mercoledì 27 marzo 2013

"Un dolore riconoscente" di Gian Mario Villalta

Ripescaggi #20


Arriva questa settimana nelle librerie di mattoni e vetrine e in quelle del web Alla fine di un'infanzia felice, terzo romanzo di Gian Mario Villalta, pubblicato da Mondadori. Segue Tuo figlio (2004) e Vita della mia vita (2006), tutti usciti per lo stesso editore. Se nel primo romanzo ho trovato quelle che in termini cinematografici chiamerei "scene d'esterno" che tuttora mi parlano, quasi a livello di midollo osseo, con il secondo ho fatto un po' più fatica, pur riconoscendo tuttora nel tema dominante un motivo di forte attrazione (so che dovrei definire meglio quella fatica, ma questo non è il posto). Curioso che quelle scene d'esterno alle quali penso nel caso di Tuo figlio abbiano profonda consonanza con l'immagine scelta per la copertina del nuovo romanzo, che fortunatamente rifugge la moda "giordaniana" innescata da La solitudine dei numeri primi (in fondo comprensibile nella logica dei grafici: ha funzionato quella, vuoi che non funzioni anche qualsiasi replica di un volto simile?). Mi interessa leggere presto questo nuovo libro, che in realtà è la quarta prova di narrativa (se l'avete già letto quando capitate su queste righe, magari raccontate come l'avete trovato). Non molti infatti possono sapere che l'esordio in narrativa avvenne con un libro di racconti nel 2000. Il libro si intitola Un dolore riconoscente e finì presto fuori commercio, seguendo le sorti della casa editrice Editori Associati-Transeuropa (pp. 168, costava 20.000 lire). E quando un libro finisce definitivamente fuori dalla reperibilità finisce inspiegabilmente fuori da qualsiasi discorso o nota. Anche se non ne ho più parlato nemmeno con l'autore stesso, credo che quel libro di racconti indovinasse bene il suo manifestarsi in quel preciso frangente. Ricordo benissimo Andrea Zanzotto, quando più di una volta mi disse che lo reputava uno dei suoi libri più belli, e dava davvero l'impressione di tirar dentro tutto con la parola "libro" (poesia, narrativa e saggistica, persino teatro, dove l'autore si è cimentato con Lezione, portato in scena da Cesare Lievi, o l'indovinato UìCHèND). Ripesco allora una lontanissima recensione a quel volume di racconti apparsa su "daemon". Mi scuserete se faccio spesso questi ripescaggi (anzi, non occorre che mi scusiate, semplicemente potete saltarli a piè pari), ma mi consentono di dare una certa frequenza ai post, creando dei pretesti per collegare l'attualità a cose già pronte che giacevano nei ripostigli telematici del mio passato. Del maiale (io) non si butta via niente, lo diceva già Umberto Eco nel suo Come si fa una tesi di laurea, anche se questa non ha niente a che vedere con una tesi di laurea...
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Compresenza casuale, ma stimolante, quella della recensione di questo libro e del terzo numero di "daemon" intitolato La perdita della memoria. Perché questi 15 racconti di Gian Mario Villalta (Visinale PN, 1959) hanno nella memoria personale stessa la mappa del raccontare. Memoria e racconto assieme (qui necessariamente è la forma-racconto, la sola capace di sopportare le diverse e mai date una volta per tutte manifestazioni del sé autobiografico) potrebbero dar l'idea che ci sia qualcosa di "importante" da raccontare. L'assunto di partenza è però lontano da questa posizione, dal momento che Villalta muove probabilmente dal più semplice e dal più compromesso degli interrogativi: come ce la raccontiamo la vita? Dal mio punto di vista l'interrogativo a cui può approdare il lettore suona circa così: cosa può voler dire vivere all'altezza del proprio tempo? E conseguentemente, raccontare all'altezza del proprio tempo. 

