, l'associazione vicino/lontano decide di creare una collana di piccoli saggi di qualità, con nomi importanti e tematiche 'urgenti' relative al contemporaneo, strumenti editoriali che potessero essere divulgati anche dopo le giornate del Festival. Il nostro studio era ed è in contatto con entrambe le realtà, per un altro progetto, una rivista culturale denominata "Multiverso". Ci si parla, ci si attiva e il pensiero prende forma. Il brief prevedeva il minimo investimento possibile senza trascurare la cura formale. Il primo volumetto porta il nome del filosofo Slavoj Žižek.


LB: Ad una prima vista non c'è nulla di emergente o particolarmente chiassoso, eppure ho riscontrato nel progetto grafico della collana "vicino/lontano" una raffinatezza non frequente. Ci potreste raccontare quali sono stati i passi che hanno guidato la progettazione e poi, anche tecnicamente, per cosa si contraddistinguono questi libri brevi che già da qualche anno escono per Forum?
R: La collana è concepita come una serie di contributi essenziali, come contributi alla riflessione e a porsi domande più che a fornire risposte. Nel progetto grafico si è cercato di perseguire la stessa 'essenza', una ricerca di semplicità e cura dei particolari. Abbiamo voluto valorizzare l'aspetto tattile che per noi è molto importante e ricercare il supporto materico più adeguato distinguendolo esclusivamente in due colori, il bianco e l'avana. La stampa è a un colore, nero, e la tipografia parla con un carattere nei due diversi pesi. Autore e titolo si equivalgono e il nome di collana compare in copertina con la tecnica del rilievo, tono su tono, si percepisce, si sente, ma a distanza non si vede.


LB: L'assenza di immagine in copertina sembra una tendenza trasversale nella progettazione grafica di molte collane e devo dire che noto dei risultati spesso buoni. L'assenza dell'immagine è imputabile essenzialmente al capitolo costi oppure c'è una "sfida" che l'assenza dell'immagine sa lanciare a chi si trova a progettare in mancanza della parte spesso più in vista di un progetto grafico?
R: Qui è stata una scelta. L'immagine fotografica a un colore compare all'interno. Una percezione successiva che si materializza dopo la copertina, dopo avere preso in mano il libro. Il progetto così concepito non è una novità, ma a nostro dire, ancora oggi all'interno delle librerie c'è troppo chiasso: tante immagini, tanti colori e manca concentrazione. Questi volumetti desiderano essere piccole pause, qualcosa di più silenzioso. 


Copertina
di Sanda Zahirovic
LB: Allargando lo sguardo alla grafica editoriale d'oggi, cosa offre di interessante, a vostro avviso, il panorama italiano o internazionale? Come vi sembra mutato il modo di fare progettazione grafica per l'oggetto libro?
R: Ci sono sempre parecchi progetti interessanti che non hanno a volte grande visibilità. Nelle case editrici affermate vince soprattutto il marketing (nonostante le critiche dei progettisti grafici) e tutto diventa eterogeneo, a volte indistinguibile, scontato, ruffiano. Se si volge lo sguardo agli editori piccoli e indipendenti allora si vede 'pensiero'. Per tanti anni in Italia, abbiamo ascoltato che con 'la cultura non si mangia' e qualcuno  ci ha pure creduto, soprattutto i grandi editori e si vede dove siamo arrivati.
Per gli aspetti interessanti e positivi citerei ISBN e il noto Corraini. A Londra Henrik Kubel (www.a2swhk.co.uk) per Faber & Faber e Gollancz/Orion Pub Group con le copertine di Sanda Zahirovic (http://www.sanda-z.com/workspaceopera.html)


Il Kafka di Alvin Lustig
LB: Da professionisti quali siete, molto attivi anche in ambito editoriale, vi va di menzionare tre progetti grafici di collane che a vostro avviso hanno fatto davvero epoca? Grazie.
R: Sicuramente le copertine di Alvin Lustig e la casa editrice Penguin che ha creato 'sistema e riconoscibilità', riuscendo a mantenerli anche oggi, basta guardare le copertine di David Pearson, semplici e raffinatissime. In Italia vorrei ricordare il quadrato rosso di Munari per Einaudi, c'è ancora da imparare.

venerdì 21 marzo 2014

Saliente

Riviste #3

Un gruppo di testi inediti intitolato Saliente esce in questi giorni nel fascicolo "Italian Poetry Review" VII.2012. La rivista è pubblicata da SEF Società Editrice Fiorentina ed è a cura del Dipartimento di Italiano della Columbia University, Italian Academy for Advanced Studies in America, Dipartimento di Lingue e Letterature Moderne della Fordham University, Dipartimento di Studi Italiani e Francesi della University of Washington. Il volume, di cui sotto trovate la copertina, è dedicato a Franco Ferrucci. Ringrazio la redazione per l'ospitalità.


Comunicato di presentazione del fascicolo di SEF, Società Editrice Fiorentina

Italian Poetry Review (IPR) è una rivista (peer-reviewed) che riesce a conciliare le aeree spesso separate della ricerca scientifica di alto livello (e infatti ha ricevuto la promozione a rivista di classe A dall’ANVUR) e della militante contemporaneità. Lo prova molto bene anche questo numero IPR 2012 assai ricco di novità e dedicato a Franco Ferrucci (1936-2010).

Molti i nomi che rendono il volume una vera summa della poesia contemporanea (indispensabile per chi voglia aggiornarsi sulle voci significative di oggi), così come di tutta la nostra ricca tradizione poetica: dopo un significativo editoriale di Paolo Valesio, "Il forum dell’umanità", vi trovate le poesie inedite di Ambra Simeone, Alberto Cellotto, Francesca Serragnoli, Corrado Paina, Francesco Terzago, Sebastiano Aglieco, Gualberto Alvino, Marco Sonzogni, Argia Coppola.

Segue un "Dossier Franco Ferrucci" (con due saggi di Valesio e Alessandro Carrera) che ospita suoi preziosi inediti. Nella sezione di critica, saggi di Stefano Ugo Baldassarri sul Rinascimento fiorentino in America, di Corrado Confalonieri su Satura di Montale, di Giorgio Luzzi sulla poesia italiana degli anni 2011-2012. E poi un reportage di Filippo Tommaso Marinetti, "Sintesi meccanica di Bruges" (prefato da una saggio di Emanuela Bufacchi).

Nella sezione traduzioni, Amelia Moser traduce in inglese le poesie di Anna Maria Ortese e Ramona Ciucani traduce in italiano il poeta iracheno Sinan Antoon.

Chiudono il volume numerose recensioni su poeti come Pozzi, Spagnuolo, Carrai, Sitta, Carnevali, Valesio, Biagioni, Testori.

A corredo iconografico del numero gli splendidi disegni di Giosetta Fioroni (fotografati da Giuseppe Schiavinotto).


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Sotto un testo senza titolo da Saliente. Scelgo questo perché credo sia il primo testo in cui getto un'interiezione. Ho sempre avuto remora nell'usarla anche se ha davvero una lunghissima tradizione.


Ah, la cicatrice del vaccino
contro il vaiolo…
Potevi piccolo
distinguere e saltare generazioni
nei bracci nudi e quelli
grandi erano stati
tutti in quell’affondo
chiaro sulle estati della pelle,
nelle canottiere e sere
e ancora in sigarette
che fumarono, nelle voci
rauche di maestre.

Io non ce l’ho.
L’obbligo è caduto l’anno prima
che nascessi. E
adesso fa meno difetto,
tranne oggi, per poco,
quando lo specchio scade in gioco
a issarmi sulle cicatrici di un uomo.
Ecco è una bella storia:
rimesta noi, legge, malattia
bieca e distante, poi con loro
ogni mio
superfluo bene ambulante.

giovedì 20 marzo 2014

Presentazione a Berlino di "Die Erschließung des Lichts. Italienische Dichtung der Gegenwart", antologia di poesia italiana tradotta in tedesco (a cura di Federico Italiano e Michael Krüger)

Una rapida ma significativa segnalazione che ricevo e pubblico volentieri. Mi arriva da Federico Italiano, intervistato qualche tempo fa su questa pagina a proposito di Die Erschließung des Lichts, antologia di poesia italiana tradotta in tedesco da lui curata assieme a Michael Krüger. Visto il significativo e crescente numero di visite che Librobreve riceve dalla Germania e come seguito di quella intervista, dove tra l'altro promettevamo di dar notizia di eventuali presentazioni, ha senso una segnalazione tempestiva: l'appuntamento è domani.


Federico Italiano, Michael Krüger
Die Erschließung des Lichts. Italienische Dichtung der Gegenwart.
Schriftenreihe der Deutschen Akademie für Sprache und Dichtung, Band 24
Herausgegeben von Federico Italiano, Michael Krüger
2013 Hanser Verlag


Informazioni
Data: venerdì 21 marzo 2014
Orari: ore 19.00
Luogo: in sede
Organizzato da: Istituto Italiano di Cultura Berlino
In collaborazione con: Hanser Verlag
È richiesta l'iscrizione: antwort.iicberlino@esteri.it

mercoledì 19 marzo 2014

Lontano lontano. Perché è giunta l'ora di affrontare a viso aperto Luigi Tenco

Libri brevi che mi piacerebbe scrivere o trovare #1

In questo nuovo spazio così titolato proverò a fermare pensieri che mi vengono spesso su libretti che mi piacerebbe scrivere se avessi capacità, tempo, spazi o persino, ancora più presuntuosamente, un committente. Oppure, meglio ancora, librini che vorrei trovare già scritti da altri. Libri piccoli, che provino ad affrontare temi o autori che già hanno una bibliografia, ma con la voglia di provare a dire cose nuove, magari correndo qualche rischio. Non occorre scrivere tanto, pensate a certi articoli filosofici brevissimi, a come hanno cambiato tutto. Scrivendone così brevemente qui, mi faccio passare l'idea di intraprendere tortuosi percorsi inconcludenti. Chissà se dura.

"Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare". Più passano gli anni e più mi rendo conto di quanto stupore e quanta acqua scorra sotto questo attacco di una famosissima canzone di Luigi Tenco. Certo, bisognerebbe intendersi bene sul quel niente da fare, oltre quello che dispiega in un primo momento. Incomincio così a ricordare la centralità che la figura di Luigi Tenco può - e a mio avviso dovrebbe - rivestire nell'universo della scrittura in italiano, anche in quella poetica. E non sto pensando a malsane e sbagliate sovrapposizioni tra poesia e cosiddetta canzone d'autore. Su questo sto con Valerio Magrelli. Non so se avete presente un video, passato di recente anche da Rai Storia, in cui il poeta romano quasi si accanisce a marcare bene i confini tra poesia e canzone. Lì Magrelli ha ragione da vendere. Sono due cose così diverse, lontanissime, che non si possono confrontare, pena la perdita di libertà delle loro forme e un fraintendimento radicale. Anche se la canzone si basa su dei testi che si possono leggere come una poesia e la poesia si dice abbia musica e ritmo che si possono accogliere come canzone, poesia e canzone non vanno confuse o avvicinate troppo, mai, anche quando la tentazione diventa forte. Restano quadranti diversi di un piano cartesiano. Molti anni fa mi rincuorai durante una chiacchierata con Andrea Zanzotto, scoprendo che ad esempio su De André pensavamo le stesse cose e forse storcevamo persino il naso nella stessa direzione quando sentivamo parlare di lui come "poeta" (non ricordo quale fatto di cronaca avesse riguardato il cantautore genovese). Al di là del fatto che, pur rispettandolo, non ho mai amato De André (trovo un Piero Ciampi molto sopra, solo per fare un nome), c'era il rischio di dare adito a fraintendimenti pericolosi che potevano avere un effetto domino sugli errori di percezione negli anni a seguire. Questo non significa che sia contrario a certe ibridazioni, a certi esperimenti o alla frequentazione simultanea di queste forme, anzi. Il legame tra poesia e musica resta però controverso, aperto, doppio legame, batesonianamente double bind.