Abbiamo già messo molta carne al fuoco: memoria, vita (sulla morte vorrei richiamare il racconto, per certi residuali aspetti heideggeriano, Ottobre 1986), tempo: i 15 racconti di Un dolore riconoscente procedono con un andamento a ritroso (dal 1999 al 1969, 5 per ogni decennio) facendoci incontrare personaggi, situazioni, luoghi (qui il curatore delle prose del Meridiano di Andrea Zanzotto è assai poco zanzottiano o, perlomeno, dimostra di aver digerito lo sguardo zanzottiano, di essere pronto a ripartire) che non possono non richiamarci un mondo familiare, ma allo stesso tempo straniante: straniante per la capacità dell'autore di tessere i legami nei diversi tempi presenti di questi racconti. E ricordiamo che i diversi tempi di questi racconti sono quelli dell'accelerazione generalizzata, del mutamento antropologico inavvertito (spesso per la mancanza di strumentazione umana adatta, all'altezza), dello sconvolgimento della morfologia dei luoghi e del convivere di questi eventi con una quotidianità contadina dura a spegnersi nei cervelli (qui nel nordest d'Italia il discorso si farebbe caldo ed è meglio passare oltre). 

Quello che comunque mi preme sottolineare, al di là della freschezza che una prosa non cascante può donare, è quanto segue: 1) il superamento della concezione che la complessità si trovi nell'intrico lessicale-sintattico; 2) la raggiunta consapevolezza che, oggi, la complessità ha miglior dimora nella scrittura temporalizzata che procede tra pause, ellissi, simmetrie, ritorni, presa-diretta e nella loro combinazione-architettura; 3) il posizionarsi in evidente condizione di ascolto nei confronti dei saperi contemporanei, quindi, riferito all'approccio originale alla memoria, ad esempio, i contributi delle neuroscienze soprattutto con G.M. Edelman e A.R. Damasio (proto-sé, sé nucleare, sé autobiografico), ma anche J.P. Changeux, H. Maturana, F. Varela; 4) il conseguente forte richiamo alla centralità del corpo nella narrazione; 5) la già citata importanza di raccontare "per presenti"; 6) il testo letterario, il modo della narrazione connesso inevitabilmente relativo adattamento del sé autobiografico. Questo senza alcun ordine di rilevanza. Anzi. Proprio riguardo al punto 6, questi racconti si pongono con la limpidezza dell'invenzione responsabile e riportano la letteratura su un piano di elaborazione/rielaborazione di modelli dell'identità della persona e sociale (qui, in parte, l'adattamento del sé). Ed è in questo punto che il mio discorso si salda: la memoria non è (non è mai stata) un "archivio" che si perde o si ritrova, ma una mappa in fieri della soggettività che si rapporta ad altre soggettività. Di qui il pensiero su cosa possa voler dire vivere e raccontare all'altezza del proprio tempo: probabilmente, tra le tante altre cose, rapportarsi con la memoria e l'oblio partendo da queste suddette ultime ipotesi, da questa virata che è etica senza dubbio.
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Questa la copertina di Alla fine di un'infanzia felice di cui parlavo sopra. Prospettiva esasperata o prospettiva come forma simbolica? A me ha ricordato un po' la fotografia di Io non ho paura di Salvatores, tratto dal romanzo omonimo di Ammaniti, che però non ho letto. Per chi volesse un'anticipazione, "Il Piccolo di Trieste", quotidiano vivace e ricco di iniziativa, per mano di Alessandro Mezzena Lona ha già recensito il romanzo qui.

6 commenti:

  1. Ho preso oggi il nuovo romanzo...:)

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  2. Grazie di questa info sul libro nuovo. Andrea

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  3. sto leggendolo, per ora bene

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  4. Lessi quei racconti e concordo. I romanzi solo il primo. Ora magari provo questo nuovo. Ciao grazie!!

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  5. Già, romanzo spiazzante, da leggere, bello, soprattutto per come rivolta la parola e l'esperienza del romanzo come si intende normalmente. Gloria

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