Io credo che Luigi Tenco dovrebbe essere finalmente tolto, strappato a forza dalle discussioni che riguardano soltanto Sanremo, il suo suicidio, la sua carriera, la tradizione genovese e tutti quelli che l'hanno coverizzato (compreso l'insospettabile Mike Patton dei Faith No More e Mr. Bungle, che ha dichiarato il suo amore per il pop italiano di quegli anni e come Tenco lo abbia condotto alle lacrime). E quindi capire perché la traccia di Tenco sia una di quelle più profonde del secolo scorso, non solo per la musica, ma persino per la storia del nostro paese (è qui che una bibliografia forse manca, anche se molti sono i titoli a Tenco dedicati). Mi toccherà parlare brevemente dell'esperienza personale, ma non ho scelta. E forse va bene così. Era mio padre che teneva molti vinili di Tenco a casa e che lo amava. Ricordo quando, bambino o poco più, ascoltai la prima volta "Cara maestra" e mi dissi circa "ah però, facile, semplice, vera". In realtà erano altre le canzoni con le quali avrei dovuto fare i conti e con le quali sto tuttora facendo i conti. "Vedrai, vedrai", ad esempio, diventò né più né meno la canzone della generazione con cui immaginavo mio padre, la cosiddetta generazione del baby-boom, un'espressione strana ed edulcorata per intendersi (e autodefinirsi) in fondo come "nuova fresca carne da macello" dopo la "carne macellata dalla guerra". Altri spazi, altre velocità hanno comunque spappolato loro e noi. Ecco, anch'io ho spesso pianto con le canzoni di Tenco. In realtà soprattutto con due, con "Vedrai, vedrai" e "Lontano lontano" (due titoli simili, tra l'altro, con quella ripetizione). Credo - non lo so - che i motivi per cui ho pianto io siano diversi da quelli per cui ha pianto Mike Patton. (Mi piacerebbe incontrarlo 5 minuti per chiederglielo, l'ho visto dal vivo una sola volta a Milano, Sonoria '95, durante il tour di King for a Day... Fool for a Lifetime, rassegna bella, peccato solo per l'annullamento dei Massimo Volume). Io piangevo per una sorta di pietà che avvertivo, forse pena, per tutta quella generazione, una pietà che quasi trovava nel profilo di Tenco nel vinile di Se stasera sono qui il suo simulacro. Immaginavo mio padre al bar del paese nella pausa pranzo con degli amici, prima di ritornare al lavoro, al primo impiego da ragioniere in un mobilificio presto fallito di Casale sul Sile, distante da dove abitavano. Immaginavo il ritorno a casa descritto in "Vedrai, vedrai" quando non si ha "neanche voglia di parlare" ma piuttosto - era il suo caso - si ha voglia di pensare al "grano da crescere" o "i campi da arare", in un frangente di migrazione interna fortissima che però non l'aveva toccato ("Ciao amore ciao"). Ovviamente era un pensare che provava ad abbracciare tutta quella generazione, avvolta in una sorta di strana sofferenza, uno strano male mitigato dai luccichii del boom che ha lasciato davvero terra bruciata. Pensavo e trovavo anche il motivo di un distacco profondo. E questo era un pensiero che si allargava a tutta quella generazione, donne incluse (penso a una canzone come "Una brava ragazza"), alle madri. Eppure, lo dico a costo di sembrare poco correct, per me Tenco rappresenta più un pensiero che parte e ritorna agli uomini.

Oltre a quelle già citate, sono tante le canzoni di Tenco su cui varrebbe la pena sostare. (Ora mi tornano in mente "E se ci diranno" o la stupenda "Quando", che in un fazzoletto tiene assieme tutte le parole di una tradizione lirica.) In realtà è "Lontano lontano" però la canzone dove sento tutta la grandezza e il pianto irrinunciabile che ci offre Tenco. A partire da quell'uso di un avverbio di luogo vicino a nel tempo, nell'attacco, e poi da quella macchia che si spande come un liquido sopra una tavola per tutta la canzone e che passa dalla sponda della determinatezza (occhi, occhi, sorriso, labbra, mio volto, ad un tratto) a quella della vaghezza, la quale non può che spingerci verso Leopardi, e che ritroviamo in altri segmenti del testo (lontano lontano, qualche cosa, timidezza, un po' in giro, per caso, l'aria triste, chissà come e perché). E tutto oscilla tra futuro e imperfetto, come bicchieri attaccati sopra una tavola durante un terremoto. Questa canzone è centrale nella mia memoria ora perché è una canzone d'amore e sul volto, sulle scosse elettriche che collegano tra loro i volti nei diversi luoghi e tempi, e la percezione che abbiamo noi dei volti, la quale regola, almeno secondo me, uno spazio importante della vita. E poi è una canzone che nomina il mondo, il modo che abbiamo di portare in noi gli altri, l'accettazione della vita, la collocazione spaziale dell'amore. Credo risieda qui la grandezza di questo testo e di questa canzone. Non so, ma quando ho cominciato, più tardi, a leggiucchiare qualche libro di neuroscienze, su come queste studiano i processi cerebrali di riconoscimento del volto dell'uomo, ho iniziato a immaginarmi Tenco come un neuroscienzato che aveva deciso di cantare (e a vedere come stanno andando le frettolose neuroscienze, forse non ha nemmeno sbagliato strada). Pensavo proprio a "Lontanto lontano", a cosa innescano i volti, i movimenti facciali, in questa canzone. E tanto per cambiare ho pianto, ancora una volta.




Lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t'amavano tanto
E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po' in giro
E lontano lontano nel tempo
l'espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l'aria triste che tu amavi tanto
E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto
chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me
di un amore ormai troppo lontano.

martedì 18 marzo 2014

Sigitas Parulskis, "Tre secondi di cielo"

Ripescaggi #33


(Recensione pubblicata dalla rivista "daemon" nel 2005.)

 La nostra conoscenza della letteratura della Lituania (e delle repubbliche baltiche in genere) è davvero poca cosa. Scarseggiano le traduzioni, i ponti di contatto. Va salutata con entusiasmo quindi la traduzione di questo romanzo di Sigitas Parulskis (n. 1965) da parte delle giovani edizioni Isbn, ultime nate in casa Il Saggiatore.
 

Parulskis è in patria uno dei più noti romanzieri, poeti e drammaturghi. Tre secondi di cielo, è il tempo trascorso a tu per tu con l’azzurro e con l’aria prima che si apra il paracadute. Quest’aspetto della vita militare non è il solo nell’opera: ambientazioni della vita militare ritornano continuamente nel romanzo sotto forma di flashback che Robertas, il protagonista, continua a sperimentare dopo il ritorno da quello che fu l’ultimo contingente dell’Armata Rossa chiamato alla coscrizione biennale obbligatoria. A questi flashback di vita militare, così importanti e così presenti anche in altre opere dell’autore, fa da contraltare la narrazione della nuova vita. L’amore per Maria, la quale gli riserba una confessione feroce, non condurrà Robertas a trovare un senso nella loro storia. Anzi, la confessione costituisce l’inizio di una caduta verso una nuova parentesi di vita, fatta di sesso, alcool e strazianti ricordi.
 

Questa pubblicazione (Isbn, 2005, € 13,50, forse ancora reperibile, su Ibs.it ad esempio ora è scontato del 60%) sazia, almeno in parte, una legittima curiosità che è sorta nell’ultimo decennio in Europa occidentale e nel mondo: che ne è stato dei giovani della ex Unione Sovietica? Cosa sognano? Cosa e come scrivono? E poi, come hanno vissuto l’occidentalizzazione dei loro paesi? Raccontando una storia dalla periferia dell’ex impero, Parulskis riesce a dare una risposta a molti di questi interrogativi. La speranza è che questo libro possa essere l’inizio di una nuova serie di traduzioni che faccia conoscere all’Italia altre voci, più o meno giovani, provenienti dall’Est Europa.

venerdì 14 marzo 2014

«Un grande odore di sudore seccato». Romanzi e poesia di Luigi Di Ruscio. Un'intervista con Andrea Cortellessa

Librobreve intervista #34

Il volume
appena uscito
per Feltrinelli
Questa settimana è uscito per Feltrinelli, nella collana "Comete", Romanzi di Luigi Di Ruscio (pp. 551, euro 39), curato da Andrea Cortellessa e da Angelo Ferracuti. Il volume contiene i seguenti titoli: Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera e l'appendice ApprendistatoDi Luigi Di Ruscio, che da lettore conobbi quando pubblicava le sue poesie con Editrice Zona (qui ad esempio trovate un estratto de L'Iddio ridente), si può scrivere molto oggi, a due anni di distanza dalla morte, dopo tutto quello che non è stato scritto o detto prima. Tuttavia preferisco lasciare subito lo spazio alle risposte di Andrea Cortellessa e a qualche informazione di servizio. Una prima presentazione del volume appena uscito si terrà a Roma domenica 16 marzo, al festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica, alle 18 nello spazio Garage, Officina 3 (insieme ai curatori ci saranno Giorgio Falco e Alberto Rollo). Poi sarà la volta della "sua" Fermo, venerdì 21, al Palazzo dei Priori alle 18.30 (insieme ai curatori interverranno Peppino Buondonno, Massimo Raffaeli e Alberto Rollo). Seguiranno altre presentazioni a Milano e Bologna, ma non è ancora stato deciso dove e quando. 

Luigi Di Ruscio (1930 - 2011)
LB: È appena uscito per Feltrinelli Romanzi di Luigi di Ruscio, libro curato da te e da Angelo Ferracuti. La prosa di un grande “spatriato” (Di Ruscio emigrò giovane in Norvegia è lì morì nel 2011 a 81 anni) è accolta in un circuito di pensieri che tenta di allargarsi. Quale il senso di questa pubblicazione, oggi, post res perditas?
R: Dici bene Alberto, c’è urgenza di “allargare”, di far spazio a Di Ruscio – quanto più spazio possibile. Il senso del libro spero sia quello di una restituzione: di un grande scrittore ai lettori che gli sono mancati in vita; come del pubblico all’autore che quel pubblico lui, a modo suo, s’è sempre sforzato di cercare. Una restituzione che il destino ha voluto, purtroppo, che Luigi non potesse vedere coi suoi occhi. È un bene, allora, che il volume delle «Comete» assommi a quasi seicento pagine fitte fitte (anche se un prezzo di copertina così elevato, trentanove euro, mi pare sotto tutti i punti di vista assai sbagliato), riuscendo così a far spazio a tutti i principali libri in prosa (sino a Neve nera, l’ultimo in ordine di tempo, che per così dire “completa” il tracciato memoriale di Palmiro e di Cristi polverizzati conducendoci nell’esistenza quotidiana di Luigi nell’esilio norvegese).
Il senso di costrizione, di claustrofobia quasi, che si respira direi soprattutto nella sua poesia, è un portato della “stretta” esistenziale che poi, di là dalla filosofia (che è comunque chiave d’accesso privilegiata alla scrittura di questo incredibile autodidatta, sorprendente quanto Dino Campana un secolo prima…), è quanto portò il giovane Di Ruscio alla scelta della spatriazione. C’è molto dell’Italia di quei soffocanti anni Cinquanta, nel microcosmico vicolo di Fermo che fa da protagonista nella prima raccolta poetica pubblicata nel ‘53, a ventitré anni, col lancinante titolo scelto da Franco Fortini, Non possiamo abituarci a morire. Un’Italia soffocante sul piano politico e culturale (cito sempre l’episodio della visita alla musa del neorealismo “ufficiale” Renata Viganò, raccontato in Cristi polverizzati, come emblematico dell’inconciliabilità di Di Ruscio anche cogli ambienti che in teoria avrebbero dovuto essere i più ricettivi nei suoi confronti; è una storia proseguita anche in seguito e che spero non si ripeta anche oggi…), almeno quanto sul piano sociale ed economico.
Come tanti prima di lui, Ruscio credette di potersi creare un minimo di spazio vitale attraverso la scelta dell’emigrazione, ma in realtà a Oslo finì per rinchiudersi in un microcosmo ancora più ristretto di quello della “Marca sporca” che aveva abbandonato: il «fortino» del suo tavolino da scrittura che ha descritto Angelo Ferracuti, entro il quale barricato Luigi picchiava a martello, implacabile, sulla Olivetti 46 e poi sulla tastiera del pc. Come a duplicare spettralmente – in quell’enclave linguistica che annoverava un solo abitante – la febbre tayloristica del suo lavoro alla catena di montaggio, nella fabbrica metallurgica dove ha picchiato per quarant’anni.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore. Hai pochi minuti (qui una dozzina di righe, poniamo) per suggerire la lettura della prosa di Di Ruscio. Che cosa fai, che cosa dici?
R: A differenza della sua poesia, quasi sempre reclusa nelle sue pour cause martellanti cellule ritmiche (spia di questa condizione “ferma” – ribadita dall’allusivo titolo scelto da Di Ruscio per la sua prima autoantologia, Firmum, pubblicata nel ’99 – mi pare il basso tenore metaforico che ha così ben descritto Massimo Raffaeli, il suo maggior lettore), la prosa dei cosiddetti Romanzi incarna appieno questo senso di reclusione esistenziale, sì, ma offre al lettore anche continui squarci: apre brecce, opera slarghi insperati che trafiggono la colata delle “lasse” prosastiche di tagli di luce lampeggianti, bagnandosi di una vitalità (a un certo punto di Cristi polverizzati Luigi cita proprio l’«accrescimento di vitalità» che associava alla poesia, citando il Leopardi dello Zibaldone, Alfredo Giuliani nell’introduzione ai Novissimi – Di Ruscio scrive anzi «nuovissimi» – del ’61) e di una sensualità fragranti, quasi efferate. Un po’ come era capitato a Palazzeschi un secolo prima, racconta Di Ruscio che quando iniziò a scrivere in prosa – poco dopo l’esordio poetico – lo fece con la stessa disperazione che si respirava nei suoi primi versi; ma che a un certo punto (come, ha raccontato una volta Sanguineti per spiegare la capriola, il capovolgimento in Palazzeschi, capitò a Kandinskij che una sera, rientrato a casa, si sorprese ad apprezzare un certo suo quadro poggiato a testa in giù…) quella cupezza e quella tetraggine si capovolsero in satira e in grottesco, in umorismo, in comicità ribalda e travolgente. C’è un riso esplosivo, nella prosa di Di Ruscio, che quando si scatena spazza via tutto. È la forza vitale della scrittura che si manifesta, che prende letteralmente corpo. Quando si assiste a un fenomeno del genere ci si sente meglio, proprio fisicamente. Non mi pare poco.

LB: Il dolore, con tutto quello che questa parola ha voluto dire, soprattutto nel secolo scorso, mi pare l’ago della misura giusta per cucire assieme la prosa e la poesia di Di Ruscio. Sei d’accordo?
R: Sì, il dolore o, per dirla con Heidegger (non so se fra le ricche e strane letture filosofiche di Di Ruscio figurasse anche lui, ma certo l’incipit di Cristi polverizzati a questo fa pensare), la gettatezza: l’angoscia di una condizione umana che appartiene a tutti noi, indipendentemente dalle condizioni materiali in cui ci troviamo. Non a caso Luigi insisteva a protestare contro l’etichetta manualistica cui le storie della poesia lo hanno frettolosamente ridotto, quella di “poeta operaio” (lo stesso titolo della seconda autoantologia, Poesie operaie del 2007, andrebbe letto – come preferiva infatti pronunciarlo Luigi – «operaie poesie»). Quella descritta dai suoi versi non è solo e non è tanto la condizione operaia (che peraltro queste poesie riproducono, certe volte, con un senso di fisica esattezza pressoché schiacciante: penso alla descrizione quasi cronachistica di un incidente sul lavoro nella quarantasettesima delle Poesie operaie), bensì la condizione umana in generale. Lo stesso aveva mostrato Simone Weil nel libro uscito postumo che s’intitola La condizione operaia, proprio, e che Fortini traduce giusto l’anno prima dell’esordio poetico da lui prefato di Di Ruscio, nel ’52. Per scrivere quel libro Weil doveva necessariamente averla vissuta sulla sua pelle (anche se fu storia di un solo anno, la sua), la vita in fabbrica; ma solo per trascenderla nel ritratto filosofico di una forma di vita che nella modernità, salvo privilegiate eccezioni, è stata quella conosciuta da tutti noi. Una vita all’insegna della subalternità, della repressione degli istinti, del tempo sottratto alla nostra interiorità. Lo stesso ci mostra Di Ruscio, con l’ossessione per la figura della ripetizione (che esplicitamente riproduce il meccanismo della catena di montaggio) o attraverso l’allegoria del chiodo. A Oslo, la fabbrica dove lui ha lavorato quarant’anni produceva appunto chiodi: e tanto nella prosa che nella poesia di Di Ruscio, il cui sostrato cristiano è importantissimo, questo particolare diventa naturalmente il correlato oggettivo di un’esistenza crocifissa alla necessità, alla contingenza, alla quotidianità. «Cristi polverizzati» – i crocifissi che smercia il personaggio picaresco di Moscatritata nel libro omonimo – siamo insomma tutti noi. In esergo a Poesie operaie stanno quattro versi di Fortini: «Voi che da mille anni / Portate i mali del mondo / E ne ridete / E ne morite». 

LB: In un passo di Cristi polverizzati, ricordato anche da Massimo Gezzi in un suo contributo su Di Ruscio pubblicato in «Istmi – tracce di vita letteraria», si legge «Si sono invertite le parti, la poesia è diventata un fatto critico e la troverai meglio vagante nell’oceano della prosa, siamo rimasti fulminati e scottati giocando tra le altissime tensioni. Ogni verso speculato sino all’ossessione come si trattasse di un sillogismo, il sorriso della spontaneità è rimasto nella prosa, qui è ancora possibile il libero gioco dell’intelligenza». Mi sembra un passaggio pregno di conseguenze...
R: È quello che provavo a dire poco fa. Hegel, un autore che invece di sicuro Di Ruscio ha letto (un suo esergo figura in Cristi polverizzati), parlava di «prosa del mondo» per il mondo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contempo da ciò che è altro». Se di ciò è lecito considerare inverso simmetrico la poesia, questa appunto la troviamo nella prosa, di Di Ruscio, anziché nei suoi versi. È nella sua prosa che la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo. Sono  molto contento che Luigi avesse apprezzato, della prefazione che scrissi a suo tempo a Cristi polverizzati, soprattutto il passo che dedico alla sua descrizione dell’amore con Palmina, alias la Palmira. Pagine strepitose, di una sensualità avvolgente e traspirante, che ci riconciliano con la disgrazia di avere un corpo.

LB: Sei in una classe di una scuola superiore, diversa di quella di prima. Hai pochi minuti per suggerire la lettura della poesia di Di Ruscio. Che cosa diresti per introdurre la poesia che ora ci lasci per concludere questa intervista? Grazie.
R: Per apprezzare appieno la sfrenatezza della prosa di Di Ruscio, leggendo, bisogna essere passati per la croce della sua poesia. Così come per avere una minima chance di fare l’esperienza della sfrenatezza e della liberazione, nella vita, dobbiamo passare per freni e vincoli che conosciamo, ahinoi, così bene. Nelle ultimissime poesie che ci ha lasciato Luigi questo sciogliersi coincide, purtroppo, con lo sciogliersi dell’esistenza. La poesia con cui vorrei lasciarti è una delle ultime che ha scritto. Luigi la mandò il 31 gennaio 2011 all’editor feltrinelliano che gli aveva fatto il contratto per il libro che ora è uscito, Alberto Rollo, e fu pubblicata su Nazione indiana il giorno della sua morte, il 23 febbraio seguente:

ho la bocca piena di farfalle
e se apro la bocca
voleranno via tutte
e non ritorneranno neppure
se rimango a bocca spalancata
per una eternità


giovedì 13 marzo 2014

da "Per amore" di Robert Creeley

Una poesia da #33

Robert Creeley (1926-2005)
Il suo nome si lega saldamente alla Black Mountain School e ai Black Mountain Poets. Robert Creeley, del resto, ne fu tra i più importanti esponenti, tanto che una cospicua antologia dei suoi testi, For Love (1962), apparve anche nella nostra lingua nel 1971, all'interno della collana Lo Specchio di Mondadori con il titolo Per Amore (traduzione di Perla Cacciaguerra, introduzione di Agostino Lombardo). Creeley, che fu scrittore di tante cose e pubblicò davvero un sacco di poesia, nacque ad Arlington in Massachusetts nel 1926. A diciott'anni guidava ambulanze in India e Birmania per l'American Field Service. Tornato in patria, passa per il New Hampshire, e poi si trasferisce in Europa, nel Sud francese e finisce a scrivere a Majorca. Ritornato negli USA continua a spostarsi e dare vita a una carriera proteiforme. La scuola dei Black Mountain Poets, legata all'omonimo college della zona montana della North Carolina e alla rivista "Black Mountain Review", fa spesso riferimento al suo nome, anche se in realtà ebbe in Charles Olson, a lungo fervido corrispondente di Creeley, il principale organizzatore (Olson scrisse nel 1950 il saggio di riferimento Projective Verse). Interrogarsi su queste pubblicazioni che qui riprendiamo, su Creeley e su queste tante scuole della poesia americana del Novecento è un modo per chiederci a che punto sta la nostra conoscenza di questa poesia. Non granché, mi pare. Ed è forse strano. In fondo, se togliamo Pound, Stevens, Carlos Williams, il grande fuoco della Beat Generation, Eliot (perché lo consideriamo più poeta inglese), Lowell e la Plath troviamo che tanti nomi della poesia americana restano quasi preclusi al lettore odierno: da Sandburg, Moore e Doolittle a tutta la poesia oggettivista della quale citare almeno Reznikoff, Rakosi, Zukofsky, Oppen e Lorine Niedecker, da Robert Duncan a tantissimi altri che dimentico: insomma, nonostante il Novecento sia stato un secolo di grande importazione americana e delle varie cross-fertilizations che quell'arte portò (il solo Black Mountain College lanciò artisti in tutti i campi), forse, anche a causa di alti dazi da pagare, la poesia americana del secolo scorso è giunta col contagocce fino a qui. Qualcosa sta cambiando o potrebbe cambiare. Pensiamo anche ad Elizabeth Bishop che inizia a essere proposta con frequenza. La cosa strana è che i "gruppi", che pure ci sono stati negli USA e che piacciono così tanto a noi (pensiamo soltanto a cosa non è uscito per il cinquantennale del Gruppo 63 l'anno scorso) fanno fatica a passare, magari con delle buone operazioni antologiche. Passano di più i singoli poeti. Che sia giusto così? Passati i gruppi, con i quali anche la letteratura prova a diventare brand, marchio di fabbrica, restano gli uomini e i poeti, i loro testi. Non il marchio di fabbrica del gruppo bensì la griffe del singolo? 













 
L'INSEGNA

Più quieta è la gente
più lento trascorre il tempo

finché esiste un uomo solitario
seduto nella figura del silenzio.

Poi grida a lui
Vieni qua idiota sta per spegnersi.

Un volto che non è un volto
ma i lineamenti, di un volto, impressi

sopra un volto finché il volto
è senza volto, risposte

di un essere inesistente
dove prima c'era un uomo.




THE SIGN BOARD


The quieter the people are
the slower the time passes

until there is a solitary man
sitting in the figure of silence.

Then scream at him,
come here you idiot it's going to go off.

A face that is no face
but the features, of a face, pasted

on a face until that face
is faceless, answers by

a being nothing there
where there was a man.


(Traduzione di Perla Cacciaguerra)

martedì 11 marzo 2014

Le tre versioni di "Trieste" di Umberto Saba

S'intitola Trieste il volumetto pubblicato da Mimesis Edizioni nella collana Mimina Volti (pp. 48, euro 4,90). "Trieste" è una poesia sulla quale Saba tornò a più riprese e qui, in queste poche pagine curate da Davide Rossi, potrete vedere cosa cambia, cosa riscrive, cosa cancella Saba passando dalla prima versione del '12 a quella del '21 fino all'ultima (definitiva?) del 1945. Il librino di Mimesis, oltre a costituire la possibilità di leggere in sequenza i differenti versi che Saba dedica alla sua città, in una delle sue poesie più note, rappresenta motivo di interrogarsi sulle riscritture. Anche sulla filologia? Non saprei dire se questo tipo di lavoro e operazioni sia mestiere di filologi, oggi. Perché Saba ritiene giusto ritornare sulla stessa poesia, cambiarla, in un arco di tempo che abbraccia trentatré anni, con due guerre mondiali in mezzo? Perché non scrive semplicemente una nuova "Trieste" nel '21 e poi nel '45? Sono domande leziose queste? Sono lezioni queste tre versioni di Saba? Non è che Saba, con questa azione sulla poesia intitolata "Trieste", abbia raccolto le forze per puntare il dito verso un mutamento che forse oggi è sotto gli occhi di tutti, cioè che autore e filologo, autore e amanuense sono diventati la stessa persona? E che non esiste vero poeta che non sia, alla fine, anzi all'inizio, anche un grande critico?

(Senza dilungarmi troppo, per un libro tra l'altro così breve e ben circostanziato, propongo un ascolto della voce del poeta in quella che dovrebbe essere la sua unica apparizione televisiva nel 1954, tre anni prima della morte, nel neonato "servizio pubblico televisivo".)



domenica 9 marzo 2014

da "Metro C" di Alessandro De Santis

Una poesia da #32


Quando qualcuno mi cerca per mandarmi un libro io sono, il più delle volte, contento, a maggior ragione se questo blog diventa l'occasione per leggere cose nuove e se qualcosa muove non solo chi lo amministra ma anche chi lo legge. Così è nato un breve scambio con Alessandro De Santis, il quale mi ha cercato per mandarmi il suo secondo libro di poesia, Metro C (Manni Editori, pp. 72, euro 12, con una nota di Aurelio Picca), che segue Il cielo interrato pubblicato da Joker nel 2006. L'impianto dell'opera è chiaro sin dal titolo (e sin dalla copertina). Un componimento per ogni fermata - stazione della capitale. Da tempo avevo fatto la mia scelta da questo libro tanto bello quanto compatto per questo spazio di segnalazioni: "Oslavia". Poi, scrivendo all'autore, ho allargato anche al componimento intitolato "Torre Maura". L'autore, che per anni ha curato il blog LUMINOL e l'omonima collana delle Edizioni Socrates, è stato recentemente scelto da Franco Buffoni e dal comitato di lettura per quello che diventerà il "XII quaderno di poesia contemporanea" di Marcos y Marcos, come potete ricavare da questo comunicato nel sito dell'editore.


Torre Maura
Ore 10,35. Sguardi ottimisti. Un insolito vento


L’uomo senza braccia
non cerca appigli
l’uomo senza braccia
ha sporte che gli pendono dai lembi
muove il mento
come a voler dire qualcosa
il volto smunto
povero di peli
un tipo biondo lo fissa
segue con lo sguardo
la sua ellittica geometria
un uomo – si sa – esige dei legami
non ha motivo d’essere
quell’albero potato,
senza rami. 



Oslavia
Ore 09,55. Nel chiostro.
Libri che nessuno comprerà 



No, non sarà già un terremoto
quello che ci spazzerà via,
né una risata buona e giusta
quella che ci seppellirà
Un cancro ad un polmone invece dirà fine
È stanco di parole, Fabio
un nome come tanti
impugna la sua penna e inizia
a disegnare la ninfea
nascosta dentro al suo
polmone, e gli sbatte la palpebra,
come un pipistrello in pieno giorno.



giovedì 6 marzo 2014

Le poesie di Johannes Bobrowski pubblicate da Di Felice Edizioni

Premessa: mi rendo conto che esiste un panorama di cosiddette case editrici medie o piccole che davvero sta svolgendo una funzione importante, di collante di alcuni pezzi che la grande editoria sta inevitabilmente perdendo o magari, scientemente, devastando. E visto che con Di Felice Edizioni siamo a Teramo, in Abruzzo, rimango in zona e vi segnalo l'operato della casa editrice Galaad. Per stare nell'area adriatica ricordo Vydia, già ospitato qualche settimana fa su queste pagine con John Taggart, oppure il lungo meritorio operato di una casa editrice come la pugliese Manni. Nelle Marche c'è stata e continua ad esserci la presenza "rassicurante" di Quodlibet e adesso anche di Italic Pequod che prosegue la bella storia che fu di Pequod. (In bocca al lupo invece alla Giometti-Antonello del fuoriuscito Quodlibet Gino Giometti e di Danni Antonello, la quale sta ripartendo da Lenz di Georg Büchner nella traduzione di Alberto Spaini, con illustrazioni di Giuditta Chiaraluce e testi di Gottfried Benn e Martin Walser.) La lista potrebbe continuare a lungo e, ad esempio, spostandosi un po' verso il Tirreno, ma rimanendo abbastanza al centro, annoverare le operazioni di salvataggio di testi rari del Novecento compiute da Fabrizio Zollo delle edizioni Via del Vento di Pistoia (vorreste ad esempio leggere Gertrud Kolmar? Dovete passare per le edizioni Via del Vento). Insomma, anche questa lacunosa lista, che dimentica tantissimi altri nomi, dice di un panorama di resistenza ma anche innovazone editoriale che fa ben sperare. Come sempre, se qualcosa funziona, può succedere che il pesce grande arrivi a mangiare il pesce piccolo. Dovesse succedere, speriamo almeno che lo digerisca bene ed escano feci dure e ben formate, non un nauseante schizzo di diarrea. "Ben sperare" tuttavia non è più sufficiente, questo va detto, e non è mai bastato. Serve comunicare questa positività intravista, tanto per cominciare, almeno dal punto di vista di chi scrive qui, e poi provare ad uscire da un'ottica "regionale", che è un buon inizio ma che non può bastare, serve provare a creare qualche ponte, gettato sulla base acquatica di un qualcosa che spesso dimentichiamo ed è quella lingua italiana nella quale quest'editoria si esprime. E naturalmente serve operare alla base, dalle scuole all'università, dimenticando (sì: dimenticando, basta con il "ricordare a tutti i costi") il clima deprimente degli ultimi anni. 

Prendiamo allora questo Poesie di Johannes Bobrowski pubblicato da Di Felice Edizioni (pp. 112, euro 15, traduzione di Davide Racca) nella collana "I poeti di Smerilliana" diretta da Enrico D'Angelo. Attualmente questo è l'unico libro di Bobrowski disponibile in italiano. Basterebbe questo semplice dato commerciale a dire molto, senza troppo aggiungere. Johannes Bobrowski (Tilsit 1917 – Berlino 1965) ha lasciato tre volumi di poesia e non molte pagine di prosa: Sarmatische Zeit del 1961 ("Tempo sarmatico"), Schattenland Ströme del 1962 ("Terra d’ombre fiumi") e il volume pubblicato due anni dopo la morte Wetterzeichen nel 1966/67 ("Segni di tempesta"). La parentesi di pubblicazioni, come apprendiamo dalle nude date, fu tardiva e non fu estesa. Questo volume curato da Davide Racca propone una significativa scelta attorno alla traccia lasciata da questo poeta e prosatore "sarmatico", che trascorse in mobilitazione l'intero decennio '39-'49, prima come soldato della Wehrmacht fino al 1945 e poi come prigioniero sovietico. Bobrowski  varcò la soglia dell'italiano quattro anni dopo la sua morte, grazie a un volume di Mondadori curato da quel grande traghettatore e traduttore che fu Roberto Fertonani.

Le poesie invecchiano? Forse sì, invecchiano anche loro, nessuno si scandalizzi, invecchiano anche quando sono grandi poesie. Ma non è un problema. Invecchiano e non necessariamente muoiono, visto che sono già morte alla nascita. Credo che sotto certi aspetti la poesia si possa sempre considerare una creazione nata-morta. Possono invecchiare bene le poesie, nella loro morte "scontata vivendo", anche attraverso secoli (o millenni). Non so se migliorano invecchiando, come si dice di certi buoni vini (che dipenda un po' anche dal tappo con cui chiudiamo la bottiglia e il liquido al suo interno?). Di sicuro non sempre. Ad un livello personale, negli ultimi tempi riscontro che mi parlano come buoni vecchi le poesie di questi autori che trovarono accoglienza tanto nella Germania dell'Est, dove Bobrowski fu riconosciuto come uno dei principali poeti, che in quella dell'Ovest. Un altro caso è Peter Huchel, del quale s'è detto brevemente qui, e che fu amico e a lungo corrispondente di Bobrowski. Oppure quello di Reiner Kunze, del quale trovate qualcosa qua. La poesia di Bobrowski inspira la divinità del luogo, ed è sempre più chiaro che ogni poeta vero ha quasi certamente un proprio luogo sacro. Per Bobrowski la Sarmatia romana fu proprio questo luogo, un luogo che oggi, tra l'altro, si trova sempre più frequentemente al centro della cronaca di guerra. Non riporto poesie, ma rimando a questa pagina per alcune versioni del curatore di questo volume. Qui, nello scrigno di Francesco Marotta intitolato "La dimora del tempo sospeso", trovate invece altre poesie di Bobrowski nella traduzione di Adelmina Albini. Lascio spazio ai testi e alle traduzioni, per chi vuole leggerli. Che questa segnalazione diventi soprattutto un punto di partenza, un invito che passa necessariamente attraverso questa meritoria pubblicazione delle Edizioni Di Felice.